Parola di Acalandros
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La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana
Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)
giovedì 12 febbraio 2026
Voterò NO
mercoledì 31 dicembre 2025
Spirito e Natura nel Cammino Basiliano
Ci sono voluti diversi anni per individuare un percorso che ottimizzasse logisticamente un cammino con le comunità, il territorio, gli ambienti naturali, la rete viaria e la Calabria.
| Valle del Raganello (Foto archivio Pisarra) |
È nato così il Cammino Basiliano che attraversa tutta la
Calabria orientale, partendo da Rocca Imperiale per raggiungere Reggio Calabria.
Iniziando dall’Alto Ionio, si parte dalla piazza Castello di
Rocca Imperiale, si attraversano prima il Pollino e la Sila, quindi si
percorrono le Serre e l’Asp
romonte per concludere il percorso al Duomo di
Reggio Calabria.
A questo
itinerario, recentemente, abbiamo aggiunto anche un tratto lucano con partenza
da Lauria e che, passando per i due Castelluccio (Superiore e Inferiore), si
collega al tracciato primitivo sia all’altezza della tappa Alessandria del
Carretto-Cerchiara da San Lorenzo Bellizzi, sia direttamente ad Alessandria del
Carretto.
In
sintesi questo tracciato è suddiviso in 83 tappe, tocca 10 tra i borghi più
belli d’Italia - 6 dei quali si fregiano della bandiera arancione, attraversa 5
siti Unesco per un percorso di un totale di 1560 km fra Calabria e Basilicata.
Ma all’origine di questo percorso c’è un pezzo di storia delle
terre del nostro Meridione che per lunghi anni fu teatro di guerre con
vicende alterne tra Saraceni, Longobardi e Bizantini.
In particolare, il nostro Cammino si è focalizzato su questa
storia e ha preso il via da quei monaci in fuga dalla Grecia e dai paesi vicini
perché l’Imperatore di Costantinopoli, Leone
III Isaurico, al centro di una complessa situazione politica e religiosa, aveva
emanato una serie di editti contro la venerazione delle immagini.
In tutta
quella che è passata alla storia come lotta iconoclasta, molti iconoduli, per
non subire persecuzioni, cominciarono a trasferirsi anche verso l’Italia
meridionale dove vi erano sia insediamenti bizantini che longobardi.
Alcuni storici riferiscono che tra il 726 e l’842 si sia verificata una massiccia emigrazione di monaci dei quali circa 50.000 si stabilirono nell’Italia meridionale, dando origine a quel fenomeno del monachesimo greco che tanto ha contrassegnato questi territori.
Senza
entrare nei tecnicismi religiosi, i monaci
basiliani si ispirano alla così detta “regola” di san Basilio,
il vescovo e teologo di Cesarea, detto “il Grande” nato nel 330 e
morto nel 379.
La sua Regola è un insieme di indicazioni
finalizzate alla disciplina individuale e comune dei monaci. Un “modus vivendi”
ideale, un particolare stile di vita teso a raggiungere la perfezione cristiana.
Le comunità basiliane ruotavano
attorno al cenobio organizzato in celle e romitori autonomi, con luoghi di
preghiera e di lavoro comuni, in cui si viveva favorendo la correzione dei difetti e l’aiuto reciproco tra monaci
perseguendo una vita contemplativa contraddistinta dal lavoro manuale che
rafforza il corpo, dalla preghiera che rinfranca lo spirito e dallo studio
della Sacra Scrittura che illumina la mente.
Questo territorio
in gran parte disabitato e ricoperto da foreste impenetrabili, accolse molti di
loro che migravano portando con sé libri sacri e icone e dove poi vennero agevolati
anche dall’abolizione del divieto della venerazione delle immagini, stabilito
dal Concilio di Nicea del 787 e poi riconfermato da quello di Costantinopoli
nell’843.
Negli Acta Sanctorum e
nelle agiografie, con cui i seguaci hanno descritto la vita e i miracoli di
alcuni anacoreti che si erano ritirati in questo territorio, sono riportati anche
alcuni eventi di cronaca quotidiana.
| Torre Mordillo (Foto archivio Pisarra) |
Tante le figure di santi bizantini vissuti in queste contrade e
che hanno lasciato traccia anche nei toponimi come Elia lo Speleota o Giovanni
Therestis.
Una delle figure più celebri fu Nicola Malena, nato da famiglia
illustre a Rossano intorno al 909, che accettò la regola monastica assumendo il
nome di Nilo da Rossano. Abbandonati tutti i suoi averi a Rossano, si ritirò in
una caverna nei pressi di San Demetrio Corone, dove condusse una vita da asceta
nutrendosi di pane, radici e frutta.
