Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

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sabato 30 dicembre 2023

Una fortezza in cima al monte Manfriana

 Ancora oggi è oggetto di studi l’area apicale della cima del monte Manfriana.

Per tutta la superficie si trovano sparsi sedici blocchi di roccia squadrati di varie dimensioni, pronti per essere usati per innalzare una costruzione, ma chi sia stato a scolpirli non si sa. 

Così come non si conoscono i motivi che spinsero un popolo a raggiungere la sommità di questa cima, crearvi un insediamento, seppur temporaneo, per aprirvi una cava, estrarre e lavorare quei grossi blocchi di roccia e lasciarli sulla cima in attesa di essere collocati in ordine da qualche parte. 


Dalle ricerche effettuate agli inizi degli anni Novanta è emerso che la lavorazione dei blocchi risale al periodo greco tra il VI e il IV secolo a.C. 


Il monte Manfriana si trova a metà del lungo sinclinale riconducibile alla catena di vette Timpa del Principe – Serra Dolcedorme – Monte Pollino, disposto in senso Sud-Ovest/ Nord-Est ed è formato da due cime: una occidentale e l’altra orientale.

Che si volesse innalzare un piccolo edificio si evince dal fatto che uno dei blocchi di roccia è a forma di architrave, posto in una buca, proprio a pochi metri dalla cima. 

Gli altri sono quasi tutti a forma rettangolare, tranne uno che ha dimensioni uguali (un quadrato?). 

Tutti presentano su di un lato una profonda incisione che, a detta degli esperti, è identificabile con l’incavo dove si inserisce un cuneo affinché i blocchi non slittino una volta messi uno sull’altro. 

Proviamo a descrivere il luogo. 

In mezzo trova posto una conca, conosciuta come l’Afforcata, nei cui pressi sorgeva un insediamento pastorale (fino a non molti anni fa.) almeno fino a quando le nevicate abbondanti si trasformavano, in periodo estivo, in una piccola fontanella dalla quale si poteva attingere acqua. È curioso il fatto che questa piccola sorgente di volta in volta appariva e scompariva in diversi punti alle pendici di entrambi i versanti delle due cime.


I cambiamenti climatici hanno fatto sì che non nevichi così intensamente da alcuni anni e, quindi, la sorgente è scomparsa. Di conseguenza anche l’insediamento umano non esiste più. Il tempo ha distrutto anche i resti delle capanne di legno e lamiera che facevano da ricovero per uomini e capre. 

Per questo non è azzardata l’ipotesi che la cima orientale fungesse nei tempi antichi da posto di guardia e l’Afforcata da punto di ristoro e riposo tra un turno e l’altro.


Anche se la Manfriana è una cima di poco sotto i duemila metri di quota, la sua posizione a piramide la rende inconfondibile da qualsiasi punto la si guardi.


Inoltre, una mia ipotesi personale, tutta da verificare, consiste nel fatto che la Manfriana potesse fare da ponte per le comunicazioni tra le città magno-greche poste sulla costa ionica (da Sibari, a Policoro, Metaponto) con le altre comunità della costa tirrenica, in primis Paestum.

Ho sempre pensato a una linea immaginaria che collega la prima “stazione” di comunicazione posta sul Monte Coppolo, nel territorio di Valsinni, con la Manfriana. Entrambe le cime si “guardano” bene e sono ubicate a controllo di due delle “vie istmiche” che consentivano l’attraversamento del Massiccio del Pollino verso la Basilicata.

Una di queste sale dalla Piana di Sibari, lungo la valle del Caldanello, nel territorio di Cerchiara di Calabria, per poi proseguire, una volta oltrepassata la Valle del Torrente Maddalena, verso il Sinni e quindi le città greche lucane. 


Sembra che questa strada fu percorsa più volte anche dall’imperatore Federico II di ritorno dai suoi viaggi in Sicilia per recarsi a Melfi e, secondo alcuni storici locali, il nome “Manfriana” derivi proprio dalla storpiatura di “Manfredi”, il figlio prediletto del grande condottiero.

Un’altra via è costituita dalla Valle del Raganello.

All’altezza dell’abitato di Civita, esisteva una via che conduce lungo il crinale roccioso, sulla sponda destra orografica del torrente Raganello, fino al valico della Falconara per poi ricongiungersi con la direttrice che proviene da Cerchiara per poi scendere al Sinni.

La realtà di queste vie lo dimostrano i ritrovamenti e gli insediamenti recentemente trovati nelle due valli.

In entrambi i casi l’insediamento sulla Manfriana fungeva da punto di riferimento e controllo delle due vie.

Con questa finalità, i volontari della sezione di Castrovillari del Club Alpino Italiano, hanno inteso proporre il sentiero che collega la località di Colle Marcione con la Manfriana, ricalcando il possibile tracciato utilizzato da coloro che prestavano servizio di guardia in vetta.

Dopo un primo tratto immerso nella faggeta si esce sul crinale di Timpa del Principe e, da questo momento e per le due ore successive di cammino, è un continuo saliscendi con una vista dagli ampi panorami: a Ovest tiene la scena tutta la Valle del Coscile (l’antico Sybaris), chiusa dalle quinte dei monti della Catena costiera calabrese, a Est, le ultime rocce delle Timpe digradano verso la Piana di Sibari e il mare ionico; chiude l’orizzonte il crinale di monti della Sila greca.

Non è raro che nelle giornate ventate si mostrino in tutta la loro bellezza il Golfo di Sibari e le due “protuberanze terrestri” di Capo Trionto e Punta Alice.

Il numero del sentiero è il 941.

Emanuele Pisarra




PS

Questo articolo è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista "Il Calabrone" in edicola in questi giorni.

 

 

 

giovedì 3 settembre 2020

Civita – Çifti Comunità arbreshe e Paese dei Comignoli


Civita (Çifti, per gli arbëresh) è un paesino di circa mille abitanti, incassato tra le ultime propaggini rocciose del Massiccio del Pollino, protetto verso oriente dalla imponente parete della Timpa del Demonio e, ad occidente, dalle rocce della Sentinella.

Civita. Comignolo casa Piccoli

Un borgo ben nascosto, mimetizzato, chiuso in questo fortilizio naturale, al punto che ha avuto sempre una sola strada di accesso.

Un tempo l’entrata era costituita dal superamento del torrente Raganello, attraverso il Ponte del Diavolo, ed era costituita da una stradina a gradinata, a tratti scolpita nella roccia, adatta al passaggio di un solo cavallo o asino per volta.

