Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

lunedì 22 giugno 2020

I pericoli in montagna secondo Zsigmondy


Un grande alpinista del passato - Emil Zsigmondy - parlò in un suo celebre saggio per chi va in montagna[1], di "pericoli oggettivi" e "pericoli soggettivi". Partendo dal secondo concetto... c'è poco da dire: la possibilità di farsi male in montagna per
Civita. Timpa del Demonio, parete Ovest.
(Foto archivio Pisarra)
la propria impreparazione tecnica, fisica e/o psicologica è alta. In molte occasioni questa impreparazione è causa di gravi incidenti, che sarebbero facilmente prevedibili se si adottassero minime precauzioni di buon senso. Basti ricordare quei ragazzi polacchi che, qualche anno fa, tentarono di scalare il Cervino con scarpe da tennis. Forse ci sarebbero anche riusciti, se non fosse arrivato, all'improvviso, un temporale di quelli che, in quota, si trasforma in neve e ghiaccio e che provocò per loro seri problemi di congelamento. Quando furono recuperati dai volontari del Soccorso Alpino, si scusarono per la bravata, ma questo non evitò loro una salata multa.

Il problema dei "pericoli oggettivi" è invece una questione più seria. Come tutti sanno, la maggior parte delle montagne del mondo è il risultato di movimenti geologici, azioni combinate di vento, freddo, caldo, gelo, pioggia, neve e altri fenomeni atmosferici. Oggi questa situazione di pericoli “oggettivi” è di gran lunga migliorata in quanto esistono servizi di previsione dei di tali vari fenomeni quasi perfetti. Però i rischi restano.

Le frane, gli smottamenti avvengono in tutte le montagne del mondo. Soprattutto sulle pareti molto esposte ad un versante. In questo caso non si può far niente, bisogna solo cercare di essere previdenti ed evitare di frequentare questi luoghi quando le indicazioni dei vari servizi meteo o valanghe o altro lanciano allarmi di pericolo. Tutto qui.
Non si possono imbrigliare le montagne solo perché cascano quattro pietre, né tantomeno non fare niente in altri punti dove un costone è stato ingabbiato con reti e funi ed è in evidente stato di insofferenza. Un giorno, proprio a causa dei "pericoli oggettivi", questo esploderà, lanciando a decine di metri di distanza sassi, cosicché reti e funi di tenuta diventeranno vere e proprie fruste d'acciaio lanciate nell’ aria e ...povero colui che si troverà a passare in quel momento!

Emil Zsigmondy, alpinista austriaco.
(Foto da internet)
Questo "pericolo oggettivo" possiamo neutralizzarlo se provvediamo per tempo a svuotare le reti, a rimettere in tensione le corde, a sostituire le maglie sofferenti, a rivedere i chiodi di tenuta. Una manutenzione questa con la quale possiamo ridurre (certo non azzerare) il "pericolo oggettivo" e renderlo, quanto più possibile, innocuo. Voglio qui ricordare come in Italia, esista un museo che è fatto in gran parte di camminamenti su passerelle di ferro, che, con largo anticipo e grazie al servizio di previsioni meteo, viene chiuso ai visitatori se le condizioni del tempo volgono al peggio.

Ci vuole tanto? Forse è il momento di ripensare (o rivedere) il concetto di "Sicurezza" anche in altre parti del nostro bel Paese, altrimenti moriremo per eccesso di Sicurezza!



[1] Die Gefahren der Alpen, Praktishe Winke für Bergsteiger (I pericoli delle Alpi, Suggerimenti pratici per gli scalatori) . Lipsia . 1885

venerdì 29 maggio 2020

La Valle del Lao


              Il fiume Lao nasce alle pendici del Cozzo Vocolio poco sotto l’abitato di Viggianello.
Prosegue verso il mar Tirreno, descrivendo una delle più belle valli del Meridione d’Italia, per circa 45 km. Prima di giungervi, attraversa gran parte del territorio di nove paesi, racconta di paesaggi, ambienti, popolazioni, storie, piante e uomini.

