Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

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Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

lunedì 23 febbraio 2026

I miei primi quarant’anni

A novembre di quest’anno saranno quarant’anni da quando andai a sentire a Noepoli il Ministro dell’ambiente del tempo: Francesco De Lorenzo. Era una giornata fredda e uggiosa quella che segnò l’inizio dei miei interessi verso l’ambiente, le politiche ambientali e conservazionistiche. 
Vincenzo Ferrari, il Ragioniere Serafino Bellusci, Emanuele Pisarra, Mario Rugiano in cima al Dolcedorme. estate del 1986
Vincenzo Ferrari, il Ragioniere Serafino Bellusci, Peppino Colacino, Emanuele
Pisarra  e Mario Rugiano in cima al Dolcedorme. Estate 1986.
 (Foto archivio Colacino)
 
 
Appresa la notizia della presenza dell’Onorevole, chiesi al mio amico Serafino la sua disponibilità ed egli si offrì di accompagnarmi con la sua Bianchina fino a Noepoli. Fu un viaggio lunghissimo, tra strade sconnesse e velocità della macchina, ma volevo proprio sentire dalla viva voce del Ministro dell’Ambiente quali fossero le progettualità da seguire per istituire un parco. Avevo una buona considerazione dell’onorevole De Lorenzo in quanto qualche mese prima aveva risposto ad una intervista televisiva con slancio e determinazione agli appelli di Franco Tassi, allora direttore del Parco d’Abruzzo, riguardo alla triste situazione dei parchi storici, ridotti al lumicino e senza fondi. Forse proprio da quell’incontro con Tassi, il Ministro maturò l’idea della necessità di una legge nazionale che regolasse la materia, ma poi le camere furono sciolte e non se ne fece nulla. 
 Nel 1987 ci fu un breve governo con ministro dell’Ambiente Mario Pavan che è passato alla storia come colui che in una notte firmò centinaia di decreti istituitivi di Riserve naturali orientate (come quella del Raganello, del Lao e del fiume Argentino). Nella successiva compagine governativa entrò a far parte, sempre come più alta carica per i temi ambientali, Giorgio Ruffolo, altra figura di spicco che portò avanti il progetto di De Lorenzo. Sotto la direzione di Ruffolo si discusse molto della opportunità di strutturare e legiferare in modo organico sulla questione delle aree protette forse anche perché è stato il ministro dell’ambiente più longevo (29 luglio 1987 al 28 giugno 1992), rimasto in quella carica nel succedersi di quattro nuovi governi. Molti uomini illuminati di quel tempo si batterono per una norma che regolasse l’istituzione di aree protette in ambito nazionale. Penso a Francesco Mezzatesta, Franco Tassi, Gianluigi Ceruti, Fulco Pratesi, Mario Tommaselli e altri. Sicuramente al ministro Ruffolo dobbiamo la “Legge quadro sulle aree protette” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 6 dicembre 1991, sotto la presidenza del Consiglio dei Ministri di Giulio Andreotti. 
Franco Tassi, Mario Tommaselli, Margherita Martinelli,
Emanuele Pisarra. Cerchiara di Calabria 2009 (Foto archivio Pisarra)