L’avvento dell’automobile ha fatto sì che questo varco fosse abbandonato per costruire, a monte dell’abitato, una strada larga e comoda che collegasse agevolmente alla strada nazionale.

Infine, agli inizi degli anni Settanta, è stata realizzata – secondo i desiderata della comunità – una ulteriore arteria stradale, che ricalca quella d’ accesso alla montagna secondo le vecchie mulattiere.

Oggi Civita è ben collegata sia con il litorale jonico sia con l’autostrada del Mediterraneo.

Un piccolo borgo fatto di tre rioni e da tanti slarghi che costituivano, e rappresentano ancora oggi, altrettanti spazi di raduno: le famose gijtonie.

La gijtonia, o vicinato, è il luogo di incontro delle famiglie che vi abitano intorno.

È in questo spazio che si discute, si chiacchiera sugli affari degli altri, si raccontano fatti antichi; è qui che si svolgono veri e propri momenti di socialità con una ben precisa e rigorosa disposizione dei partecipanti: ogni vicinato ha una scala di ingresso a qualche abitazione o un muretto più o meno a forma di sedile: su ogni gradino della scala ci si dispone in modo che le persone più giovani occupino il posto più in alto mentre le più anziane si siedono di fronte su una sedia. Il più anziano della gijtonia è il punto di riferimento di tutto il vicinato e ha anche il ruolo di moderatore nelle discussioni.    

Civita (Çifti), dopo un passato agro-silvo-pastorale, comune un po' a tutti i paesini della Calabria, da alcuni anni ha intrapreso una nuova Mission: vuole diventare – e in parte lo è già – un modello di sviluppo ecosostenibile, dove si vive nel rispetto della Natura, del suo paesaggio, del silenzio cullato dal vento, delle sue tradizioni linguistiche e religiose.

Civita. Timpa del Demonio

Da un lato l’ospitalità proverbiale di tutta la comunità ha fatto sì che nessuno si sia mai sentito qui straniero: l’accoglienza, la disponibilità e l’apertura verso il prossimo sono un’arma vincente per un nuovo futuro, fatto di servizi turistici, di una ottima ristorazione, di pace e tranquillità.

Civita da anni si è avviata lungo questo cammino, tant’è che fa parte dei “Borghi più belli d’Italia” ed è “Bandiera arancione” del Touring Club Italiano.   

Grazie alla antica tradizione greco-bizantina, Civita, è uno dei centri della spiritualità orientale in Italia e la chiesa di Santa Maria Assunta, la chiesa parrocchiale, è testimone di questa religiosità “speciale”, nella quale si identifica tutta la Comunità.

La disposizione a “nido d’aquila” dell’abitato, a ridosso della Timpa del Magazzeno, dà le ragioni della qualità del micro clima che caratterizza il paese.

Le diverse correnti – provenienti dalla montagna e dal Golfo di Sibari – si fondono in un turbinio di venti che non si sommano, ma anzi, fanno a gara a chi soffi più forte. Questo fenomeno naturale ha fatto sì che fosse necessario costruire un comignolo diverso per ogni abitazione proprio per fronteggiare la variegata irruenza del vento. Così, Civita, è diventato il “Paese dei Comignoli”.

Civita. Vista del borgo dal Belvedere "N. Douglas"

Nella nostra comunità sono stati censiti oltre cento comignoli, alcuni dalle “facce” strane, altri dalle forme singolari o dalle dimensioni enormi, proprio per far fronte al vento e … alla superstizione.    

Proprio così: le diverse forme di comignoli “a viso” deforme, con quattro occhi, sono vere e proprie maschere apotropaiche che hanno il compito di proteggere il nucleo familiare che abita quella casa dalle avversità della vita.

Civita ha soprattutto sempre avuto un occhio di riguardo verso la natura circostante.

In tempi non sospetti, agli inizi degli anni Ottanta, il Circolo di Cultura “G. Placco” organizzò una serie di incontri che gettarono le basi per un nuovo corso della storia di questo paese, decidendo di scommettere sul turismo come nuovo volàno economico. Più esattamente, si cominciò proprio a partire da quegli anni a parlare di eco-turismo sostenibile. Il piccolo paese aveva, ed ha saputo valorizzarne, tutte le caratteristiche: esso è una naturale “porta di accesso” alle alte quote del Parco nazionale del Pollino; la posizione collinare, la modesta distanza dalla costa ionica sono ottimali per un soggiorno di vacanza.

Civita. Piazza Municipio

Inoltre, Civita, condivide con i paesi limitrofi il corso del torrente Raganello. Il tratto centrale di questo corso d’acqua è universalmente conosciuto come “Canyon del Raganello”: uno spettacolare esempio di forra, di gola profonda, adatta al torrentismo, la pratica della discesa di un corso d’acqua, senza ausilio di mezzi di trasporto.

A tutto ciò si è affiancato un lavoro di collaborazione con il Club Alpino Italiano, che ha fatto da tramite con il suo omologo tedesco (il DAV - Deutscher Alpenverein -), per organizzare i primi trekking sul Pollino aventi come tappa finale proprio Civita.

Il Summit Club, l’Agenzia turistica del Club Alpino tedesco, ha inserito nel proprio catalogo questa proposta escursionistica già a partire dagli inizi degli anni Novanta e Civita, per la prima volta, è apparsa in un catalogo internazionale di proposte di gite escursionistiche e alpinistiche nel mondo, insieme con le proposte di viaggio in Patagonia, Himalaya, Ande, Monte Bianco.  

Da queste prime iniziative sono seguite altre che hanno reso il paese famoso nel mondo escursionistico nazionale e internazionale.

Così oggi molte guide escursionistiche in lingua tedesca propongono itinerari con base a Civita e tantissime riviste di settore pubblicano itinerari escursionistici che interessano questa parte della Calabria settentrionale.

Il risultato di questo lungo e silenzioso lavoro si respira nell’aria nel borgo. Decine di strutture ricettive di altissima qualità, diversi ristoranti e pizzerie, un agriturismo, un servizio Guida sono pronti ad accogliere un ospite curioso ed esigente regalando benessere e anche qualche pizzico di stupore.

