Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

martedì 21 luglio 2026

Nulla è cambiato. Il Pollino va di nuovo a fuoco

I canaloni in fiamme (foto archivio Pisarra)

L'aver abolito l'AFOR è stato uno dei più grandi errori che la politica calabrese (e nazionale) ha fatto negli ultimi decenni. Questa mattina sono stato come si dice in gergo "sulla scena del crimine" per circa cinque ore. Ho fatto molte foto e filmati che prima poi monterò in una clip per il mio canale youtube.

La prateria della Petrosa ridotta in cenere (foto archivio Pisarra)


Una prima considerazione che mi ha fatto molto male è stato il fermo dei carabinieri che mi hanno chiesto la patente e perquisito il mio Land. A me che ho speso tutta la mia vita per le nostre montagne. Stavo quasi per svenire. Poi ho guardato i due giovani "militi" e ho compreso che anche loro sono sotto pressione per la figuraccia che hanno fatto. Uno dei due militi ieri pomeriggio mi ha fermato - chiedendomi dove andassi - nonostante il mio luogo di residenza è scritto sulla portiera della macchina.
Stamattina mi ha fermato una seconda volta, venendomi incontro con i lampeggianti accesi, dopo che un auto civetta ha segnalato la mia presenza.
Della serie: sono scappati i buoi e si chiude la stalla.
Mentre il Pollino va a fuoco, le fiamme hanno superato il Piano Pallone, si apprestano a raggiungere la Manfriana (1991 m) e forse scollineranno verso la Fagosa, perquisiscono il mio Land. E chiedono i documenti a me!
Ad ogni modo, il controllo con somma sorpresa (per i militi) è andato a buon fine. Nello scatolo di cartone, posto sul sedile del passeggero non hanno trovato nessun innesco o miccia o altro materiale incendiario ma ... dei pezzi di ricambio della macchina che avevo appena sostituito.  

Pini d'Aleppo completamente bruciati (foto archivio Pisarra)
Ovviamente non mi hanno chiesto scusa.

Incurante dei loro consigli (conosco molto bene la zona in questione) ho proseguito in direzione della Masseria Pellicano per raggiungere il campo sportivo di Frascineto.
Un disastro!
L'intera prateria è andata incenerita. I pini d'Aleppo sono bruciati come dei ceri alla processione del Santo.
Mi sembra di camminare in un ambiente lunare.

 E come se non bastasse il solito venticello di ponente soffia con costanza e determinazione alimentando le fiamme che salgono verso l’alto, entrando nei canaloni che portano verso la parete meridionale del Dolcedorme.

I boschi delle antiche aziende agricole della zona ridotti completamente in cenere. Leccete, querceti, cerrete delle pendici di Timpone Pallone, Timpone Cappuccio sono rase al suolo.

Mi è venuto quasi da piangere.

Mi muovo come un automa. Faccio diecine di foto a futura memoria. Ripenso al mio “primo” incendio al quale ho partecipato come volontario, nel lontano 1985, insieme con l’allora comandante del CFS, Salvatore Cava, quando abbiamo deciso di scendere a valle lungo il Vallone che porta alla Masseria Quercia Marina. Una sfacchinata terribile.

Da allora non ho più fatto questo percorso.


Supero il Colle Lanzarello, mi fermo a fare altre foto, e vedo passare in senso contrario lo stesso “milite” che mi aveva fermato prima.

La fascia del querceto completamente bruciata (foto archivio Pisarra) 
Sicuramente è stato mandato a controllare questa macchina rossa che si aggira tra i terreni bruciati.

Per fortuna non si è fermato per contestarmi che avevo disatteso i suoi consigli.

Mi ero preparato una bella, lunga e articolata risposta.

A questo punto del giorno, sotto il sole a picco, vestito alla marinara, avvilito dal caldo e dalla inutilità dell’esistenza, mi avvio verso casa.

E invece no.

Mi fermo al punto di coordinamento, vicino al campo sportivo di Frascineto dove la protezione civile ha allestito una base operativa.