Alla emanazione di quella legge, seguì la fase dei vari decreti attuativi in un arco di tempo che vide cambiare ben quattro ministri a capo di quel Dicastero fino a febbraio del 1994 quando, con ministro Valdo Spini, fu istituito l’Ente Parco nazionale del Pollino. Tutto il periodo compreso tra gli anni Ottanta e Duemila - che possiamo davvero identificare con l’espressione usata da Giorgio Nebbia di “primavera dell’ecologia” - fu un’epoca intensa di dibattiti con le popolazioni locali, magnificamente restituita dal saggio di Valerio Giacomini (Uomini e parchi, Franco Angeli, 1992) volume che fu per me una sorta di “Bibbia” alla quale mi “abbeverai” e che ho fatto mio come bussola di vita. 
Nacque la Legge Quadro 394 del 1991 e l’insieme di parchi nazionali raggiunse il numero consistente di 25 ai quali si affiancò la rete delle aree protette regionali che annovera 148 parchi e 416 riserve; a queste bisogna aggiungere 19 Riserve della biosfera UNESCO attivate con il programma MAB (Man and Biosphere). Purtroppo la legge 394/1991 non solo non è mai stata completamente applicata ma, negli anni, è stata gradualmente smantellata (la riforma Bassanini ha fatto sciagure anche in questo settore). Come dicevo, il fermento di quel tempo sembrò l’inizio di una nuova era e, in parte, lo fu davvero. Come previsto dalla legge, nel corso degli anni successivi fu istituita una prima serie di aree protette, alla quale seguì una seconda. 
 Oggi la politica sulle aree protette in Italia segna il passo: quasi tutti i parchi nazionali sono privi o del direttore, o del presidente o di entrambi e si va avanti a proroghe e a nomine commissariali. 
 Se il presidente è di nomina politica passi; ma il direttore non può essere un funzionario a tempo determinato, con incarichi plurimi e da svolgere a distanza. Sono andato a rivedere l’elenco – aggiornato al 24 aprile 2025 - degli idonei a ricoprire il posto di direttore di un Parco presso il Ministero dell’Ambiente e ho scoperto che sono ben 4532. 
 Quindi, com’è possibile che non si trovino venticinque direttori da incaricare a tempo pieno nelle nostre aree protette? La prassi è che la richiesta di andare a ricoprire il posto di direttore, per esempio, al Parco dell’Aspromonte, va fatta dopo che l’ente gestore ha bandito il relativo concorso. Scaduti i termini, si esaminano i curricula presentati dagli aspiranti partecipanti e se ne propone una terna (con l’indicazione di un prescelto) al Ministro; questi provvede alla nomina, in media, per un periodo di cinque anni al termine del quale si ricomincia l'iter daccapo. Ora, cinque anni sono davvero pochi per organizzare e procedere nella gestione di un parco date le varie necessità che un territorio richiede. Per esempio suddividere l’area protetta in diverse zone, pianificare interventi sia materiali che immateriali, organizzare l’accoglienza turistica, progettare il recupero di antichi edifici da adibire a centri per il visitatore … 
Serra di Crispo in abito autunnale.
(Foto archivio Pisarra)
Evidentemente è possibile non assegnare a tempo pieno questi venticinque ruoli perché non interessa a nessuno il governo del territorio salvo poi mostrarsi attenti e solleciti dopo un disastro, una frana o un’alluvione. Eppure basterebbe poco: sarebbe sufficiente fare un concorso nazionale (auspicherei anche internazionale, alla stregua del concorso del 2025 indetto dal MIC per i musei e parchi archeologici) per titoli ed esami per i venticinque posti necessari e che fosse, se non a tempo indeterminato, almeno per un arco temporale diciamo di almeno dieci anni?
 Una prima selezione esisterebbe già in quanto si potrebbe attingere dall’albo degli idonei. Non credo che 25 dirigenti apicali, con i loro stipendi, possano creare problemi al debito pubblico. Direi piuttosto il contrario. Infatti, se sono dipendenti dello Stato, come funzionari pubblici sono a disposizione del Ministero il quale può inviarli di ‘autorità’ nelle sedi in cui è necessaria la loro presenza - come l’Aspromonte, il Pollino o il Gran Paradiso - e rimarrebbero in carica per un tempo più congruo dell’attuale alla fine del quale si farebbe il bilancio della loro gestione. Avremmo così risolto almeno l’aspetto gestionale del governo dell’Ente, in attesa delle indicazioni politiche che, in realtà, sono già contenute nelle disposizioni di legge. 
 Sostengo ciò in quanto una prima tipologia di governance delle aree protette era stata impostata sulla figura del Direttore soprintendente e di un Presidente puramente rappresentativo legato a una figura di spicco del territorio; poi la stagione “verde” ha imposto una gestione plenaria e pletorica creando tutta una serie di organi di governo che, di fatto, ha portato alla paralisi dell’Ente. 
Oggi, alla luce dell’esperienza dolorosamente maturata, si potrebbe organizzare un ripensamento dell’Ente Parco in una sua forma più snella, più dinamica, svincolata da pressioni politiche delle lobby che, di fatto, non governano nulla. Si dovrebbe staccare il Ministero dell’ambiente dalla sicurezza energetica, dalla transizione ecologica, dall’occuparsi del nucleare, dalla politica del mare … Potremmo prendere spunto dal sistema americano che ha nel National Park Service (NPS) l’organismo di riferimento per quanto riguarda la gestione delle aree protette e, addirittura, della loro proprietà. Penso a un ente di gestione con fini economici, con un bilancio fatto di entrate pubbliche e private; un ente che sia dotato anche di un proprio corpo di polizia, di personale specializzato, di scienziati che lavorino per il territorio anche in vista del ‘benessere delle future generazioni’. 
Escursionisti in cammino sul nevaio del Pollino.
(Foto archivio Pisarra)