Si tratta di un bacino idrografico di circa 609 kmq, composto da due macroaree, ricadenti per 161 Kmq nella provincia di Potenza e per la restante parte in quella di Cosenza; esse interessano i comuni di Castelluccio Superiore, Castelluccio Inferiore, Laino Borgo, Laino Castello, Mormanno, Orsomarso, Papasidero, Rotonda, Santa Domenica Talao e Viggianello.
Altri comuni hanno territori che ricadono marginalmente nel bacino del Lao. Essi sono Aieta, Lauria, Morano Calabro, Saracena, Scalea, San Nicola Arcella, Santa Maria del Cedro, Tortora e Verbicaro. 
La Valle del Lao. (Foto Pisarra)
La Valle ha un ‘trascorso’ geologico molto travagliato che si può sintetizzare in tre momenti cardine: una prima fase, da collocarsi in età Tortoriano-Pliocene Inferiore, ha prodotto una serie di pilastri tettonici e di fosse orientate in direzione NW-SE: un secondo evento mediopliocenico, di origine tettonica compressiva, ha causato la formazione di pieghe e faglie; la terza fase, ha avuto come conseguenza la creazione del bacino lacustre della Valle del Mercure, riempito in breve tempo dall’apporto di acqua e detriti provenienti dai monti circostanti ricoperti dai ghiacciai.
La presenza di tale enorme massa d’acqua ha esercitato una forte pressione che ha provocato l’apertura di una via di deflusso, lungo una linea di faglia poco dopo l’abitato di Laino Borgo, e questa ha determinato lo svuotamento del lago e la formazione di un Canyon molto stretto, profondamente incassato e con pareti molto ripide.

Il continuo apporto di acqua dai diversi affluenti provenienti da tutto il gruppo montuoso che circonda il bacino (dalla destra idrografica sono dodici, mentre da sinistra se ne contano ventiquattro), fa sì che il regime di flusso sia abbastanza costante nelle diverse stagioni. Siamo in presenza di una portata media di circa 10 mc/sec che contribuisce a dare al nostro fiume il primato della foce più grande di tutti i corsi d’acqua calabresi[2].

Strabone nella sua Geografia[3], al volume VI, cita un “Golfo del Lao”, insieme con la città omonima - da identificare probabilmente con l’attuale città di Scalea - golfo che potrebbe essere stato un porto naturale usato, come punto di partenza verso le aree interne, dai gruppi di nomadi del tardo paleolitico impegnati a seguire stagionalmente le mandrie di buoi dalle coste del Tirreno al Pollino:  prova ne sarebbero le incisioni di bovidi della Grotta del Romito, nel comune di Papasidero.

Lo stesso percorso[4], che oggi costituisce un ottimo itinerario per un trekking di più giorni,[5]  è stato camminato per molti secoli da monaci basiliani e, nel tratto terminale della fiumara nella zona in cui sorge la piccola chiesa superstite dedicata a Santa Maria, Il Cappelli ha individuato il primo insediamento basiliano che, da una parte precipita a picco sul larghissimo letto del fiume Lao, in cui si muovono lente acque,  e dall’altra sul rapido e cristallino corso dell’Argentino che proprio ai piedi di quella rupe confluisce nel fiume[6]

L’arrivo dei Normanni aveva rimesso in discussione la vita dei monaci.  I nuovi conquistatori, pur molto rispettosi del monachesimo italo-greco, favorirono quello benedettino perché utile a latinizzare il  territorio, anche se ciò nell’immediato non ebbe molta influenza sulla popolazione e il rito bizantino fu conservato per molto altro tempo.
Rimasta sostanzialmente fuori dagli interessi di Federico II, La Valle del Lao ebbe un ruolo importante sotto Angioini e con il loro arrivo, la Valle ebbe un nuovo riassetto con l’insediarsi di nuovi feudatari come, per esempio, la potente famiglia dei Sanseverino, la cui potenza sarebbe cresciuta a tal punto da farli diventare i più temuti feudatari del Regno.