Chiedo, intervisto, scambio opinioni con il personale, i volontari, i vari operatori impegnati allo spasimo per cercare il modo per evitare che le fiamme salgano verso il Timpone del Corvo.

Sembra che anche i ruderi della Madonna di Lassù assistano impotenti l’avanzare delle fiamme.


Un elicottero della Val d’Ossola pesca con il suo cestello l’acqua posta in una vasca nei pressi della stradina vicino al serbatoio comunale.

Tanti volontari che si danno da fare, il comune con una propria autobotte rifornisce la vasca, poi arriva un’altra cisterna con lo stesso compito. Poi un’altra ancora.

Un gruppo di eroici operai forestali in azione (foto archivio Pisarra)
Guardo con molta ammirazione la bravura del pilota che cala il cestello nella vasca, lo riempie e in pochi secondi, riparte pieno d’acqua in direzione della lingua di fuoco che inesorabilmente alimentata dal vento di ponente, procede verso l’alto.  

Qualcuno si chiede: dove sono i Canadair.

Dalla Applicazione si evince che un aereo è in arrivo. Infatti, pochi minuti dopo spunta dalla timpa del Crivo e si “fionda” con perizia e una certa temerarietà sui fianchi della montagna rovesciando il suo carico.

Nel frattempo una squadra a piedi è salita sulla stradina che porta al Colle Calderaio, incurante del rischio che possa finire circondata dalle fiamme, per fortuna il coordinamento con l’elicottero evita il peggio.

Velocissimo butta due “secchiate” nel punto in cui ci sono gli operai… rinfrescandoli.


È da poco passata l’una quando arrivano due pick-up, lucidi, nuovi di zecca, marchiati “Regione Calabria”.

All’interno, con i vetri ben chiusi, si intravedono due importanti personalità della Protezione civile regionale, nelle loro impeccabili divise.

Vanno più avanti della nostra postazione, confabulano con i “militi” e dopo qualche minuto vanno via.

Elicottero del servizio antincendio ingaggiato dalla Regione Calabria (foto archivio Pisarra)
Il mio interlocutore impreca contro questo modo di gestire la natura calabrese.

“Nessuna prevenzione. Nessun tentativo di fare prima del tempo le fasce tagliafuoco. Sono state eliminate le postazioni fisse, mancano gli uomini, il pronto intervento. In questo modo nei prossimi anni perderemo molto di quello che è stato fatto agli inizi degli anni ottanta. È pura illusione fare prevenzione con i droni e spegnere l’incendio con gli aerei e gli elicotteri”.

Dalla radio apprendiamo che è partito un altro fuoco nel comune di Cassano Jonio e si vede alzarsi del fumo nero nei pressi del cementificio.

In lontananza altro fumo si alza sopra Morano Calabro.

Sono le 14.45, il caldo e la sete mi sfiniscono. Meglio andar via!   

Non serve a nulla ma io chiederei le dimissioni dei responsabili di questa vicenda.

A partire dal direttore generale di Calabriaverde e dal responsabile AIB dell’Ente Parco.

Non serve a nulla. Perché dal mio terrazzo dove scrivo queste righe, passano in continuazione due Canadair che vanno a caricare al largo di Villapiana.

Significa che ancora c’è bisogno di loro e che la giornata non è finita!

 

 

 

 

 

 

Per ulteriori informazioni su come si fa la lotta agli incendi invito questo articolo istituzionale del 15 giugno 2026

https://www.regione.calabria.it/istituzioni-e-territori-uniti-per-il-contrasto-agli-incendi-boschivi-incontro-regione-sindaci-con-occhiuto-e-gallo/?fbclid=IwY2xjawTMe8VleHRuA2FlbQIxMABicmlkETB2NFZHTnNMZzZGd08wek1Mc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnuUXEX1qWTkJoClRe5wkUjQKh6DUw5oJOJV-XQpMT3eJHgSrnHPB1fjWmeF_aem_RBCqNSvi9PVKIjMSsZxKHg

martedì 17 marzo 2026

MOTI FLUTURON

 Il tempo scorre (panta rei), la montagna non è più la stessa.