È di questi giorni la notizia che sia iniziata nell’ottava Commissione Ambiente del Senato la discussione del disegno di legge presentato dal suo vicepresidente, il senatore Gianni Rosa, che mira a rivedere numerosi aspetti della norma. Accanto a questo disegno c’è la proposta di legge avanzata dagli onorevoli Sergio Costa, Ilaria Fontana e Daniela Morfino che mi pare più interessante perché offre una articolazione più complessa e strutturata rispetto al disegno di legge del senatore Rosa. 

Nella proposta Costa-Fontana-Morfino, a proposito della figura del Direttore, è prevista una procedura selettiva concorsuale (finalmente!), in sostituzione dell’attuale Albo dei Direttori, ed è annunciata l’istituzione dell’Agenzia nazionale per le aree protette, sul modello delle autorità amministrative indipendenti. 
 Questo disegno di legge prevede anche una dotazione economica per far funzionare la struttura gestionale di un’area protetta e interviene anche sulla procedura di nomina del Presidente del parco privilegiando criteri di competenza e introducendo un nuovo meccanismo di contingentamento dei tempi per il rilascio dell’intesa con le regioni e per il superamento di eventuali dinieghi. 
Vorrei tanto fare a novembre un altro viaggio fino a Noepoli, questa volta col mio land (e sono certo che Serafino mi accompagnerebbe sorridente da Lassù), per ascoltare il ministro Pichetto Fratin se venisse a illustrarci come immagina e quale ruolo debbano ricoprire i Parchi nazionali nel futuro.