Altri monaci
greci, sempre alla ricerca di zone tranquille ed isolate, risalirono verso
l’interno navigando lungo i fiumi che sfociavano nello Jonio e fondando molti
monasteri.
Nel corso
del tempo si andò verso la stabilizzazione progressiva delle istituzioni
monastiche e con essa si andò registrando la trasformazione del paesaggio circostante
con orti e campi seminati, i primi vigneti distanziati da alberi da frutta; si
vennero a costituire grandi aziende agricole dove ai contadini che vi
lavoravano era concessa la possibilità di edificare abitazioni nelle vicinanze.
I monasteri avevano ottimi rapporti
con le autorità bizantine e con il clero latino che stimava l’ampia intesa
riconosciuta dai monaci greci tra le popolazioni locali.
Conoscendo
la medicina, i monaci curavano i coloni e i loro famigliari dalle
indisposizioni che li colpivano e ciò ampliava la loro influenza sulla popolazione e anche sulle
persone importanti che, di fronte alle malattie, si rivolgevano a loro per
sottoporsi alle cure e, una volta guariti, elargivano cospicue donazioni per
riconoscenza.
Queste donazioni, totalmente esentate dai tributi, consolidavano
il potere dei monaci bizantini. Di conseguenza il notevole incremento del
patrimonio dei monasteri non era proporzionalmente collegato con l’aumento del
numero dei monaci per cui questi dovevano stipulare con i coloni contratti di lavoro
che dipendevano dalle condizioni di costoro e dalla situazione dei terreni.
I vari tipi di contratti – enfiteusi, pastinato ad laborandum
e altri – comportarono anche un riassetto della popolazione sul territorio e un
certo movimento nella scala sociale. Tutta la Calabria fu interessata da questo
“modus operandi” dei monaci basiliani, i quali oltre all’amministrazione dei
sacramenti agivano anche da imprenditori e organizzatori sociali.Il Calabrone
In sintesi: “Il Cammino Basiliano nasce per promuovere la
riscoperta di antichi sentieri e raccontare quel territorio calabro-lucano
plasmato da uomini di fede che hanno vissuto in armonia con la natura e ci
hanno lasciato straordinarie sintesi culturali.
Il Cammino Basiliano promuove un turismo lento, in sintonia con
il silenzio dei monaci basiliani dei quali è possibile seguire le tracce dal
confine della parte meridionale della Basilicata fino ad affacciarci sul mitico
Stretto di Scilla e Cariddi”[1].
BIBLIOGRAFIA
Bagnetti Gian Piero, L’età Longobarda, Hoepli, Milano 1941
Bartolomeo da Rossano, Agiografia di Nilo da Rossano, Cosenza
1720
Cappelli Biagio, “Alla ricerca di
Latiniano” in Calabria nobilissima, vol.
14 (1969) pp. 43-58.
ID., Il
monachesimo basiliano ai confini Calabro Lucani, Fiorentino, Napoli 1963
ID., Medioevo
bizantino nel mezzogiorno d’Italia, edizioni il Coscile; Castrovillari 1993
Pedio Tommaso, La Basilicata longobarda, Editore Levante, Bari 1987
Pisarra Emanuele, A piedi sul Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari 2001
ID: Carta
escursionistica del Parco nazionale del Pollino, Edizioni Prometeo,
Castrovillari 2024
Russo Francesco, I Monasteri greci ai confini calabro lucani, Grottaferrata 1962
Santoro, Paolo Emilio, La storia del Monastero di Carbone con la
continuazione di d. Marcello Spena; [a cura di] Luigi Branco; presentazione
di mons. Rocco Talucci, Osanna, Venosa 1998
Toscani Vincenzo, La leggenda di San Giorgio e lo stemma civico di Oriolo, Grafiche
Abramo, Catanzaro 1985
Vitarelli Lucio, “La dominazione bizantina”, in Lo stato di Noja, a cura di Mimmo Filomeno, Consiglio Regionale
della Basilicata [Potenza] 2008, pp. 25-38.
Von Falkenhausen Vera, La dominazione bizantina nell’Italia
meridionale da IX al XI secolo, Ecumenica Editrice, Bari 1978
venerdì 24 ottobre 2025
Sui sentieri del Pollino: manutenzione, memoria e libertà di camminare
Fino a non molto tempo fa gran parte della comunità che abita il Pollino si spostava su antiche vie interne, spesso a piedi, di rado con la cavalcatura.
Oggi questo sistema viario è stato, in parte, trasformato in strade rotabili, per cui è venuta meno la necessità di muoversi a piedi.
Resta però il bisogno dell’uomo moderno di camminare per diletto, per sport, per piacere, nel silenzio di boschi, cime, creste e crinali. «Camminare non è semplicemente terapeutico per l’individuo, ma è un’attività poetica che può guarire il mondo dei suoi mali», ricordava Bruce Chatwin in uno dei suoi racconti di viaggio.