Emanuele Pisarra

 


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Questo articolo è stato pubblicato sul CALABRONE numero 30 - ANNO XIII - MAGGIO / AGOSTO 2020 pp. 30-31 

lunedì 22 giugno 2020

I pericoli in montagna secondo Zsigmondy


Un grande alpinista del passato - Emil Zsigmondy - parlò in un suo celebre saggio per chi va in montagna[1], di "pericoli oggettivi" e "pericoli soggettivi". Partendo dal secondo concetto... c'è poco da dire: la possibilità di farsi male in montagna per
Civita. Timpa del Demonio, parete Ovest.
(Foto archivio Pisarra)
la propria impreparazione tecnica, fisica e/o psicologica è alta. In molte occasioni questa impreparazione è causa di gravi incidenti, che sarebbero facilmente prevedibili se si adottassero minime precauzioni di buon senso. Basti ricordare quei ragazzi polacchi che, qualche anno fa, tentarono di scalare il Cervino con scarpe da tennis. Forse ci sarebbero anche riusciti, se non fosse arrivato, all'improvviso, un temporale di quelli che, in quota, si trasforma in neve e ghiaccio e che provocò per loro seri problemi di congelamento. Quando furono recuperati dai volontari del Soccorso Alpino, si scusarono per la bravata, ma questo non evitò loro una salata multa.

Il problema dei "pericoli oggettivi" è invece una questione più seria. Come tutti sanno, la maggior parte delle montagne del mondo è il risultato di movimenti geologici, azioni combinate di vento, freddo, caldo, gelo, pioggia, neve e altri fenomeni atmosferici. Oggi questa situazione di pericoli “oggettivi” è di gran lunga migliorata in quanto esistono servizi di previsione dei di tali vari fenomeni quasi perfetti. Però i rischi restano.

Le frane, gli smottamenti avvengono in tutte le montagne del mondo. Soprattutto sulle pareti molto esposte ad un versante. In questo caso non si può far niente, bisogna solo cercare di essere previdenti ed evitare di frequentare questi luoghi quando le indicazioni dei vari servizi meteo o valanghe o altro lanciano allarmi di pericolo. Tutto qui.
Non si possono imbrigliare le montagne solo perché cascano quattro pietre, né tantomeno non fare niente in altri punti dove un costone è stato ingabbiato con reti e funi ed è in evidente stato di insofferenza. Un giorno, proprio a causa dei "pericoli oggettivi", questo esploderà, lanciando a decine di metri di distanza sassi, cosicché reti e funi di tenuta diventeranno vere e proprie fruste d'acciaio lanciate nell’ aria e ...povero colui che si troverà a passare in quel momento!

Emil Zsigmondy, alpinista austriaco.
(Foto da internet)
Questo "pericolo oggettivo" possiamo neutralizzarlo se provvediamo per tempo a svuotare le reti, a rimettere in tensione le corde, a sostituire le maglie sofferenti, a rivedere i chiodi di tenuta. Una manutenzione questa con la quale possiamo ridurre (certo non azzerare) il "pericolo oggettivo" e renderlo, quanto più possibile, innocuo. Voglio qui ricordare come in Italia, esista un museo che è fatto in gran parte di camminamenti su passerelle di ferro, che, con largo anticipo e grazie al servizio di previsioni meteo, viene chiuso ai visitatori se le condizioni del tempo volgono al peggio.

Ci vuole tanto? Forse è il momento di ripensare (o rivedere) il concetto di "Sicurezza" anche in altre parti del nostro bel Paese, altrimenti moriremo per eccesso di Sicurezza!



[1] Die Gefahren der Alpen, Praktishe Winke für Bergsteiger (I pericoli delle Alpi, Suggerimenti pratici per gli scalatori) . Lipsia . 1885

sabato 22 febbraio 2020

Perché, in Calabria, ci sono anche montagne?

BIT Milano 2020. Stand della Regione Calabria (Foto Pisarra)
Da oltre dieci anni partecipo, puntualmente, ad ogni edizione della BIT (Borsa Internazionale del Turismo) che si svolge a Milano.
Devo dire che nel corso di questo tempo l’ho trovata via via sempre più povera di idee, di nuovi orizzonti e di proposte turistiche che abbiano al centro l’ambiente, la nostra natura e il paesaggio.
Anche in questa edizione, forse perché l’ho visitata nel suo secondo giorno, di lunedì, non c’era quasi nessuno - intendo dire come pubblico - mentre, a come mi hanno riferito altri, la giornata d’apertura (domenica 9 febbraio) era stata caratterizzata dalla presenza di tantissimi visitatori.
La Fiera è tornata nei vecchi padiglioni di Milano City, brutti e tetri: preferivo lo spazio espositivo di Rho fiera.
L’arrivo per visitare i vari stand ha qualcosa di … strano; si sale ai piani superiori del capannone per l’accredito e poi si scende, con le scale mobili, al piano terra dove ci sono i vari espositori delle regioni italiane; mentre per visitare gli stand degli stati esteri bisogna risalire al piano superiore, sopra lo stesso in cui si trova l’area per l’accredito.

Sono interessato ai luoghi italiani e così prendo la scala mobile che mi porta verso il basso. Nello scendere appare subito lo stand della Regione Calabria, davvero ubicato in posizione strategica (perché lo si incontra appena si lascia la scala mobile) e con la maxi immagine di un maestoso bosco in veste autunnale che mostra l’essenza della nostra regione; essa è seguita, in modo più defilato, da una bellissima immagine del castello di Isola Capo Rizzuto. Due – tra i tanti – asset di cui la nostra regione va fiera.

La foto di apertura dello stand della Regione Calabria
(Foto Pisarra)
Ricordo bene come la prima volta che ho visitato la BIT non ci fosse nessuna altra immagine della natura calabrese che non fosse il mare: sicuramente abbiamo fatto un passo avanti.
Mi avvicino allo stand calabrese e la sorpresa è la didascalia alla grafica, piuttosto pacchiana, della immagine di apertura: “Civita, Raganello. Pollino”. La guardo bene e mi accorgo che è un luogo a me familiare, ma non si trova a Civita! L’immagine è in realtà uno scorcio ripreso da Cozzo Vardo (scattata dalla strada che dal colle del Dragone porta a Piano Ruggio, nel comune di … Morano Calabro.
Mi chiedo chi sia stato quel ‘bischero’ che ha realizzato questa foto e questa grafica; l’autore resta ignoto: l’opera non è firmata… . Lo stesso vale per la foto del Castello di Isola Capo Rizzuto; così come per le immagini che scorrono su un maxi schermo: non se ne dichiara la paternità.
Fa niente. Per quanto sia un fotografo, non è questo che in fondo ora mi interessa.
Stand Regione Calabria. Tavoli delle contrattazioni.
(Foto Pisarra)

Quello che mi interessa, sono i tavoli delle contrattazioni: li vedo affollati da operatori e da clienti che lasciano ben sperare. Passando tra questi, ascolto e osservo; leggo la loro provenienza; sento conversare in ottimo inglese, ma anche in tedesco: questo mi fa constatare che la nuova generazione di operatori turistici della nostra regione quanto meno conosce l’inglese, sa quello che fa e cerca di ben vendere quello che ha.
Mi sento, per una volta, soddisfatto.
Poi mi incammino verso l’esterno dello stand e passo davanti al bancone principale e qui … mi cadono le braccia.