giovedì 12 febbraio 2026

Voterò NO

Eccomi qui a dire la mia sul perché voterò NO alla prossima tornata referendaria.
Premesso che non sono un giurista e premesso che non voto per partito preso in quanto simpatizzante del Partito Democratico, sostengo che tutti i partiti che si sono succeduti al governo dell’Italia negli ultimi trent’anni e che hanno messo mano alla Giustizia, avevano (e hanno) come unico scopo quello di indebolire la Costituzione, quello di smontare i “pesi e contrappesi” pensato, in primis, da Costantino Mortati. È esattamente l’opposto di quello che è l’obiettivo primario di una qualsiasi riforma della giustizia: far funzionare meglio i tribunali; dare risposte in tempi accettabili ai cittadini; garantire la certezza della pena per tutti, ricchi e poveri. E i risultati si sono visti: nessuna di queste riforme ha migliorato di un secondo la vita di noi comuni cittadini. Sempre perché non sono un giurista ma un comune mortale, un cittadino libero che cerca di pensare con la propria testa e di documentarsi, ho provato a leggere il primo testo che si poneva a oggetto del referendum e non ho capito nulla. Di fronte alla possibilità di chiedere, attraverso la raccolta firme, una più chiara scrittura del testo da sottoporre al parere dei cittadini, senza esitare un attimo, ho firmato. Sicuro che il governo (tutto minuscolo volutamente) avrebbe dato altro tempo per documentarsi per la volontà dei 550mila che hanno firmato la petizione online. Ma niente, non c'è stata questa auspicata decisione. Il governo si è, per dirla alla Camilleri, “stracatafottuto” dei firmatari e ha confermato la data già decisa del 22 e 23 marzo per lo svolgimento della votazione referendaria. Ora vengo al dunque. Questa modifica costituzionale, mi par di capire, non intacca di un millimetro il miglioramento della giustizia. Ora, se a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina, per dirla con “zio” Giulio, io ho la certezza, che non è scritta da nessuna parte, che l’obiettivo non è la separazione delle carriere tra la magistratura giudicante e quella inquirente; che due CSM non sono meglio di uno; che l’istituzione dell’Alta Corte la quale (se ho capito bene) dovrebbe sovraintendere ai provvedimenti dei due CSM non contribuirà a migliorare i problemi di cui sopra. Si gioca al “dividi et impera”! Ho anche la certezza (chiamiamolo istinto) che l’obiettivo sia un altro: se passasse l’approvazione della modifica, poi sarebbe sufficiente emanare una serie di leggi ordinarie per andare nella direzione voluta, non tanto nascosta, di dare “indicazioni” ai giudici su cosa e quali reati perseguire per primi. A me piace che ci sia l’obbligatorietà del procedimento e la dico in modo semplice: se rubo una bicicletta o prendo, senza pagare, una caciotta al supermercato devo avere un processo giusto, rapido che valuti le circostanze del reato e che mi si dia una giusta pena. Per questo servono magistrati, cancellieri, polizia giudiziaria, computer veloci ed efficaci, strutture e uffici moderni: tutte cose che nessuna riforma dell’ordinamento giudiziario ha mai contemplato. Un’altra cosa che mi “puzza” è la questione sorteggio. L’amministrazione della Giustizia non può e non deve essere affidata al caso. Anche perché non ci vuole molto a capire che il giudice estratto a sorte magari non aveva nessun interesse ad andare al CSM e che rimarrà della sua idea di giustizia sia se è iscritto ad una delle tante correnti della magistratura sia se non lo è. Non è detto che questi, una volta entrato in Consiglio, non faccia “cartello” con i colleghi che la pensano allo stesso modo. Per cui si vanifica il concetto del “tirare a sorte” un nome per amministrare meglio l’ordine giudiziario. Non ricordo se la composizione del CSM sia stata modificata nel tempo. Se è un organo di “autogoverno” con a capo il Presidente della Repubblica, garante “massimo”, che bisogno c’è di altri membri nominati dal parlamento e scelti – ci mancherebbe altro – tra professori universitari di diritto e tra avvocati di lungo corso? E poi non è – a dir poco – sbilanciato il sorteggio se si estraggono a sorte i componenti dei giudici tra i diecimila magistrati, mentre i membri di diritto si scelgono in una lista di gran lunga ridotta e comunque stabilita dal governo di turno? Non è questo un altro metodo per cercare di tenere a bada un organo che per definizione è autonomo dagli altri poteri dello Stato? Per questo voto NO. Dalla stesura del nuovo quesito si è chiarito poi che la richiesta a referendum di modifica è di ben sette articoli della Costituzione. Qui non entro nel merito, ma mi riservo di leggere e approfondire le modifiche che si vogliono apportare alla Costituzione e quali conseguenze si prefissano. Voto NO anche perché lo schieramento di coloro che sostengono questa posizione va da Zagrebelski a Barbero, da Nando dalla Chiesa ad Augias e tanti tanti altri: tutte personalità che non hanno nulla da guadagnare o da perdere dall’esito del referendum. Voto NO anche per la stima che ho verso Nicola Gratteri, per la sua storia, per la sua abnegazione e per il suo fiuto. Lo seguirei dappertutto. Voto NO perché i problemi che attanagliano la nostra comunità – a partire da quella locale e regionale fino alla nazionale – sono ben altri. E ben più importanti. Voto No perché ho la certezza che questo dibattito serva a distrarre l’opinione pubblica dal protestare in modo pacifico e non violento, che non si fa nulla per il clima, per l’ambiente e per le aree protette, per lo svuotamento dei nostri paesi, per il risparmio energetico, per la continua violenza al paesaggio, pur essendo ben consapevoli che noi viviamo di questo. Voto NO perché questa classe politica non mi ispira fiducia. Voto NO.

mercoledì 31 dicembre 2025

Spirito e Natura nel Cammino Basiliano

 Ci sono voluti diversi anni per individuare un percorso che ottimizzasse logisticamente un cammino con le comunità, il territorio, gli ambienti naturali, la rete viaria e la Calabria.

Valle del Raganello (Foto archivio Pisarra)
Dopo tanto cercare e studiare, abbiamo delineato, tenendo conto di tutte le considerazioni fatte, un tracciato ottimale per camminare la nostra Regione.

È nato così il Cammino Basiliano che attraversa tutta la Calabria orientale, partendo da Rocca Imperiale per raggiungere Reggio Calabria.