Camminare è una pratica di benessere psicofisico ma anche uno strumento per riconnettersi con sé stessi e con ciò che ci circonda. Adattando un vecchio adagio calabrese: «basta la salute e un buon paio di scarpe per partire alla scoperta del mondo».
Non è vero che non c’è tempo per camminare. Come se non ne buttassimo via, di tempo, davanti al computer, a guardare viaggi virtuali o chattando. «Non esiste nulla nella vita che non possa essere rimandato. Ma voi ancora non lo sapete, perché non avete conquistato la saggezza del camminatore», scrive Paolo Rumiz.
Il camminare è diventato un’impresa rivoluzionaria. Non serve essere atleti esperti, aver scalato il Monte Bianco o raggiunto il Polo Nord. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e muoversi a piedi ogni volta che è possibile. Liberarsi della “dittatura” della velocità significa ampliare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria più efficiente, è più creativo. Chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la più semplice esperienza in un’avventura bellissima.
Sulla scia di questi pensieri e nel rispetto di uno dei principi cardine del nostro Sodalizio, abbiamo fatto manutenzione a diversi sentieri ricadenti nel nostro Parco che fanno parte della REI (Rete Escursionistica Italiana) per la Calabria.
In primo luogo abbiamo messo mano alla segnaletica di alcune tappe del Sentiero Italia, il nostro “pezzo forte” della parte della sentieristica REI che ricade nel Parco. Da Piano di Lanzo a San Sosti: una tappa bella, faticosa, lunga, dai paesaggi vari e unici, in uno scenario in continuo cambiamento. Foreste di faggio sempre più fitte si alternano a balconate dagli ampi orizzonti come la Valle del Fiume Rosa, uno “spaccato” tra cime dai nomi evocativi (Pietra dell’Angioletto, Due Dita, Artemisia) e antiche vie commerciali tra la Pianura di Sibari e la costa tirrenica.
Ampi pianori dai nomi che ricordano eventi o passaggi di eserciti — Campo di Annibale, Piano di Casiglia, Piano Pulledro — sono raggiungibili percorrendo il Vallone della Zoppatura e Sferracavallo. Luoghi faticosi per le cavalcature e per le caviglie. Abbeverandosi all’Acqua di Frida, Acqua del Mangano, Acqua Marchesano o Acqua della Tardea, si attraversa un paesaggio in cui ogni fonte racconta una storia.
Nel camminare, spesso il pensiero va alle tante persone che hanno abitato, portato gli armenti al pascolo e lavorato su questi fazzoletti di terra strappati alla vegetazione. Generazioni che hanno fatto tanta fatica per un tozzo di pane.
Su questa tappa del Sentiero Italia non manca un affaccio su un luogo ameno e ricco di religiosità come il Santuario della Madonna del Pettoruto. Immerso in una foresta di lecci, posto su una superficie terrazzata a strapiombo sul fiume Rosa, appare come un’isola di colore a contrasto, una macchia nel verde intenso della lecceta e del faggeto. Nel silenzio più assoluto e riparato dai venti freddi e umidi del Tirreno, in lontananza si intravedono le prime case di San Sosti. Una vera e grande illusione ottica: per raggiungerle occorre percorrere ancora un lungo tratto a zigzag della mulattiera, passare per i ruderi del Castello della Rocca e confluire infine sulla statale che porta in Piazza Mercato.
Un altro intervento di “rinfresco” della segnaletica l’abbiamo fatto sul sentiero che porta al Passo del Principe sulla Manfriana. Un crinale spettacolare, a cavallo di due mondi in apparenza lontani. Da una parte l’alta Valle del Raganello, la Timpa di San Lorenzo e la Fagosa; dall’altra la Valle del Coscile, intensamente abitata.
Questa lunga cresta, posizionata in senso nord-sud sull’Appennino calabro-lucano, funge anche da spartiacque climatico: ai suoi piedi, ad oriente, termina la corrente calda originata dal Golfo di Sibari, che procura una piacevole brezza nella calura estiva.
A volte sembra di sentire le voci di uomini, donne e ragazzi che hanno percorso l’alta Valle del Raganello, attraversato la Fagosa per recarsi ai pascoli alti o in pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Pollino. E prima di loro, immagino i soldati lucani che presidiavano la Manfriana per lanciare l’allarme se i Bruzi o i Bretti salivano dalla pianura.
Dall’altro versante, invece, si rivedono le legioni romane che percorrevano la via Popilia o i viaggiatori del Gran Tour alla scoperta della Calabria.
La giornata dedicata al controllo della segnaletica sul sentiero che da Piano di Lanzo porta in cima al Cozzo Pellegrino è stata uno spettacolo di luci e colori verso il Tirreno. Il tracciato utilizza, per un primo tratto, la stradella di esbosco che collega il Piano con la Carpinosa, poi porta alla cresta passando per la Calvia e raggiunge il Cozzo Pellegrino.