Accanto all’ingresso, è stato collocato un piccolo banchetto, dove  una hostess abbastanza annoiata,  posta ‘a guardia’ di quattro dépliant, un calendario e qualche pieghevole: tutto qui lo spazio riservato ai Parchi di Calabria - Pollino, Sila e Aspromonte? Davvero non ho parole…

Mi fermo in un angolo e aspetto che qualcuno si avvicini per chiedere informazioni: niente. Quando, sto per desistere e allontanarmi, sento la risposta data a un visitatore dalla hostess, in perfetto accento non calabrese: “Perché, in Calabria ci sono anche montagne?
Il banchetto informativo sui parchi in Calabria. (Foto Pisarra)
Ma è mai possibile che uno degli asset principali della nostra regione in ambito turistico (i Parchi nazionali e le aree protette) meritino un simile trattamento?
Non va meglio per la documentazione pubblicitaria. Il tavolo grande è pieno di dépliant sì, ma son tutti di soggetti privati: non ci sono brochure di luoghi, località, mete.
Penso che, forse per l’ondata di persone passata il giorno prima (domenica), sia andato tutto esaurito e quindi siano rimasti gli ‘scarti’.
Alquanto sconsolato, mi allontano in cerca di altri stand dove la mia curiosità possa trovare un minimo di soddisfazione.
Raggiungo lo stand della Regione Basilicata e, nei pressi, incontro un albergatore che conosco da tempo e che mi presenta il sindaco di una importante cittadina turistica della sua regione.

Bene: presentazioni, qualche chiacchiera e… un altro colpo per me: il sindaco con enfasi  mi annuncia che nella sua  cittadina sono stati appena realizzate alcune palestre di arrampicata e che, prossimamente, ci sarà anche un … ponte tibetano.
Mi trattengo dal rispondere … saluto e proseguo.
Ho raggiunto l’ingresso dello stand lucano per dare uno sguardo al materiale illustrativo e ho  trovato sempre i soliti opuscoletti vecchi di oltre dieci anni, quelli ben stampati dall’APT (Azienda di Promozione Turistica).  
 Così La Regione Basilicata vive di rendita.
Alla BIT di quest’anno anche le aree protette della Lucania mostrano di non stare bene. Forse perché il cambio alla guida della Regione non ha avuto il tempo per ben organizzarsi…
Solo per la Val d’Agri ci sono due giovani Guide Ufficiale del Parco a dare informazioni su questa area protetta.

Stand della Regione Puglia: da notare il materiale
 in distribuzione ... (Foto Pisarra)
Visito lo stand della Puglia e qui l’offerta cambia completamente: il bancone è strapieno di materiale pubblicitario e di ottima qualità e la regione è rappresentata tutta.
Una signora, entusiasta e motivata, distribuisce con gioia opuscoli, libri, carte escursionistiche e tematiche e, quasi quasi, si offende se qualcuno non accetta poi la sua offerta dell’opuscolo o del pieghevole della zona verso la quale si è manifestato un certo interesse.
Come non confrontare questo con quanto osservato presso il corrispondente bancone della Regione Calabria?

Che dire della Toscana o dell’Umbria? Le due regioni per quest’anno puntano, rispettivamente, sulla Via Francigena e su i percorsi in mountain bike: nei loro stand trovo guide, carte e libretti su questi temi a iosa.
Sul Trentino, sorvolo: troppo ben organizzato.
Per la Lombardia, con tutte le qualità dei padroni di casa, la scelta è molto vasta. Settori di ogni singola provincia sono ampiamente accompagnati da diversi materiali e di ogni genere.

Ecco per noi calabresi ancora una occasione persa. Ricordo le critiche mosse alla Regione Calabria quando partecipava con numerosi libri, anche di ottima fattura, con dvd e tantissimo materiale pubblicitario che magari riguardava solo la costa.  Ai tempi, per intenderci, dello slogan “Mediterraneo da scoprire”. Quell’anno avevo visitato la BIT nel suo ultimo giorno e, a chiusura avvenuta, attardandomi ad uscire dallo stand della Calabria, avevo visto come il materiale rimasto, anche quello di qualità pregevole, veniva destinato al macero dagli operai addetti allo smontaggio degli stand che lo raccoglievano per deporlo nei cassonetti della raccolta differenziata.   

Oggi, invece, ho visto materiale poco e vecchio, personale ingaggiato, poco professionale e con altrettanta poca voglia….
Magari anche quest’anno chi smonterà gli stand dopo l’ultimo giorno di fiera, butterà al macero il materiale non distribuito… se prima qualcuno non lo metterà da parte per riproporlo l’anno prossimo…
Mi chiedo: ci vuole molto a guardarsi intorno e, semplicemente, copiare quello che fanno gli altri?



mercoledì 13 febbraio 2019

Chi va veloce non vede nulla ...