Iniziando dall’Alto Ionio, si parte dalla piazza Castello di Rocca Imperiale, si attraversano prima il Pollino e la Sila, quindi si percorrono le Serre e l’Asp
romonte per concludere il percorso al Duomo di Reggio Calabria.


A questo itinerario, recentemente, abbiamo aggiunto anche un tratto lucano con partenza da Lauria e che, passando per i due Castelluccio (Superiore e Inferiore), si collega al tracciato primitivo sia all’altezza della tappa Alessandria del Carretto-Cerchiara da San Lorenzo Bellizzi, sia direttamente ad Alessandria del Carretto.

In sintesi questo tracciato è suddiviso in 83 tappe, tocca 10 tra i borghi più belli d’Italia - 6 dei quali si fregiano della bandiera arancione, attraversa 5 siti Unesco per un percorso di un totale di 1560 km fra Calabria e Basilicata.

Ma all’origine di questo percorso c’è un pezzo di storia delle terre del nostro Meridione che per lunghi anni fu teatro di guerre con vicende alterne tra Saraceni, Longobardi e Bizantini.

 

In particolare, il nostro Cammino si è focalizzato su questa storia e ha preso il via da quei monaci in fuga dalla Grecia e dai paesi vicini perché l’Imperatore di Costantinopoli, Leone III Isaurico, al centro di una complessa situazione politica e religiosa, aveva emanato una serie di editti contro la venerazione delle immagini.

In tutta quella che è passata alla storia come lotta iconoclasta, molti iconoduli, per non subire persecuzioni, cominciarono a trasferirsi anche verso l’Italia meridionale dove vi erano sia insediamenti bizantini che longobardi.


Alcuni storici riferiscono che tra il 726 e l’842 si sia verificata una massiccia emigrazione di monaci dei quali circa 50.000 si stabilirono nell’Italia meridionale, dando origine a quel fenomeno del monachesimo greco che tanto ha contrassegnato questi territori.

Senza entrare nei tecnicismi religiosi, i monaci basiliani si ispirano alla così detta “regola” di san Basilio, il vescovo e teologo di Cesarea, detto “il Grande” nato nel 330 e morto nel 379.

La sua Regola è un insieme di indicazioni finalizzate alla disciplina individuale e comune dei monaci. Un “modus vivendi” ideale, un particolare stile di vita teso a raggiungere la perfezione cristiana.

Le comunità basiliane ruotavano attorno al cenobio organizzato in celle e romitori autonomi, con luoghi di preghiera e di lavoro comuni, in cui si viveva favorendo la correzione dei difetti e l’aiuto reciproco tra monaci perseguendo una vita contemplativa contraddistinta dal lavoro manuale che rafforza il corpo, dalla preghiera che rinfranca lo spirito e dallo studio della Sacra Scrittura che illumina la mente.

Questo territorio in gran parte disabitato e ricoperto da foreste impenetrabili, accolse molti di loro che migravano portando con sé libri sacri e icone e dove poi vennero agevolati anche dall’abolizione del divieto della venerazione delle immagini, stabilito dal Concilio di Nicea del 787 e poi riconfermato da quello di Costantinopoli nell’843.

Negli Acta Sanctorum e nelle agiografie, con cui i seguaci hanno descritto la vita e i miracoli di alcuni anacoreti che si erano ritirati in questo territorio, sono riportati anche alcuni eventi di cronaca quotidiana.

Torre Mordillo (Foto archivio Pisarra)
Torre Mordillo (Foto archivio Pisarra) 

Tante le figure di santi bizantini vissuti in queste contrade e che hanno lasciato traccia anche nei toponimi come Elia lo Speleota o Giovanni Therestis.

Una delle figure più celebri fu Nicola Malena, nato da famiglia illustre a Rossano intorno al 909, che accettò la regola monastica assumendo il nome di Nilo da Rossano. Abbandonati tutti i suoi averi a Rossano, si ritirò in una caverna nei pressi di San Demetrio Corone, dove condusse una vita da asceta nutrendosi di pane, radici e frutta.

Altri monaci greci, sempre alla ricerca di zone tranquille ed isolate, risalirono verso l’interno navigando lungo i fiumi che sfociavano nello Jonio e fondando molti monasteri.