Carta del Bacino del Fiume Lao. (Disegno di Emanuele Pisarra)
Questi territori poi passarono di mano in mano a feudatari che risiedevano lontano  registrando un lungo e inesorabile spopolamento del territorio e un progressivo abbandono di terreni e boschi. Come se non bastasse, la Calabria agli inizi del 1500, cadde in mano agli Spagnoli che aggravarono ulteriormente le già tristi condizioni sociali ed economiche delle popolazioni.
Un ruolo molto importante in tutto l’ampio periodo storico fu a lungo ricoperto da Laino con il suo castello che è da annoverarsi come la  a roccaforte più imponente tra Calabria e Basilicata.

Questo territorio fu colpito anche da una impressionante serie di terremoti, carestie e pestilenze, che accrebbero nelle popolazioni il desiderio di libertà e autonomia  dai soprusi  dei tanto criticati baroni.[7]

Il secolo XVIII è più ricco di mutamenti: finisce la dominazione spagnola, il Viceregno di Napoli dagli Austriaci passa ai Borboni e con loro si hanno i primi tentativi di riforme: vengono aboliti i privilegi nobiliari, inizia il potere della borghesia.
Molti abitanti della Valle del Lao della nobiltà e della borghesia seguono a Napoli regolari corsi di studi,  per lo più ecclesiastici, addottorandosi e ottenendo brillanti affermazioni nelle principali città d’Europa.

Del secolo successivo, la Valle può raccontare la partecipazione alla spedizione dei Mille dei molti suoi abitanti attratti dallo spirito garibaldino,  ma le cui aspettative andarono in gran parte deluse, e il brigantaggio che ebbe un ruolo molto importante e ne tenne l’intera popolazione in scacco per lungo tempo.

Oggi tutte le speranze di riscatto sociale ed economico della sua popolazione residente, che è di 28882 abitanti[8], sono riposte nella valorizzazione del territorio attraverso un uso corretto delle risorse che in gran parte ricadono nel perimetro del Parco nazionale del Pollino.
La Valle del Lao-Mercure oltre che per i segni lasciati dalla storia, merita una visita ‘anche’ per il suo immenso patrimonio naturalistico.

NOTA

Questo articolo è stato pubblicato sul periodico CALABRONE - Anno XIII - aprile 2020



[2] E. Pisarra, Parco nazionale del Pollino/ in cammino nella Valle del Lao, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 2015,  p. 12.
[3] Lucio Strabone, Geografia d’Italia, libri V-VI, a cura di F. Trotta,  BUR, Milano, 19964.
[4] Cfr. E. Pisarra,  Nuova Carta Escursionistica del Parco Nazionale del Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 2018.
[5] Cfr. E. Pisarra,  Nuova Carta Escursionistica del Parco Nazionale del Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 2018.
[6] M. Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. F.lli Fiorentino, Napoli, 1963, p. 99
[7] G. Galasso, Economia e Società nella Calabria del Cinquecento, Guida Editori, Napoli, 1992, p. 19.
[8] Dati Istat al 31 dicembre 2018.

mercoledì 27 maggio 2020

Il Cammino dei Sibariti

Escursionisti in Cammino nella Valle del Lao

Fra i tanti percorsi che vi si possono fare, propongo qui un trekking veramente affascinante: Il Cammino dei Sibariti. Questo trekking ricalca un itinerario “coast to coast” che porta dal Tirreno allo Ionio lungo una via molto frequentata dai mercanti della Magna Grecia per commerciare l’ossidiana: essa  arrivava dalle isole Eolie via mare a Laos e da qui bisognava trasportarla via terra fino a Sibari da dove ripartiva per la Dalmazia.
Le tappe del cammino che interessano la Valle del Lao sono tre, ma nulla vieta, a chi abbia buone gambe e fiato, di accorpare il tutto e di realizzarle interamente in un solo giorno.