"Pis trechi glìgora de thorì tìpote", chi va veloce non vede nulla
CLAUDIO CAVALIERE
13 FEBBRAIO 2019
E’ il motto che introduce il trekking grecanico all’interno del Parco nazionale dell’Aspromonte della Naturaliter, cooperativa turistica nata nel 1998, con sede a Condofuri i cui soci, Pasquale Valle, Ugo Sergi, Andrea Laurenzano, calabresi doc, si sono assunti il compito di favorire, estendere ed implementare la cooperazione tra le comunità locali nelle aree scarsamente popolate del Mediterraneo, creando per esse opportunità di sviluppo compatibili con le risorse ambientali, ed occasioni di incontro sociale e culturale coi viaggiatori della natura.
Per questo offrono un mix affascinante di proposte di cammino grazie alla creazione di una rete di servizi turistici in aree protette, capaci di coinvolgere la comunità locale, attraverso percorsi di partecipazione e cooperazione. La Naturaliter ha appena sponsorizzato la nuova Carta escursionistica dell’Aspromonte che riporta la Rete sentieristica che interessa l’intera area protetta aggiornata a inizio anno. Una tavola in scala 1:70.000 mostra l’intero perimetro del Parco e la sua collocazione geografica, con la rete viaria in grado di raggiungere tutte le località e i centri abitati dell’area protetta. Vi sono riportate le emergenze ambientali, cascate, grotte ipogee, formazioni rocciose, gole, sorgenti e la copertura forestale a uliveto, boschi di latifoglie e conifere. E’ Inoltre riportato il tracciato del Sentiero Italia, del Sentiero del Brigante e l’intera Rete sentieristica ufficiale (con la relativa numerazione) ricadente all’interno dell’area protetta. L’altra tavola è di dettaglio. In scala 1:30.000, evidenzia il settore meridionale del Parco Nazionale dell’Aspromonte e, precisamente, l’intera area grecanica. In questa tavola è riportato, per la prima volta, il tracciato del “sentiero dell’Inglese”, il viaggio che Edward Lear compì nell’estate del 1847 nell’area grecanica. “Abbiamo affrontato la salita per Bova per diverse ore. Ma pur camminando faticosamente verso Bova, la città sembrava il vascello fantasma, mai vicina. … e davvero magnifica era la vista guardando indietro … l’immensa prospettiva di linee degradanti e di torrenti era certamente una delle più suggestive scene che si possano trovare nella bella Italia”. (E. Lear. Diario di un viaggio a piedi, Rubbettino editore, 2009). Da Pentidattilo a Staiti in otto giorni, la Naturaliter organizza anche questo trekking con asini al seguito per il solo trasporto dei bagagli, sull'itinerario percorso dal paesaggista viaggiatore inglese. L’obiettivo non è solo quello di utilizzare gli asini per un trekking speciale, ma dare anche un contributo fattivo al tentativo di contrastare l'estinzione del forte e testardo quadrupede. L’opera di ripopolamento della specie asinina ha raggiunto un primo risultato, un evento storico: dopo 30 anni, il primo parto in Aspromonte! Con la nascita di Gelsomina, e poi di Ciccio. Le coordinate della Carta sono riferite all’ellissoide internazionale WGS84; il reticolo di riferimento è UTM Fuso 33. Alla costruzione della Carta ha contribuito anche Emanuele Pisarra geografo, calabrese di Civita, guida ufficiale del parco nazionale del Pollino, socio della Società geografica italiana, giornalista naturalista, titolare dell’agenzia Acalandros Tour che ha elaborato i dati per l’Acalandros Map Design e con il quale abbiamo dialogato.
Claudio Cavaliere.
La Calabria è terra di parchi ma è evidente che non esprimono il potenziale possibile. Tu hai sempre avuto un atteggiamento critico ma costruttivo verso la gestione dei parchi calabresi. Cosa manca e cosa occorre perché affermino pienamente il loro ruolo istitutivo che è di tutela, di valorizzazione, di educazione e di sviluppo?
La situazione dei Parchi calabresi, così come quella di tutte le aree protette d’Italia, è il risultato di una mancata politica di sviluppo incentrata su chi deve fare cosa e quale deve essere la “mission” di un parco.Il discorso sarebbe molto lungo. In breve, i dirigenti dei parchi calabresi (ma, sottolineo, non solo loro, bensì tutti quelli delle aree protette del nostro Paese) si sono trovati, all’improvviso, senza direttive da parte dello Stato (leggasi Ministero dell’Ambiente) e ciò ha prodotto una politica del “fai da te” sulla scia di quanto avvenuto con le vecchie Comunità montane, nel momento in cui sono andate in via di dismissione. Praticamente si è voluto abbandonare lo spirito dell’articolo 1 della legge istitutiva dei parchi, dove si afferma con forza che la prima azione da intraprendere è la conservazione degli ambienti naturalistici e paesaggistici e, solo dopo, si dà spazio ad operazioni per la presenza dell’uomo. Rispetto a quanto stabilito dalla legge istituiva, con la quale si dava un taglio alla gestione di tipo “antropocentrico”, si è tornati a una situazione in cui l’uomo la fa da padrone a discapito della natura. Ma, soprattutto, manca l’amore per la propria terra, la forza di agire in nome di un interesse comune a discapito di pochi; manca una visione di medio e lungo termine, e mancano i fondi che sono sempre più ridotti a causa delle varie congiunture economiche degli ultimi anni. I risultati sono davanti agli occhi di tutti: i paesi si spopolano, la montagna – per la sua componente umana- è sempre più silenziosa, deserta, priva di vita o quasi.
Civita, Bova, Sersale. Tre paesi calabresi nei quali il turismo ambientale montano è diventato fondamentale per il loro sviluppo. Tre modelli che, nella loro diversità, mi pare abbiano una caratteristica comune, quello di avere sviluppato “dal basso”, come si dice, una proposta di accoglienza e offerta. Ritieni siano dei modelli replicabili nel resto della regione?
Tre modelli, diversi fra di loro, sicuramente da studiare, copiare e adattare a molti dei paesi della nostra regione. Soprattutto a quelli che ricadono nei territori dei nostri parchi. Con una unica accortezza: di non essere voraci, di non pretendere tutto e subito, di non avere velleità da “guadagno facile” perché, altrimenti, il rischio concreto di replicare nei paesi dell’entroterra il “modello costiero” del mordi e fuggi è dietro la porta.Approfitto di questa occasione, per sottolineare come, ancora una volta questi modelli “dal basso”, per riprendere la tua espressione, necessitino di una rettifica di direzione, in quanto, sono in fase di “sbandamento”. Almeno per quanto riguarda la realtà di Civita, che conosco meglio in quanto la vivo tutti i giorni. E qui mi permetta di fare una brevissima cronistoria, tanto per inquadrare il concetto che voglio esprimere. L’idea dello sviluppo verso una direzione di tipo naturalistico è nata da un gruppo di persone che gravitavano intorno all’allora circolo di cultura “Gennaro Placco”: siamo alla fine degli anni Ottanta, quando, per la prima volta, si organizza – tra le tante iniziative – una conferenza stampa per soli giornalisti stranieri, in prevalenza provenienti dalla Germania. Ecco quell’incontro fu un successo, nonostante lo scetticismo di molti governanti locali. A quella proposta seguirono molti passaggi televisivi, articoli su importanti riviste nazionali, che portarono alla notorietà la nostra comunità in ambito nazionale e anche oltre. In quel momento fu fatta una scelta “alta”, nel senso che la comunità si doveva aprire ad un pubblico colto, desideroso di conoscere, comprendere la realtà della minoranza arbëreshe che abita in Italia da oltre mezzo millennio e va fiera delle sue tradizioni, usi, costumi. Oggi, è necessario il ritorno a questi principi basici; altrimenti perché uno dovrebbe venire a Civita, o in un altro dei tanti bei paesi della nostra Calabria, se trova le stesse cose che essi offrono, ad un tiro di schioppo dalla propria città?Non abbiamo bisogno di “ponti tibetani” o nepalesi, di funivie, di strade a scorrimento veloce: anzi, direi proprio il contrario. Ben restino le strade tortuose, a patto che abbiano un ottimo fondo, ben mantenuto, perché danno quel senso di penetrare in una nuova dimensione spazio-temporale, di appartenenza al luogo; Sì, resto fortemente convinto che bisogna dare priorità a mille progetti di piccola entità piuttosto che a mega lotti, fatti di enormi somme, ma dalla dubbia efficacia per le comunità.