Sicuramente è cambiata la nostra percezione di cos’è stata la montagna per tutte le comunità che hanno vissuto in essa e con le sue ricchezze.

A che prezzo?


Di tanta fatica. Con rese e aspettative spesso disattese.

E allora ho fatto un viaggio con immagini attraverso il mio archivio fotografico in uno dei “luoghi del cuore” che mi ha visto protagonista fin da ragazzo: il Raganello.

Un corso d’acqua ricco di storia, conosciuto fin dall’antichità. Strabone lo cita, non senza inquietudine, in uno dei suoi testi di Geografia, preoccupandosi delle frequenti e temerarie piene che contribuivano a fare della Pianura di Sibari una gigantesca palude.

Per molti era anche conosciuto come “Cylistarno” che vuol dire “torrente che travolge”.

Probabilmente l’etimo attuale deriva dall’arabo “Ragas” che significa burrone, vallone impervio e rovinoso, di difficile accesso. Con questo toponimo sono indicati molti altri luoghi della Calabria.

Ho eletto a “luogo del cuore” il Raganello, la sua valle e le montagne circostanti, prima che lo consigliasse Franco Arminio, come spazio dove tornare ogni qualvolta si va via.

Come è capitato a tanti, la prima volta che sono stato lontano dal Raganello, è stato per prestare il servizio militare. Eppure durante una licenza, in agosto, decisi di percorrerlo tutto: dalla sorgente al mare.

Una fatica immane, che si concluse nell’omonimo campeggio dove lavorava un amico d’infanzia che mi vide arrivare stravolto, mi diede da mangiare e poi mi accompagnò a casa in macchina. 

Da allora ogni volta che mi allontano, appena torno, sento la necessità di fare visita al Raganello. A volte salgo sulla Timpa di Porace, o di Cassano. Al Belvedere “Zoti Manoli”. Spesso sono andato sulla Timpa di San Lorenzo: la più bella cima del Massiccio del Pollino. Immensa, verticale, dalle pareti a picco sul Raganello, dai panorami lontani, dal silenzio, dal vento vorticoso e dal caldo asciutto.

Torrente Raganello. l'alveo fluviale dopo la piena .
(foto archivio Pisarra)

Il 2025 ha segnato i miei primi cinquant’anni di montagna, iniziati con un campeggio a Colle Marcione ospiti nella Masseria Rugiano, con gli amici di sempre: Felice e Mimmo. 

L’estate successiva iniziò con il nostro primo trekking: da Civita alla Madonna del Pollino con una tappa a Piano Ratto.

Poi andammo sul Dolcedorme, a San Costantino albanese, a Oriolo, sul Pollino…

Per dirla con Grazia Deledda: “Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte”.. (Grazia Deledda, Discorso in occasione della consegna del Premio Nobel).

  Ho sentito l’esigenza di fare questo “documento fotografico” proprio perché avverto questo cambiamento, anzi questo abbandono, che pare vanifichi tutto il lavoro fatto nell’ultimo secolo, proprio perché la memoria storica ricorda di piene, frane, alluvioni che hanno spazzato via in una notte il lavoro di una vita. Le prove sono evidenti: le numerose briglie quasi capovolte, frantumate o sommerse di detriti. Lo sbarramento più importante, conosciuto come “Diga del Mezzogiorno” o anche detta “Diga Alberti” dal nome del progettista e direttore dei lavori, sotto l’abitato di San Lorenzo Bellizzi, ebbe come conseguenza l’azzeramento delle piene rovinose verso la Piana di Sibari. Oggi, questa struttura, presenta un profondo taglio, che sta pian piano vanificando il lavoro idraulico del manufatto.

In tempi di cambiamento climatico, di improvvisi e intensi temporali, di “bombe d’acqua”, di sbalzi di temperatura, di azzeramento della stagionalità, di abbandono, è necessario “mettere mano” con estrema urgenza al territorio, altrimenti dobbiamo prepararci a pagare un caro prezzo. In termini di piene, inondazioni e frane e … morti.

Mi auguro di sbagliarmi!