Nel corso del tempo si andò verso la stabilizzazione progressiva delle istituzioni monastiche e con essa si andò registrando la trasformazione del paesaggio circostante con orti e campi seminati, i primi vigneti distanziati da alberi da frutta; si vennero a costituire grandi aziende agricole dove ai contadini che vi lavoravano era concessa la possibilità di edificare abitazioni nelle vicinanze.

I monasteri avevano ottimi rapporti con le autorità bizantine e con il clero latino che stimava l’ampia intesa riconosciuta dai monaci greci tra le popolazioni locali. 

Conoscendo la medicina, i monaci curavano i coloni e i loro famigliari dalle indisposizioni che li colpivano e ciò ampliava la loro influenza sulla popolazione e anche sulle persone importanti che, di fronte alle malattie, si rivolgevano a loro per sottoporsi alle cure e, una volta guariti, elargivano cospicue donazioni per riconoscenza.

Queste donazioni, totalmente esentate dai tributi, consolidavano il potere dei monaci bizantini. Di conseguenza il notevole incremento del patrimonio dei monasteri non era proporzionalmente collegato con l’aumento del numero dei monaci per cui questi dovevano stipulare con i coloni contratti di lavoro che dipendevano dalle condizioni di costoro e dalla situazione dei terreni.

Il Calabrone
I vari tipi di contratti – enfiteusi, pastinato ad laborandum e altri – comportarono anche un riassetto della popolazione sul territorio e un certo movimento nella scala sociale. Tutta la Calabria fu interessata da questo “modus operandi” dei monaci basiliani, i quali oltre all’amministrazione dei sacramenti agivano anche da imprenditori e organizzatori sociali.

In sintesi: “Il Cammino Basiliano nasce per promuovere la riscoperta di antichi sentieri e raccontare quel territorio calabro-lucano plasmato da uomini di fede che hanno vissuto in armonia con la natura e ci hanno lasciato straordinarie sintesi culturali.

Il Cammino Basiliano promuove un turismo lento, in sintonia con il silenzio dei monaci basiliani dei quali è possibile seguire le tracce dal confine della parte meridionale della Basilicata fino ad affacciarci sul mitico Stretto di Scilla e Cariddi”[1].

 

 PS

Questo articolo è stato pubblicato sul numero odierno de Il Calabrone. 

 

 BIBLIOGRAFIA

*       Bagnetti Gian Piero, L’età Longobarda, Hoepli, Milano 1941

*       Bartolomeo da Rossano, Agiografia di Nilo da Rossano, Cosenza 1720

*       Cappelli Biagio, “Alla ricerca di Latiniano” in Calabria nobilissima, vol. 14 (1969) pp. 43-58.

*       ID., Il monachesimo basiliano ai confini Calabro Lucani, Fiorentino, Napoli 1963

*       ID., Medioevo bizantino nel mezzogiorno d’Italia, edizioni il Coscile; Castrovillari 1993

*       Pedio Tommaso, La Basilicata longobarda, Editore Levante, Bari 1987

*       Pisarra Emanuele, A piedi sul Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari 2001

*       ID: Carta escursionistica del Parco nazionale del Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari 2024

*       Russo Francesco, I Monasteri greci ai confini calabro lucani,  Grottaferrata 1962

*       Santoro, Paolo Emilio, La storia del Monastero di Carbone con la continuazione di d. Marcello Spena; [a cura di] Luigi Branco; presentazione di mons. Rocco Talucci, Osanna, Venosa 1998

*       Toscani Vincenzo, La leggenda di San Giorgio e lo stemma civico di Oriolo, Grafiche Abramo, Catanzaro 1985

*       Vitarelli Lucio, “La dominazione bizantina”, in Lo stato di Noja, a cura di Mimmo Filomeno, Consiglio Regionale della Basilicata [Potenza] 2008, pp. 25-38.

*       Von Falkenhausen Vera, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale da IX al XI secolo, Ecumenica Editrice, Bari 1978

venerdì 24 ottobre 2025

Sui sentieri del Pollino: manutenzione, memoria e libertà di camminare

 Fino a non molto tempo fa gran parte della comunità che abita il Pollino si spostava su antiche vie interne, spesso a piedi, di rado con la cavalcatura.