Un itinerario breve ma intenso e aereo, con affacci suggestivi sulla Valle dell’Abatemarco. Non è un percorso adatto a chi soffre di vertigini, ma la vista dalla cima del Cozzo Pellegrino ripaga ogni sforzo: spazia dal Mare Ionio fino alla costa siciliana, mentre a ovest domina l’intero Golfo di Policastro con le cime del Cilento.
Da vecchio cartografo, mi diletto a leggere e rileggere i toponimi che circondano la cima: Valle Lupa, Piano di Rose, Serra La Vespa, Schiena dei Lacchicielli, Cozzo dell’Orso, Cozzo dell’Uomo Morto… ma l’oronimo che più mi incuriosisce è Mondo Nuovo. Chissà a cosa si riferiva chi lo ha creato.
A queste vie, in cui periodicamente facciamo manutenzione, a volte ne aggiungiamo una nuova, rigorosamente scelta dal nostro Catasto Sentieri. Questa volta è toccato a una del territorio di San Lorenzo Bellizzi. Alcuni giovani soci del Paese delle Timpe hanno chiesto di ripristinare un vecchio percorso che dal centro abitato porta a Serra di Paola.
Una camminata favolosa, adatta a tutti: immersa nella prima parte in un bosco di querce, roverelle e cerri, e nella seconda attraversa un rimboschimento a pino nero. Due paesaggi in netta antitesi. Da un lato, le Timpe di San Lorenzo, Porace, Cassano, Falconara, attraversate dal Torrente Raganello; dall’altro, il Monte Sparviere che digrada verso la Piana di Sibari, con Cerchiara di Calabria in primo piano e il Monte Sellaro a protezione.
Lo spirito del Club Alpino Italiano è quello di far conoscere le montagne ai propri soci e non solo. Noi del CAI Castrovillari abbiamo come “secondo spirito” anche lo scambio di prelibatezze tra comunità diverse. Vuoi mettere un bocconotto di Mormanno preparato da Aldo, ogni volta con un ripieno diverso? Oppure la lasagna della nostra presidente, innaffiata con dell’ottimo vino del Pollino? E la soppressata?
La manutenzione dei sentieri è anche luogo di discussioni — ambientali e politiche. Queste giornate sono diari di viaggio che meritano di essere fissati su un taccuino. Perché non esiste un sentiero che non sia un piccolo viaggio. Non esiste un viaggio senza scrittura.
Sul sentiero siamo tutti scrittori. Basta lasciarsi andare. I pensieri nuovi e freschi scaturiscono all’improvviso e bisogna fermarli immediatamente prima che scompaiano.
Infine, come terzo spirito, noi del CAI Castrovillari amiamo ascoltare il silenzio, sentire la musica della natura, incontrare persone, conversare di massimi sistemi, lasciando a casa i problemi quotidiani.
Venite con noi. Buon cammino sui sentieri del Pollino!
NB
Questo articolo è stato pubblicato sulla pagine On Line dello Scarpone
Lo Scarpone - Sui sentieri del Pollino: manutenzione, memoria e libertà di camminare
mercoledì 3 settembre 2025
PANTA REI
Però ci sono alcuni
luoghi che non “passano” mai.
Forse perché ricordano
personaggi, spazi dove abbiamo trascorso momenti gioiosi, storie, incontri con
uomini che, nel loro piccolo, hanno vissuto questo micro territorio.
Ne conoscono ogni centimetro
e ogni pianta.
Il mio “luogo del cuore”
(uno dei tanti) per usare un’espressione, oggi molto di moda, è il CASINO TOSCANO.
È stato meta di partenza e base di ricovero per i pellegrinaggi dei civitesi al Santuario di Madonna del Pollino.
È stato luogo di sosta
di tanti gruppi escursionistici in cammino sul Pollino.
È stato luogo di
animate discussioni in seguito all’istituzione del Parco nazionale del Pollino.
È stato luogo di
assaggio di speciali mozzarelle, caciocavalli e formaggi preparati dal Massaro Peppe
Russo.
Oggi, davanti alla
struttura ridotta quasi in ruderi, mi vien da piangere, se avessi ancora
qualche lacrima da versare!
Lasciare questa struttura alla inclemenza delle intemperie è un vero e proprio delitto. Non so se è strategia o sciatteria: in entrambi i casi rivolgo un appello agli organi decisori di intervenire, acquistare al patrimonio collettivo questa struttura, renderla fruibile come base di partenza per l’alta montagna (Serra di Crispo dista poco meno di un’ora a piedi), come laboratorio di ricerca e vigilanza.
Ci vuole molto?