 

 


La clip si trova al seguente link:

https://youtu.be/uQh3VmiRLDA

 

lunedì 23 febbraio 2026

I miei primi quarant’anni

A novembre di quest’anno saranno quarant’anni da quando andai a sentire a Noepoli il Ministro dell’ambiente del tempo: Francesco De Lorenzo. Era una giornata fredda e uggiosa quella che segnò l’inizio dei miei interessi verso l’ambiente, le politiche ambientali e conservazionistiche. 
Vincenzo Ferrari, il Ragioniere Serafino Bellusci, Emanuele Pisarra, Mario Rugiano in cima al Dolcedorme. estate del 1986
Vincenzo Ferrari, il Ragioniere Serafino Bellusci, Peppino Colacino, Emanuele
Pisarra  e Mario Rugiano in cima al Dolcedorme. Estate 1986.
 (Foto archivio Colacino)
 
 
Appresa la notizia della presenza dell’Onorevole, chiesi al mio amico Serafino la sua disponibilità ed egli si offrì di accompagnarmi con la sua Bianchina fino a Noepoli. Fu un viaggio lunghissimo, tra strade sconnesse e velocità della macchina, ma volevo proprio sentire dalla viva voce del Ministro dell’Ambiente quali fossero le progettualità da seguire per istituire un parco. Avevo una buona considerazione dell’onorevole De Lorenzo in quanto qualche mese prima aveva risposto ad una intervista televisiva con slancio e determinazione agli appelli di Franco Tassi, allora direttore del Parco d’Abruzzo, riguardo alla triste situazione dei parchi storici, ridotti al lumicino e senza fondi. Forse proprio da quell’incontro con Tassi, il Ministro maturò l’idea della necessità di una legge nazionale che regolasse la materia, ma poi le camere furono sciolte e non se ne fece nulla. 
 Nel 1987 ci fu un breve governo con ministro dell’Ambiente Mario Pavan che è passato alla storia come colui che in una notte firmò centinaia di decreti istituitivi di Riserve naturali orientate (come quella del Raganello, del Lao e del fiume Argentino). Nella successiva compagine governativa entrò a far parte, sempre come più alta carica per i temi ambientali, Giorgio Ruffolo, altra figura di spicco che portò avanti il progetto di De Lorenzo. Sotto la direzione di Ruffolo si discusse molto della opportunità di strutturare e legiferare in modo organico sulla questione delle aree protette forse anche perché è stato il ministro dell’ambiente più longevo (29 luglio 1987 al 28 giugno 1992), rimasto in quella carica nel succedersi di quattro nuovi governi. Molti uomini illuminati di quel tempo si batterono per una norma che regolasse l’istituzione di aree protette in ambito nazionale. Penso a Francesco Mezzatesta, Franco Tassi, Gianluigi Ceruti, Fulco Pratesi, Mario Tommaselli e altri. Sicuramente al ministro Ruffolo dobbiamo la “Legge quadro sulle aree protette” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 6 dicembre 1991, sotto la presidenza del Consiglio dei Ministri di Giulio Andreotti. 
Franco Tassi, Mario Tommaselli, Margherita Martinelli,
Emanuele Pisarra. Cerchiara di Calabria 2009 (Foto archivio Pisarra)