Oggi questo sistema viario è stato, in parte, trasformato in strade rotabili, per cui è venuta meno la necessità di muoversi a piedi.


Resta però il bisogno dell’uomo moderno di camminare per diletto, per sport, per piacere, nel silenzio di boschi, cime, creste e crinali. «Camminare non è semplicemente terapeutico per l’individuo, ma è un’attività poetica che può guarire il mondo dei suoi mali», ricordava Bruce Chatwin in uno dei suoi racconti di viaggio.

Camminare è una pratica di benessere psicofisico ma anche uno strumento per riconnettersi con sé stessi e con ciò che ci circonda. Adattando un vecchio adagio calabrese: «basta la salute e un buon paio di scarpe per partire alla scoperta del mondo».

Non è vero che non c’è tempo per camminare. Come se non ne buttassimo via, di tempo, davanti al computer, a guardare viaggi virtuali o chattando. «Non esiste nulla nella vita che non possa essere rimandato. Ma voi ancora non lo sapete, perché non avete conquistato la saggezza del camminatore», scrive Paolo Rumiz.

Il camminare è diventato un’impresa rivoluzionaria. Non serve essere atleti esperti, aver scalato il Monte Bianco o raggiunto il Polo Nord. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e muoversi a piedi ogni volta che è possibile. Liberarsi della “dittatura” della velocità significa ampliare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria più efficiente, è più creativo. Chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la più semplice esperienza in un’avventura bellissima.


Sulla scia di questi pensieri e nel rispetto di uno dei principi cardine del nostro Sodalizio, abbiamo fatto manutenzione a diversi sentieri ricadenti nel nostro Parco che fanno parte della REI (Rete Escursionistica Italiana) per la Calabria.

In primo luogo abbiamo messo mano alla segnaletica di alcune tappe del Sentiero Italia, il nostro “pezzo forte” della parte della sentieristica REI che ricade nel Parco. Da Piano di Lanzo a San Sosti: una tappa bella, faticosa, lunga, dai paesaggi vari e unici, in uno scenario in continuo cambiamento. Foreste di faggio sempre più fitte si alternano a balconate dagli ampi orizzonti come la Valle del Fiume Rosa, uno “spaccato” tra cime dai nomi evocativi (Pietra dell’Angioletto, Due Dita, Artemisia) e antiche vie commerciali tra la Pianura di Sibari e la costa tirrenica.

Ampi pianori dai nomi che ricordano eventi o passaggi di eserciti — Campo di Annibale, Piano di Casiglia, Piano Pulledro — sono raggiungibili percorrendo il Vallone della Zoppatura e Sferracavallo. Luoghi faticosi per le cavalcature e per le caviglie. Abbeverandosi all’Acqua di FridaAcqua del ManganoAcqua Marchesano o Acqua della Tardea, si attraversa un paesaggio in cui ogni fonte racconta una storia.

Nel camminare, spesso il pensiero va alle tante persone che hanno abitato, portato gli armenti al pascolo e lavorato su questi fazzoletti di terra strappati alla vegetazione. Generazioni che hanno fatto tanta fatica per un tozzo di pane.


Su questa tappa del Sentiero Italia non manca un affaccio su un luogo ameno e ricco di religiosità come il Santuario della Madonna del Pettoruto. Immerso in una foresta di lecci, posto su una superficie terrazzata a strapiombo sul fiume Rosa, appare come un’isola di colore a contrasto, una macchia nel verde intenso della lecceta e del faggeto. Nel silenzio più assoluto e riparato dai venti freddi e umidi del Tirreno, in lontananza si intravedono le prime case di San Sosti. Una vera e grande illusione ottica: per raggiungerle occorre percorrere ancora un lungo tratto a zigzag della mulattiera, passare per i ruderi del Castello della Rocca e confluire infine sulla statale che porta in Piazza Mercato.

Un altro intervento di “rinfresco” della segnaletica l’abbiamo fatto sul sentiero che porta al Passo del Principe sulla Manfriana. Un crinale spettacolare, a cavallo di due mondi in apparenza lontani. Da una parte l’alta Valle del Raganello, la Timpa di San Lorenzo e la Fagosa; dall’altra la Valle del Coscile, intensamente abitata.