Prima Tappa
Scalea – Papasidero
Luogo di partenza: ponte ferroviario
Luogo di Arrivo: Papasidero
Lunghezza del percorso: km 18
Dislivello: 196 m (in salita)
Difficoltà: E
Tempi di percorrenza: 6 ore (dalla Foce del Lao)

Cammino dei Sibariti. (Carta disegnata da E. Pisarra)
Descrizione del percorso[1]
Dopo aver superato il tracciato ferroviario all’altezza della torre di controllo dell’aeroporto di Scalea, si prosegue sulla sterrata di servizio alle Serre di Cedri. Si giunge al Ponte con le arcate da dove, superandolo,  si segue la sponda del fiume Lao. La sterrata si allontana dal corso d’acqua e, dopo l’ultima piantagione di cedri, bisogna prender il bivio a sinistra e portarsi di nuovo vicino al ciglio del fiume. Si prosegue su questa traccia tra piccoli orti e piante ripariali fino a giunger sul Ponte di Orsomarso. Lo si attraversa e si avanza lungo la sterrata che porta di nuovo a camminare vicino al fiume. Si punta in direzione della centrale idroelettrica di Palazzo nel comune di Orsomarso e,  superato il Vallone Scaricapietre, si sale zigzagando in direzione di Papasidero.

Seconda Tappa
Papasidero – Campicello
Luogo di partenza: Papasidero (Piazza Umberto I)
Luogo di Arrivo: Campicello di Mormanno
Lunghezza del percorso: km 5
Dislivello: 174 m (in salita); 102 m (in discesa)
Difficoltà: E
Tempi di percorrenza: 3 ore

Descrizione del Percorso
Dalla piazzetta principale di Papasidero si seguono i cartelli che indicano il Santuario di Madonna della Costantinopoli[2].
Si scende in direzione del ponte medievale, lo si attraversa e si prosegue salendo la splendida scalinata in pietra che, con una serie di tornanti, porta a fare quota. Dopo pochi minuti di cammino, bisogna lasciare la mulattiera e proseguire verso destra fino al suo confluire nella strada di servizio che porta in contrada Massa.
Dopo circa una mezz’ora di cammino la strada si innesta nell’antica mulattiera che conduce, come prima destinazione, alla Fontana dell’Afflitto.
Uno splendido paesaggio sul Lao caratterizza questo tratto del percorso: la vegetazione ha ormai preso il sopravvento e decine di  case coloniche abbandonate sono state inghiottite dalla vegetazione.
In breve si giunge sotto la rupe del Monte Arioso (a partire da questo punto ogni tanto appaiono i segnavia bianco-rossi del CAI che agevolano il cammino); si entra nel bosco costituito quasi interamente da maestosi lecci: le piante che caratterizzano quasi tutto il versante con esemplari ultrasecolari dalle forme scure e nodose protese a raggiungere la luce.
Attraversando il bosco, si prosegue fino alla sorgente della Cerreta per poi imboccare la stradina che porta a Campicello.
Nel momento in cui scrivo il Ponte di Legno “Stefano Gioia” è crollato per cui, per attraversare il fiume, bisogna imboccare la stradina sterrata che porta all’area di ristoro dell’Oasi (dove si può fare sosta per il pranzo) e da qui proseguire, in direzione della Grotta del Romito, valicando il fiume sul vecchio ponte di ferro.