Alla emanazione di quella legge, seguì la fase dei vari decreti attuativi in un arco di tempo che vide cambiare ben quattro ministri a capo di quel Dicastero fino a febbraio del 1994 quando, con ministro Valdo Spini, fu istituito l’Ente Parco nazionale del Pollino. Tutto il periodo compreso tra gli anni Ottanta e Duemila - che possiamo davvero identificare con l’espressione usata da Giorgio Nebbia di “primavera dell’ecologia” - fu un’epoca intensa di dibattiti con le popolazioni locali, magnificamente restituita dal saggio di Valerio Giacomini (Uomini e parchi, Franco Angeli, 1992) volume che fu per me una sorta di “Bibbia” alla quale mi “abbeverai” e che ho fatto mio come bussola di vita. 
Nacque la Legge Quadro 394 del 1991 e l’insieme di parchi nazionali raggiunse il numero consistente di 25 ai quali si affiancò la rete delle aree protette regionali che annovera 148 parchi e 416 riserve; a queste bisogna aggiungere 19 Riserve della biosfera UNESCO attivate con il programma MAB (Man and Biosphere). Purtroppo la legge 394/1991 non solo non è mai stata completamente applicata ma, negli anni, è stata gradualmente smantellata (la riforma Bassanini ha fatto sciagure anche in questo settore). Come dicevo, il fermento di quel tempo sembrò l’inizio di una nuova era e, in parte, lo fu davvero. Come previsto dalla legge, nel corso degli anni successivi fu istituita una prima serie di aree protette, alla quale seguì una seconda. 
 Oggi la politica sulle aree protette in Italia segna il passo: quasi tutti i parchi nazionali sono privi o del direttore, o del presidente o di entrambi e si va avanti a proroghe e a nomine commissariali. 
 Se il presidente è di nomina politica passi; ma il direttore non può essere un funzionario a tempo determinato, con incarichi plurimi e da svolgere a distanza. Sono andato a rivedere l’elenco – aggiornato al 24 aprile 2025 - degli idonei a ricoprire il posto di direttore di un Parco presso il Ministero dell’Ambiente e ho scoperto che sono ben 4532. 
 Quindi, com’è possibile che non si trovino venticinque direttori da incaricare a tempo pieno nelle nostre aree protette? La prassi è che la richiesta di andare a ricoprire il posto di direttore, per esempio, al Parco dell’Aspromonte, va fatta dopo che l’ente gestore ha bandito il relativo concorso. Scaduti i termini, si esaminano i curricula presentati dagli aspiranti partecipanti e se ne propone una terna (con l’indicazione di un prescelto) al Ministro; questi provvede alla nomina, in media, per un periodo di cinque anni al termine del quale si ricomincia l'iter daccapo. Ora, cinque anni sono davvero pochi per organizzare e procedere nella gestione di un parco date le varie necessità che un territorio richiede. Per esempio suddividere l’area protetta in diverse zone, pianificare interventi sia materiali che immateriali, organizzare l’accoglienza turistica, progettare il recupero di antichi edifici da adibire a centri per il visitatore … 
Serra di Crispo in abito autunnale.
(Foto archivio Pisarra)
Evidentemente è possibile non assegnare a tempo pieno questi venticinque ruoli perché non interessa a nessuno il governo del territorio salvo poi mostrarsi attenti e solleciti dopo un disastro, una frana o un’alluvione. Eppure basterebbe poco: sarebbe sufficiente fare un concorso nazionale (auspicherei anche internazionale, alla stregua del concorso del 2025 indetto dal MIC per i musei e parchi archeologici) per titoli ed esami per i venticinque posti necessari e che fosse, se non a tempo indeterminato, almeno per un arco temporale diciamo di almeno dieci anni?
 Una prima selezione esisterebbe già in quanto si potrebbe attingere dall’albo degli idonei. Non credo che 25 dirigenti apicali, con i loro stipendi, possano creare problemi al debito pubblico. Direi piuttosto il contrario. Infatti, se sono dipendenti dello Stato, come funzionari pubblici sono a disposizione del Ministero il quale può inviarli di ‘autorità’ nelle sedi in cui è necessaria la loro presenza - come l’Aspromonte, il Pollino o il Gran Paradiso - e rimarrebbero in carica per un tempo più congruo dell’attuale alla fine del quale si farebbe il bilancio della loro gestione. Avremmo così risolto almeno l’aspetto gestionale del governo dell’Ente, in attesa delle indicazioni politiche che, in realtà, sono già contenute nelle disposizioni di legge. 
 Sostengo ciò in quanto una prima tipologia di governance delle aree protette era stata impostata sulla figura del Direttore soprintendente e di un Presidente puramente rappresentativo legato a una figura di spicco del territorio; poi la stagione “verde” ha imposto una gestione plenaria e pletorica creando tutta una serie di organi di governo che, di fatto, ha portato alla paralisi dell’Ente. 
Oggi, alla luce dell’esperienza dolorosamente maturata, si potrebbe organizzare un ripensamento dell’Ente Parco in una sua forma più snella, più dinamica, svincolata da pressioni politiche delle lobby che, di fatto, non governano nulla. Si dovrebbe staccare il Ministero dell’ambiente dalla sicurezza energetica, dalla transizione ecologica, dall’occuparsi del nucleare, dalla politica del mare … Potremmo prendere spunto dal sistema americano che ha nel National Park Service (NPS) l’organismo di riferimento per quanto riguarda la gestione delle aree protette e, addirittura, della loro proprietà. Penso a un ente di gestione con fini economici, con un bilancio fatto di entrate pubbliche e private; un ente che sia dotato anche di un proprio corpo di polizia, di personale specializzato, di scienziati che lavorino per il territorio anche in vista del ‘benessere delle future generazioni’. 
Escursionisti in cammino sul nevaio del Pollino.
(Foto archivio Pisarra)