Questa lunga cresta, posizionata in senso nord-sud sull’Appennino calabro-lucano, funge anche da spartiacque climatico: ai suoi piedi, ad oriente, termina la corrente calda originata dal Golfo di Sibari, che procura una piacevole brezza nella calura estiva.

A volte sembra di sentire le voci di uomini, donne e ragazzi che hanno percorso l’alta Valle del Raganello, attraversato la Fagosa per recarsi ai pascoli alti o in pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Pollino. E prima di loro, immagino i soldati lucani che presidiavano la Manfriana per lanciare l’allarme se i Bruzi o i Bretti salivano dalla pianura.

Dall’altro versante, invece, si rivedono le legioni romane che percorrevano la via Popilia o i viaggiatori del Gran Tour alla scoperta della Calabria.


La giornata dedicata al controllo della segnaletica sul sentiero che da Piano di Lanzo porta in cima al Cozzo Pellegrino è stata uno spettacolo di luci e colori verso il Tirreno. Il tracciato utilizza, per un primo tratto, la stradella di esbosco che collega il Piano con la Carpinosa, poi porta alla cresta passando per la Calvia e raggiunge il Cozzo Pellegrino.

Un itinerario breve ma intenso e aereo, con affacci suggestivi sulla Valle dell’Abatemarco. Non è un percorso adatto a chi soffre di vertigini, ma la vista dalla cima del Cozzo Pellegrino ripaga ogni sforzo: spazia dal Mare Ionio fino alla costa siciliana, mentre a ovest domina l’intero Golfo di Policastro con le cime del Cilento.

Da vecchio cartografo, mi diletto a leggere e rileggere i toponimi che circondano la cima: Valle Lupa, Piano di Rose, Serra La Vespa, Schiena dei Lacchicielli, Cozzo dell’Orso, Cozzo dell’Uomo Morto… ma l’oronimo che più mi incuriosisce è Mondo Nuovo. Chissà a cosa si riferiva chi lo ha creato.

A queste vie, in cui periodicamente facciamo manutenzione, a volte ne aggiungiamo una nuova, rigorosamente scelta dal nostro Catasto Sentieri. Questa volta è toccato a una del territorio di San Lorenzo Bellizzi. Alcuni giovani soci del Paese delle Timpe hanno chiesto di ripristinare un vecchio percorso che dal centro abitato porta a Serra di Paola.


Una camminata favolosa, adatta a tutti: immersa nella prima parte in un bosco di querce, roverelle e cerri, e nella seconda attraversa un rimboschimento a pino nero. Due paesaggi in netta antitesi. Da un lato, le Timpe di San Lorenzo, Porace, Cassano, Falconara, attraversate dal Torrente Raganello; dall’altro, il Monte Sparviere che digrada verso la Piana di Sibari, con Cerchiara di Calabria in primo piano e il Monte Sellaro a protezione.

Lo spirito del Club Alpino Italiano è quello di far conoscere le montagne ai propri soci e non solo. Noi del CAI Castrovillari abbiamo come “secondo spirito” anche lo scambio di prelibatezze tra comunità diverse. Vuoi mettere un bocconotto di Mormanno preparato da Aldo, ogni volta con un ripieno diverso? Oppure la lasagna della nostra presidente, innaffiata con dell’ottimo vino del Pollino? E la soppressata?

La manutenzione dei sentieri è anche luogo di discussioni — ambientali e politiche. Queste giornate sono diari di viaggio che meritano di essere fissati su un taccuino. Perché non esiste un sentiero che non sia un piccolo viaggio. Non esiste un viaggio senza scrittura.

Sul sentiero siamo tutti scrittori. Basta lasciarsi andare. I pensieri nuovi e freschi scaturiscono all’improvviso e bisogna fermarli immediatamente prima che scompaiano.

Infine, come terzo spirito, noi del CAI Castrovillari amiamo ascoltare il silenzio, sentire la musica della natura, incontrare persone, conversare di massimi sistemi, lasciando a casa i problemi quotidiani.

Venite con noi. Buon cammino sui sentieri del Pollino!




NB

Questo articolo è stato pubblicato sulla pagine On Line dello Scarpone 

Lo Scarpone - Sui sentieri del Pollino: manutenzione, memoria e libertà di camminare