Il 20 agosto 2018 ha segnato uno spartiacque per la vostra comunità. E’ facile dimostrare che eri stato lungimirante nel denunciare una situazione di fruizione delle gole pericolosa e nociva per l’ambiente. Cosa cambia adesso per Civita e quale lezione si può trarre da una tragedia da tanti considerata “annunciata”.
Quando una comunità – attratta dal facile guadagno – non si ferma a riflettere, a fare un “tagliando” della situazione, è facile che cada in preda una sorta di delirio di onnipotenza, dove tutto è lecito, tutto si può fare, senza pensare alle conseguenze, più o meno gravi, che da questa mancata riflessione possono derivare. È esattamente quello che è accaduto a Civita. Spero e mi auguro che questa lezione sia da esempio per tutti.Quando si sente dire: “hanno pagato e quindi devono scendere a tutti i costi” e mi riferisco alla risposta data in un dialogo, a cui avevo assistito, tra un signore ultra novantenne che manifestava tutte le sue rimostranze, avendo trascorso gran parte della sua vita all’interno delle gole del Raganello, e gli organizzatori delle escursioni nel Canyon del Raganello - vuol dire che abbiamo raggiunto il fondo.L’ingordigia, la sete di denaro, il “cogliere l’attimo”, nonostante i segnali di pericolo dati dalle frequenti piogge pomeridiane che da qualche giorno colpivano la Valle, hanno fatto superare il limite.E qui mi permetto di raccontare – per la prima volta - un piccolo episodio. Per la mia esperienza ultra trentennale di guida e accompagnatore di montagna, ma soprattutto come abitante di Civita, che conosce le insidie del Raganello e delle gole, e come vittima, per fortuna senza tragiche conseguenze, di una piena, proprio il giorno di ferragosto, avevo chiesto al mio sindaco di voler prendere provvedimenti con l’emanazione di una ordinanza di divieto di accesso proprio in base a questi strani eventi metereologici pomeridiani che notavo da un po’ di giorni. Consapevole che essa avrebbe causato danni alle varie compagnie di escursioni, mi ero limitato a suggerire che l’ordinanza si limitasse al solo pomeriggio. Magro, magrissimo il tentativo di consolazione, giuntomi da tanti che mi conoscono, del Nemo propheta in patria. Governare, significa, come sosteneva Bertrand Russell, che ogni tanto bisogna prendere qualche decisione impopolare, consapevoli che questa concorrerà allo sviluppo della comunità a discapito di pochi portatori di interessi immediati.Mi auguro, dal profondo del cuore, che quanto accaduto in agosto a Civita faccia riflettere su come il “fare grandi numeri” spesso non sia un modello di sviluppo sostenibile. E le conseguenze che se ne pagano, generalmente, sono altissime.Civita ha una capienza di circa diecimila presenze turistiche/anno.Con questi numeri la comunità può reggere l’impatto ed avere un tornaconto economico.Negli ultimi tempi, aveva spinto l’acceleratore fino a superare le ventimila presenze a discapito della qualità sia in termini di servizi che di accoglienza.Inoltre, non abbiamo più bisogno di dire sì a tutto e a tutti: dopo quarant’anni di attività, siamo nella condizione di poter scegliere, di non farci abbindolare da facili “notorietà” millantate da produttori e registi cinematografici. Non temiamo che un mancato passaggio nei titoli di coda di film o serie televisive dai temi facili possa nuocerci.Mi auguro che si ritorni ai piccoli numeri, alla qualità dei servizi; a parlare di visitatori, amici ospiti e non turisti. Meglio ospitare un visitatore disposto a spendere cento euro al giorno che cinque turisti che spendano venti euro a persona: ritroviamo il rapporto umano l’incontro, il dialogo…
L’impressione che ho è che nella fruizione dell’ambiente calabrese collidano due modelli: quello di chi tende ad offrire un sistema prevalentemente se non esclusivamente estetico-emozionale e chi cerca di aggiungervi una dimensione di conoscenza, meno semplicistica, secondo il motto ”camminare per conoscere e conoscere per proteggere” consapevoli che le sole emozioni sono transitorie, fatue non garantiscono il vero cambiamento che è l’obiettivo dell’educazione ambientale. Si possono integrare i due aspetti o si rischia di trasportare anche in montagna l’esperienza marinara calabrese?
Noi, sul Pollino, possiamo dire, con orgoglio, che abbiamo dato una svolta al modello di uso della montagna di ispirazione silana. Mi riferisco ai vari episodi di dubbio sviluppo che si volevano attuare alla fine degli anni Sessanta anche sul nostro massiccio. Un gruppo di intellettuali riuscì a bloccare quelle speculazioni e non avemmo una fotocopia di Campitello Matese; Villaggio Mancuso o Camigliatello Silano alle pendici di Serra di Crispo a poco meno di duemila metri di quota. In compenso abbiamo mantenuto una natura pressoché intatta.Ora vorremmo portare all’incasso questo modello. Abbiamo l’ambizione di voler utilizzare metà quota a disposizione per infrastrutture (a partire dal basso: alberghi, b&b, campeggi e rifugi) e lasciare il resto al libero “godimento”, per dirla con John Muir, fondatore del Sierra Club, la prima associazione ambientalista in ambito mondiale.Per essere ancora più chiaro: come si sa il Massiccio del Pollino ha cime che superano i 2200 metri e, per fortuna, i centri abitati sono posti a corollario dei monti, lasciando libera la parte più in alto.Oggi questo dato torna comodo per progettare un uso sostenibile della parte in quota.Ossia, a partire dai 1200-1300 metri in su, si può pensare di ridurre progressivamente la presenza stabile dell’uomo, fino ad azzerarla. Intendo dire che bisogna prendere tutti quei provvedimenti giuridico-legislativi per agevolare la presenza dell’uomo fino a queste quote e disincentivare insediamenti nella fascia alta del faggeto.Le pendici della montagna hanno bisogno dell’uomo perché la sua presenza contribuisce a mantenere quell’equilibrio utile alle sue attività a basso impatto ambientale; mentre la restante parte deve, progressivamente, tornare a quello stato naturale che la caratterizzava prima dell’arrivo dell’essere umano. Quello stato che gli esegeti della natura chiamano wilderness. Creare una rete sentieristica in grado di ben collegare tutte le località più rinomate; realizzare punti di partenza (start point) raggiungibili anche con una Ferrari; attivare i tanti rifugi costruiti e mai aperti; manutentare la rete stradale di avvicinamento; chiudere - o almeno limitare l’uso - di qualche strada che oggi non ha più ragione di esistere.
Sei uno che ha deciso di rimanere. Evidentemente ci sono cose per le quali è valso la pena restare, che ti hanno soddisfatto così come è ovvio che vedi anche un futuro possibile … Cosa è cambiato in questi anni, in positivo e in negativo.
Ci vuole più coraggio a rimanere che ad andarsene, ed è davvero molto dura, soprattutto per coloro, tra i quali mi pongo di diritto, che si ritengono “liberi pensatori”.Sono sempre stato convinto del fatto che l’istituzione di un parco nazionale sia di difficile “digestione” per la generazione che lo vede nascere; ma può dare avvio ad un nuovo tipo di sviluppo per le generazioni successive, perché a volte, per poter usufruire di benefici futuri, bisogna che qualcuno si sacrifichi nell’immediato. E noi siamo la generazione sacrificata in nome di un nuovo modello di sviluppo.E però vedo sempre più scemare i presupposti pregnanti di una comunità minoritaria chiusa e racchiusa tra monti un tempo inaccessibili; di ciò oggi è complice la rete che da un lato unisce e offre tantissime opportunità per portare i propri progetti nel mondo, ma dall’altro contribuisce a uniformare gusti, pensiero, cultura, scelte politiche…Basta avere le idee chiare su cosa si vuole fare da grandi e perseguire l’obiettivo con passione e determinazione.I nostri parchi sono l’ultimo baluardo prima del grande abbandono della nostra ricca, variegata e stupenda Calabria.