Terza Tappa
Campicello – Laino Castello/Borgo
Luogo di partenza: Campicello
Luogo di Arrivo: Laino Castello vecchio/ Laino Borgo
Lunghezza del percorso: km 6.100
Dislivello: 260 m (in salita), 230 m (in discesa)
Difficoltà: E
Tempi di percorrenza: 5. 30

Descrizione del Percorso
Dalla Grotta del Romito si ritorna a Campicello e si imbocca la stradina di servizio che porta al Ponte di Mararosa.
Si tratta di una spettacolare sterrata di facile percorrenza che si snoda a mezzacosta con ampi e bucolici panorami su tutto il corso del Lao. Dopo qualche minuto di cammino la stradina scende repentinamente con una serie di tornanti per poi giungere al vecchio ponte di legno[3]. Si attraversa e si risale sull’altra sponda verso il Colle di Filannino; proseguendo sulla antica mulattiera, in breve si giunge in contrada Filomato: in alto svetta il maestoso Viadotto Italia che chiude l’orizzonte; in basso, invece, il letto del fiume con le sue acque argentee avvolge come un nastro le rupi circostanti. Da qui si prosegue in direzione del primo pilone di sinistra del viadotto, si imbocca la sterrata di servizio e poi si prosegue sul sentiero che porta verso la sorgente Tuvolo. La vista è su uno spettacolare corridoio naturale di ontani, lecci, carpini con ampi tratti panoramici sulla valle del Lao. In breve si giunge alla Fonte e poco più avanti si arriva al bivio che porta verso l’antico centro abitato della vecchia Laino Castello.
Sicuramente il vecchio l’antico sito merita una deviazione: al caratteristico borgo si giunge dopo aver attraversato le pendici di roccia sopra le quali si trovano i resti del castello aragonese.
Si ritorna di nuovo indietro e si prosegue in forte discesa lungo la bellissima scalinata in pietra che porta a Laino Borgo.



NOTA

- Questo articolo appare sull'ultimo numero del Calabrone (pp 29-30), Anno XIII, aprile 2020.

- L'Itinerario proposto è estratto dalla mia guida "PARCO NAZIONALE DEL POLLINO - In Cammino nella Valle del Lao", Edizioni Prometeo, Castrovillari, 2015
 

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Emanuele Pisarra, guida del Parco del Pollino, Accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) e giornalista esperto in divulgazione ambientale, si cimenta in una nuova opera divulgativa.
Questa volta si tratta di una nuova guida del Parco Nazionale del Pollino, col sottotitolo: "In cammino nella Valle del Lao", una delle valli più belle e selvagge del Parco nella sua porzione occidentale che termina verso il Mar Tirreno.
Nella presentazione, Emanuele Pisarra, parla di questi luoghi come di luoghi  "... ambienti fiabeschi, luoghi pressoché sconosciuti.   Storia, storie, tradizioni, immagini, gole, forre, canyons, religiosità e poeti, percorsi, trekking, rafting, torrentismo, hydrospeed, carte degli itinerari, consigli utili, informazioni geografiche e turistiche... ".
Un bel libro, quindi ricco di informazioni e suggerimenti che invoglia ad organizzare un trekking in queste zone meravigliose, a piedi o in canoa lungo il corso del fiume Lao.
Allora, buona lettura e buona montagna a tutti!

(Enea Fiorentini - Aosta)


[1] Avvertenza: la descrizione qui riportata risale all’ultima volta che ho percorso il Cammino (estate del 2015).
[2] Per visitare il Santuario è necessario contattare con un certo anticipo il comune di Papasidero (tel. 0981 83078).
[3] Prestare qui molta attenzione allo stato del Ponte di Mararosa. L’ultima volta in cui lo ho percorso (2016) era molto mal messo. Consiglio qui di evitarlo e di attraversare il fiume guadandolo.

sabato 22 febbraio 2020

Perché, in Calabria, ci sono anche montagne?