È di questi giorni la notizia che sia iniziata nell’ottava Commissione Ambiente del Senato la discussione del disegno di legge presentato dal suo vicepresidente, il senatore Gianni Rosa, che mira a rivedere numerosi aspetti della norma. Accanto a questo disegno c’è la proposta di legge avanzata dagli onorevoli Sergio Costa, Ilaria Fontana e Daniela Morfino che mi pare più interessante perché offre una articolazione più complessa e strutturata rispetto al disegno di legge del senatore Rosa. 

Nella proposta Costa-Fontana-Morfino, a proposito della figura del Direttore, è prevista una procedura selettiva concorsuale (finalmente!), in sostituzione dell’attuale Albo dei Direttori, ed è annunciata l’istituzione dell’Agenzia nazionale per le aree protette, sul modello delle autorità amministrative indipendenti. 
 Questo disegno di legge prevede anche una dotazione economica per far funzionare la struttura gestionale di un’area protetta e interviene anche sulla procedura di nomina del Presidente del parco privilegiando criteri di competenza e introducendo un nuovo meccanismo di contingentamento dei tempi per il rilascio dell’intesa con le regioni e per il superamento di eventuali dinieghi. 
Vorrei tanto fare a novembre un altro viaggio fino a Noepoli, questa volta col mio land (e sono certo che Serafino mi accompagnerebbe sorridente da Lassù), per ascoltare il ministro Pichetto Fratin se venisse a illustrarci come immagina e quale ruolo debbano ricoprire i Parchi nazionali nel futuro.