NOTA
Conosco Claudio Cavalieri da anni. Una persona colta, fine analista della "questione Calabria", con il quale amo scambiare opinioni, sensazioni e impressioni sulla nostra bellissima regione e sulle nostre montagne. In occasione della uscita della nuova Carta dell'Aspromonte abbiamo discusso a lungo sulle questioni che più "attanagliano" la nostra situazione. Da questa conversazione, l'animo indagatore del Sociologo ha prevalso... e,  come se fossi disteso su di un letto dell'analista, mi ha tirato fuori tutto il mio sentire sulle questioni che da anni impegnano la mia esistenza. 
Grazie Claudio. Un bicchiere dell'ottimo vino di mio fratello ... lo meriti tutto. 





lunedì 11 febbraio 2019

A cosa servono i parchi nazionali?



Una volta avevo le idee chiare. Oggi, vista la piega degli eventi, non sono più sicuro delle mie utopie.
In primo luogo, la “questione ambientale” è posta – secondo alcuni autorevoli sondaggisti - tra la quattordicesima e diciottesima posizione dei desiderata degli italiani.

Come a dire che la variazione di posizione è in funzione alle disgrazie del momento. Quando la televisione, a reti unificate, annuncia il disastro provocato da una tromba d’aria, che abbatte migliaia di alberi idonei a diventare legno per violini, allora la quotazione sale. Dopo qualche ora, arrivano altre notizie, magari dell’ennesimo attentato terroristico o dello sciopero contro l’aumento del prezzo della benzina ad opera di gruppi di cittadini indignati per il caro vita, l’asticella dell’interesse verso l’ambiente, i parchi e la natura in generale, inesorabilmente scende, almeno fino alla prossima disgrazia. E avanti così.

Sul crinale ... verso la Manfriana. (foto da Internet)
Nel frattempo, i parchi, spogliati da qualsiasi prospettiva a medio e lungo tempo, vivono di espedienti di piccolo cabotaggio, tanto per far vedere che esistono. In realtà la loro presenza non interessa più. Purtroppo il loro ruolo di protezione della Natura, di conservazione di luoghi, habitat, specie animali e vegetali è tristemente azzerato.

Qualche giorno fa, ho curiosato tra le pagine del sito del nostro Ente Parco, così come tra quelle della Sila e del vicino Parco della Val d’Agri, alla ricerca di delibere, atti amministrativi, provvedimenti che mostrassero un qualche interesse verso la conservazione: poca roba, quasi niente.
Nella relazione di bilancio dell’Ente Parco del Pollino, si legge che le azioni di conservazione tutela e promozione per il 2019 sono riferite a “interazione tra cinghiale e biodiversità, monitoraggio del gatto selvatico e della martora, conservazione della lontra, programma INNGREENPAF [??? Ndr], progetto Boschi Vetusti, Indagini sul pino loricato, Rete Natura 2000”. Peccato che le stesse voci si ripetano da … qualche anno.
Così come si ripete la litania sul Piano del Parco, licenziato nel 2011, e ancora in attesa di approvazione da parte delle Regioni, perché possa essere poi promulgato dal Ministero dell’Ambiente.  È ovvio come, in assenza di uno strumento di governo del territorio, si navighi a vista e con tutti i problemi che esso comporta.
Se a questo si aggiunge un “governo politico” mediatore, poco decisionista, anzi opportunista, abbiamo, come logica conseguenza, una serie di azioni che risultano ben poco “ambientali”. In Val d’Agri, si ha come interlocutore le maggiori compagnie petrolifere del mondo, le quali elargiscono contributi più o meno consistenti in cambio di favori normativi per i propri interessi. Per il Pollino la situazione non è diversa. Da noi il maggior “finanziatore” è l’Ente nazionale per l’Energia (leggasi Enel) che, in nome di non ben definite “misure di compensazione”, “sborsa” ben 1.750.000,00 euro  perché sia chiuso un occhio sulla Centrale del Mercure.