BIT Milano 2020. Stand della Regione Calabria (Foto Pisarra)
Da oltre dieci anni partecipo, puntualmente, ad ogni edizione della BIT (Borsa Internazionale del Turismo) che si svolge a Milano.
Devo dire che nel corso di questo tempo l’ho trovata via via sempre più povera di idee, di nuovi orizzonti e di proposte turistiche che abbiano al centro l’ambiente, la nostra natura e il paesaggio.
Anche in questa edizione, forse perché l’ho visitata nel suo secondo giorno, di lunedì, non c’era quasi nessuno - intendo dire come pubblico - mentre, a come mi hanno riferito altri, la giornata d’apertura (domenica 9 febbraio) era stata caratterizzata dalla presenza di tantissimi visitatori.
La Fiera è tornata nei vecchi padiglioni di Milano City, brutti e tetri: preferivo lo spazio espositivo di Rho fiera.
L’arrivo per visitare i vari stand ha qualcosa di … strano; si sale ai piani superiori del capannone per l’accredito e poi si scende, con le scale mobili, al piano terra dove ci sono i vari espositori delle regioni italiane; mentre per visitare gli stand degli stati esteri bisogna risalire al piano superiore, sopra lo stesso in cui si trova l’area per l’accredito.

Sono interessato ai luoghi italiani e così prendo la scala mobile che mi porta verso il basso. Nello scendere appare subito lo stand della Regione Calabria, davvero ubicato in posizione strategica (perché lo si incontra appena si lascia la scala mobile) e con la maxi immagine di un maestoso bosco in veste autunnale che mostra l’essenza della nostra regione; essa è seguita, in modo più defilato, da una bellissima immagine del castello di Isola Capo Rizzuto. Due – tra i tanti – asset di cui la nostra regione va fiera.

La foto di apertura dello stand della Regione Calabria
(Foto Pisarra)
Ricordo bene come la prima volta che ho visitato la BIT non ci fosse nessuna altra immagine della natura calabrese che non fosse il mare: sicuramente abbiamo fatto un passo avanti.
Mi avvicino allo stand calabrese e la sorpresa è la didascalia alla grafica, piuttosto pacchiana, della immagine di apertura: “Civita, Raganello. Pollino”. La guardo bene e mi accorgo che è un luogo a me familiare, ma non si trova a Civita! L’immagine è in realtà uno scorcio ripreso da Cozzo Vardo (scattata dalla strada che dal colle del Dragone porta a Piano Ruggio, nel comune di … Morano Calabro.
Mi chiedo chi sia stato quel ‘bischero’ che ha realizzato questa foto e questa grafica; l’autore resta ignoto: l’opera non è firmata… . Lo stesso vale per la foto del Castello di Isola Capo Rizzuto; così come per le immagini che scorrono su un maxi schermo: non se ne dichiara la paternità.
Fa niente. Per quanto sia un fotografo, non è questo che in fondo ora mi interessa.
Stand Regione Calabria. Tavoli delle contrattazioni.
(Foto Pisarra)

Quello che mi interessa, sono i tavoli delle contrattazioni: li vedo affollati da operatori e da clienti che lasciano ben sperare. Passando tra questi, ascolto e osservo; leggo la loro provenienza; sento conversare in ottimo inglese, ma anche in tedesco: questo mi fa constatare che la nuova generazione di operatori turistici della nostra regione quanto meno conosce l’inglese, sa quello che fa e cerca di ben vendere quello che ha.
Mi sento, per una volta, soddisfatto.
Poi mi incammino verso l’esterno dello stand e passo davanti al bancone principale e qui … mi cadono le braccia.

Accanto all’ingresso, è stato collocato un piccolo banchetto, dove  una hostess abbastanza annoiata,  posta ‘a guardia’ di quattro dépliant, un calendario e qualche pieghevole: tutto qui lo spazio riservato ai Parchi di Calabria - Pollino, Sila e Aspromonte? Davvero non ho parole…