giovedì 12 febbraio 2026

Voterò NO

Eccomi qui a dire la mia sul perché voterò NO alla prossima tornata referendaria.
Premesso che non sono un giurista e premesso che non voto per partito preso in quanto simpatizzante del Partito Democratico, sostengo che tutti i partiti che si sono succeduti al governo dell’Italia negli ultimi trent’anni e che hanno messo mano alla Giustizia, avevano (e hanno) come unico scopo quello di indebolire la Costituzione, quello di smontare i “pesi e contrappesi” pensato, in primis, da Costantino Mortati. È esattamente l’opposto di quello che è l’obiettivo primario di una qualsiasi riforma della giustizia: far funzionare meglio i tribunali; dare risposte in tempi accettabili ai cittadini; garantire la certezza della pena per tutti, ricchi e poveri. E i risultati si sono visti: nessuna di queste riforme ha migliorato di un secondo la vita di noi comuni cittadini. Sempre perché non sono un giurista ma un comune mortale, un cittadino libero che cerca di pensare con la propria testa e di documentarsi, ho provato a leggere il primo testo che si poneva a oggetto del referendum e non ho capito nulla. Di fronte alla possibilità di chiedere, attraverso la raccolta firme, una più chiara scrittura del testo da sottoporre al parere dei cittadini, senza esitare un attimo, ho firmato. Sicuro che il governo (tutto minuscolo volutamente) avrebbe dato altro tempo per documentarsi per la volontà dei 550mila che hanno firmato la petizione online. Ma niente, non c'è stata questa auspicata decisione. Il governo si è, per dirla alla Camilleri, “stracatafottuto” dei firmatari e ha confermato la data già decisa del 22 e 23 marzo per lo svolgimento della votazione referendaria. Ora vengo al dunque. Questa modifica costituzionale, mi par di capire, non intacca di un millimetro il miglioramento della giustizia. Ora, se a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina, per dirla con “zio” Giulio, io ho la certezza, che non è scritta da nessuna parte, che l’obiettivo non è la separazione delle carriere tra la magistratura giudicante e quella inquirente; che due CSM non sono meglio di uno; che l’istituzione dell’Alta Corte la quale (se ho capito bene) dovrebbe sovraintendere ai provvedimenti dei due CSM non contribuirà a migliorare i problemi di cui sopra. Si gioca al “dividi et impera”! Ho anche la certezza (chiamiamolo istinto) che l’obiettivo sia un altro: se passasse l’approvazione della modifica, poi sarebbe sufficiente emanare una serie di leggi ordinarie per andare nella direzione voluta, non tanto nascosta, di dare “indicazioni” ai giudici su cosa e quali reati perseguire per primi. A me piace che ci sia l’obbligatorietà del procedimento e la dico in modo semplice: se rubo una bicicletta o prendo, senza pagare, una caciotta al supermercato devo avere un processo giusto, rapido che valuti le circostanze del reato e che mi si dia una giusta pena. Per questo servono magistrati, cancellieri, polizia giudiziaria, computer veloci ed efficaci, strutture e uffici moderni: tutte cose che nessuna riforma dell’ordinamento giudiziario ha mai contemplato. Un’altra cosa che mi “puzza” è la questione sorteggio. L’amministrazione della Giustizia non può e non deve essere affidata al caso. Anche perché non ci vuole molto a capire che il giudice estratto a sorte magari non aveva nessun interesse ad andare al CSM e che rimarrà della sua idea di giustizia sia se è iscritto ad una delle tante correnti della magistratura sia se non lo è. Non è detto che questi, una volta entrato in Consiglio, non faccia “cartello” con i colleghi che la pensano allo stesso modo. Per cui si vanifica il concetto del “tirare a sorte” un nome per amministrare meglio l’ordine giudiziario. Non ricordo se la composizione del CSM sia stata modificata nel tempo. Se è un organo di “autogoverno” con a capo il Presidente della Repubblica, garante “massimo”, che bisogno c’è di altri membri nominati dal parlamento e scelti – ci mancherebbe altro – tra professori universitari di diritto e tra avvocati di lungo corso? E poi non è – a dir poco – sbilanciato il sorteggio se si estraggono a sorte i componenti dei giudici tra i diecimila magistrati, mentre i membri di diritto si scelgono in una lista di gran lunga ridotta e comunque stabilita dal governo di turno? Non è questo un altro metodo per cercare di tenere a bada un organo che per definizione è autonomo dagli altri poteri dello Stato? Per questo voto NO. Dalla stesura del nuovo quesito si è chiarito poi che la richiesta a referendum di modifica è di ben sette articoli della Costituzione. Qui non entro nel merito, ma mi riservo di leggere e approfondire le modifiche che si vogliono apportare alla Costituzione e quali conseguenze si prefissano. Voto NO anche perché lo schieramento di coloro che sostengono questa posizione va da Zagrebelski a Barbero, da Nando dalla Chiesa ad Augias e tanti tanti altri: tutte personalità che non hanno nulla da guadagnare o da perdere dall’esito del referendum. Voto NO anche per la stima che ho verso Nicola Gratteri, per la sua storia, per la sua abnegazione e per il suo fiuto. Lo seguirei dappertutto. Voto NO perché i problemi che attanagliano la nostra comunità – a partire da quella locale e regionale fino alla nazionale – sono ben altri. E ben più importanti. Voto No perché ho la certezza che questo dibattito serva a distrarre l’opinione pubblica dal protestare in modo pacifico e non violento, che non si fa nulla per il clima, per l’ambiente e per le aree protette, per lo svuotamento dei nostri paesi, per il risparmio energetico, per la continua violenza al paesaggio, pur essendo ben consapevoli che noi viviamo di questo. Voto NO perché questa classe politica non mi ispira fiducia. Voto NO.