Un tratto del fiume Lao (foto da Internet)
Nella stessa relazione di bilancio dell’Ente del nostro Parco, viste le scarse risorse ricevute dal Ministero dell’Ambiente, si paventa la necessità di istituire biglietti di ingresso nei luoghi del parco più visitati da turisti e scolaresche e di  dismettere strutture che “comportano spese senza alcun ritorno economico”.
Quali sono questi luoghi più affollati?
L’Ecomuseo del Pollino e le aree faunistiche di Bosco Magnano e di Acquaformosa.
E le strutture da dismettere?
Nella relazione non si fa alcun cenno ai tanti Centri visita chiusi, abbandonati da anni, in parte già restituiti ai legittimi proprietari (i Comuni) che sono in difficoltà su come poterli utilizzare.
A questo proposito ricordo la notizia di qualche giorno fa, pubblicata da più quotidiani italiani, riguardante il blocco delle attività dell’Amministrazione americana a guida Trump. L’ostruzionismo politico – se ho capito bene – degli avversari del presidente degli USA ha come logica conseguenza il mancato finanziamento della macchina amministrativa nel suo complesso: niente stipendi, stop al riscaldamento negli uffici pubblici e nei centri visita dei Parchi nazionali chiusi.

L’ufficio federale dei Parchi (National Park Service), l’equivalente del “Servizio di Protezione della Natura” del nostro Ministero dell’Ambiente, chiude tutte le aree protette e sospende qualsiasi attività.
L’unica notizia positiva, che proviene dal nostro parco, grazie alla “pressione martellante” del consigliere Ferdinando Laghi, riguarda l’intenzione di acquistare la famosa proprietà Palombaro, in cui si è registrato lo scempio di Serra del Prete. Intendiamoci: la proprietà privata è sacra, tuttavia non si possono autorizzare tagli boschivi in piena “zona uno” del Parco, a quote altimetriche significative.
A seguire, si legge nella relazione di bilancio, che l’Ente Parco finanzierà una campagna di scavi archeologica a Laino Borgo, condotta dall’Università di Messina.

Alpinisti sulla via ferrata "Peppino Sirangelo" . (Foto da Intenret)
Quindi viene indicata la “riqualificazione corposa” della rete sentieristica. “Scopo di tale iniziativa è quello di rendere fruibili e sicuri un numero limitato di sentieri, all’interno dei quali il visitatore dovrà essere obbligatoriamente accompagnato da una Guida Ufficiale del Parco Nazionale del Pollino”.
E qui mi cascano i pochi capelli rimasti. 
Mi vengono i brividi quando sento parlare di “sentieri sicuri”. Conosco troppo bene questa affermazione per dire che i sentieri sono presi di mira per spendere tanto denaro in opere strutturali che con la sentieristica e il modo di andare in montagna non hanno nessuna attinenza. Mi riferisco a opere come le staccionate di legno, spesso usate come scusa per far lievitare i costi; oppure cartellonistica, torri di avvistamento, scalinate e cestini per l’immondizia da posizionare lungo i percorsi per poi abbandonarli al loro destino … almeno fino alla prossima sovvenzione.
Infine, troviamo ancora finanziamenti tesi al “rilancio turistico” riguardante le scolaresche in visita nel nostro parco.
Civita vista dalla Timpa del Demonio (foto da Internet)
E per chiudere, la partecipazione agli eventi di Matera Capitale della Cultura 2019 ed il progetto Fiera Festival Autentica Sud finalizzato a stabilire nuove partnership. Inoltre, quest’anno sarà rivolto uno sguardo al panorama internazionale con due iniziative: una tesa alla partecipazione del Parco, insieme alla Regione Calabria, al Peperoncino Jazz festival New York Session, con l’Associazione Culturale Picanto, attraverso la quale, nell’arco della settimana dal 20 al 26 maggio 2019, si potrà promuovere il nostro territorio insieme alle eccellenze enogastronomiche; l’altra è quella relativa al cosiddetto “turismo genealogico”: un programma di iniziative che intendono favorire i contatti e gli scambi tra persone che pur essendo legate affettivamente ai luoghi d’origine non vi fanno ritorno da molto tempo ed a quelle persone che ritrovano interesse nel vivere quella montagna dove “sentono” di avere le proprie radici.

In mezzo a queste “lodevoli” iniziative, così, “an passant” non poteva mancare un “lavoro pubblico” come il completamento con asfalto e annesse opere edili, della strada Terranova del Pollino – San Lorenzo Bellizzi, il consolidamento del costone roccioso sul Raganello dell’abitato di Civita, il completamento del parcheggio della sede del Parco e il “completamento” del polifunzionale di Campotense (meglio conosciuto come Trampollino) con annessa caserma forestale. Ovviamente, si coglie l’occasione per annunciare la gara pubblica per l’affidamento della gestione del Trampollino, ma questa per farci cosa? Non è dato a sapersi. 

E il marchio del Parco? Non abbiamo notizie. Nessuna informativa sul perché sempre più aziende vi rinuncino.

Tutte le iniziative ecologiche, ambientali, di conservazione della natura dove sono?????
Così come non abbiamo notizie sulla tragedia accaduta quest’estate nel Raganello.
Potrei continuare ad elencare le tante informazioni che si ricavano leggendo, soprattutto, le delibere di fine anno, quelle che servono a spendere i residui di cassa: ci sono perle di straordinaria unicità.
Ma non voglio tediare ulteriormente quei “quattro lettori” che hanno avuto la pazienza di leggere questo articolo fino a questo punto.
Invito, comunque, ad andare a curiosare sui siti dei parchi, nei meandri delle delibere dell’ultima ora: troverete cose che “voi umani” … non avreste mai pensato. Perché non si restituiscono le chiavi dei Parchi al Ministro dell’Ambiente?

Emanuele Pisarra 






PS
Questo articolo è stato pubblicato sul periodico PASSAMONTAGNA della sezione CAI di Castrovillari.