Mi fermo in un angolo e aspetto che qualcuno si avvicini per chiedere informazioni: niente. Quando, sto per desistere e allontanarmi, sento la risposta data a un visitatore dalla hostess, in perfetto accento non calabrese: “Perché, in Calabria ci sono anche montagne?
Il banchetto informativo sui parchi in Calabria. (Foto Pisarra)
Ma è mai possibile che uno degli asset principali della nostra regione in ambito turistico (i Parchi nazionali e le aree protette) meritino un simile trattamento?
Non va meglio per la documentazione pubblicitaria. Il tavolo grande è pieno di dépliant sì, ma son tutti di soggetti privati: non ci sono brochure di luoghi, località, mete.
Penso che, forse per l’ondata di persone passata il giorno prima (domenica), sia andato tutto esaurito e quindi siano rimasti gli ‘scarti’.
Alquanto sconsolato, mi allontano in cerca di altri stand dove la mia curiosità possa trovare un minimo di soddisfazione.
Raggiungo lo stand della Regione Basilicata e, nei pressi, incontro un albergatore che conosco da tempo e che mi presenta il sindaco di una importante cittadina turistica della sua regione.

Bene: presentazioni, qualche chiacchiera e… un altro colpo per me: il sindaco con enfasi  mi annuncia che nella sua  cittadina sono stati appena realizzate alcune palestre di arrampicata e che, prossimamente, ci sarà anche un … ponte tibetano.
Mi trattengo dal rispondere … saluto e proseguo.
Ho raggiunto l’ingresso dello stand lucano per dare uno sguardo al materiale illustrativo e ho  trovato sempre i soliti opuscoletti vecchi di oltre dieci anni, quelli ben stampati dall’APT (Azienda di Promozione Turistica).  
 Così La Regione Basilicata vive di rendita.
Alla BIT di quest’anno anche le aree protette della Lucania mostrano di non stare bene. Forse perché il cambio alla guida della Regione non ha avuto il tempo per ben organizzarsi…
Solo per la Val d’Agri ci sono due giovani Guide Ufficiale del Parco a dare informazioni su questa area protetta.

Stand della Regione Puglia: da notare il materiale
 in distribuzione ... (Foto Pisarra)
Visito lo stand della Puglia e qui l’offerta cambia completamente: il bancone è strapieno di materiale pubblicitario e di ottima qualità e la regione è rappresentata tutta.
Una signora, entusiasta e motivata, distribuisce con gioia opuscoli, libri, carte escursionistiche e tematiche e, quasi quasi, si offende se qualcuno non accetta poi la sua offerta dell’opuscolo o del pieghevole della zona verso la quale si è manifestato un certo interesse.
Come non confrontare questo con quanto osservato presso il corrispondente bancone della Regione Calabria?

Che dire della Toscana o dell’Umbria? Le due regioni per quest’anno puntano, rispettivamente, sulla Via Francigena e su i percorsi in mountain bike: nei loro stand trovo guide, carte e libretti su questi temi a iosa.
Sul Trentino, sorvolo: troppo ben organizzato.
Per la Lombardia, con tutte le qualità dei padroni di casa, la scelta è molto vasta. Settori di ogni singola provincia sono ampiamente accompagnati da diversi materiali e di ogni genere.

Ecco per noi calabresi ancora una occasione persa. Ricordo le critiche mosse alla Regione Calabria quando partecipava con numerosi libri, anche di ottima fattura, con dvd e tantissimo materiale pubblicitario che magari riguardava solo la costa.  Ai tempi, per intenderci, dello slogan “Mediterraneo da scoprire”. Quell’anno avevo visitato la BIT nel suo ultimo giorno e, a chiusura avvenuta, attardandomi ad uscire dallo stand della Calabria, avevo visto come il materiale rimasto, anche quello di qualità pregevole, veniva destinato al macero dagli operai addetti allo smontaggio degli stand che lo raccoglievano per deporlo nei cassonetti della raccolta differenziata.   

Oggi, invece, ho visto materiale poco e vecchio, personale ingaggiato, poco professionale e con altrettanta poca voglia….
Magari anche quest’anno chi smonterà gli stand dopo l’ultimo giorno di fiera, butterà al macero il materiale non distribuito… se prima qualcuno non lo metterà da parte per riproporlo l’anno prossimo…
Mi chiedo: ci vuole molto a guardarsi intorno e, semplicemente, copiare quello che fanno gli altri?