Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

martedì 6 agosto 2024

Pollino. Nuova Carta escursionistica

  POLLINO

Carta generale 1:90.000

Con carta di dettaglio in scala 1:35.000.

 Include sentieri CAI, Cammino Baslinao, geositi del Parco nazionale del Pollino

 

La Casa editrice Prometeo di Castrovillari ha dato alle stampe una nuova CARTA ESCURSIONISTICA del Parco nazionale del Pollino. La carta è stata realizzata, con le più moderne tecnologia GIS, dalla Acalandros Map Design in collaborazione con il CAI.


La carta si propone con due tavole: in un lato è rappresentata l’intera  REI (Rete Escursionistica Italiana), riguardante una parte del territorio calabrese – in scala 1:90.000 - ricadente nel perimetro del Parco nazionale del Pollino, ricavata dalla elaborazione in ambiente GIS dei dati del CATASTO GENERALE DEI SENTIERI fatto predisporre, a suo tempo dai consulenti nominati dalla direzione dell’Area Protetta. Oltre 187 sentieri per poco più di mille chilometri. Questi tracciati la carta li rappresenta in vario modo: ci sono i sentieri segnati e manutenuti in più riprese dal nostro Sodalizio in tratto rosso continuo con la bandierina con il numero; poi c’è la rete sentieristica completa ma ancora non segnata sul campo (tratteggio rosso).

A questa rete si aggiunge la traccia del CAMMINO BASILIANO che attraversa l’area protetta più estesa d’Italia.

Inoltre, include, i siti di interesse geologico riconosciuti dall’UNESCO (geositi).

E riporta la ubicazione degli alberi monumentali del Parco.

 Inoltre in questa pagina è stata data particolare attenzione alla rete viaria di vario ordine in modo che si possano raggiungere le località più importanti per poi intraprendere le escursioni desiderate sui sentieri numerati senza difficoltà alcune.

Infine, è stato dato rilievo al Sentiero Italia almeno per quanto riguarda il tratto che attraversa l’Area Protetta. Per ultimo la Carta Generale riporta anche una sintesi della vegetazione: sono stati scelti - in funzione alla maggiore estensione - le aree boscose a conifere e a latifoglie, le superfici a pascolo e le praterie. Sono segnati anche tutti i rifugi presenti sul territorio.


Nella tavola di dettaglio – in scala 1:35.000 – troverete la carta dei Sentieri del settore Sud-Est del Parco nazionale del Pollino. Qui ci sono la maggior parte dei sentieri segnati con le bandierine del nostro Sodalizio e numerate secondo i criteri del CAI.

Inoltre, alle località di partenza vi sono anche i grandi tabelloni che illustrano gli itinerari dell’Ente parco. In questa tavola le isoipse hanno una equidistanza di 20 metri. La carta contiene anche uno specchietto con gli indirizzi utili con numeri di telefono, mail e siti di riferimento. 

Per ultimo, le coordinate geografiche sono riferite all’ellissoide internazionale WGS 84. Il reticolato di riferimento è U.T.M. – Fuso 33.

mercoledì 31 luglio 2024

Un esploratore ... sul Pollino

 
Premetto che in genere non scrivo la recensione di un libro appena letto.

Mi piace leggere e molto…la mia curiosità spazia dalla saggistica alle spy story, dalla letteratura contemporanea a biografie di uomini (e donne) del nostro tempo.

Da Montanelli a Travaglio; da Colvin a Ciconte, a Carrère, a Covacich …

Ovviamente, buona parte è dedicata a tanta letteratura di montagna: da Buzzati a Mario Rigoni Stern; da Cognetti a Corona, a Mancuso, alla Simard e tanti altri.

Ma un testo che in questi giorni mi ha veramente colpito, per la perfezione assoluta della padronanza della lingua, per la descrizione in dettaglio della flora e del paesaggio, di uomini e storie, e perché mi sono ritrovato nella comunanza dei luoghi e della passione botanica è il volume di Luigi Troccoli, Lettere dalla montagna in fiore, edizioni Prometeo, Castrovillari, pagine 180, edito a febbraio di quest’anno.

Semplicemente fantastico.

Un esploratore (Giorgio), la fidanzata (Scilla), l’automobile (la Dyane) e il Pollino.

Nel mezzo il racconto di tanti personaggi, avvenimenti, situazione e descrizioni geopolitiche di oltre mezzo secolo di storia.

Tutti i racconti si aprono con un disegno di una pianta, realizzato da Saverio Santandrea e una citazione colta.

Il racconto parte dall’incontro felice di Giorgio con un anziano raccoglitore di genziana alla fine di novembre, a Piano Ruggio. Mirabile descrizione del luogo e della giornata (“lo sguardo non aveva via d’uscita se non verso l’alto, dove, quel giorno, il cielo di un azzurro cobalto copriva quello scrigno di quiete, di verde, di immota natura senza tempo, senza età per essere lapidariamente immune da segni o impronte che ne suggerissero una storia, ricordassero un evento, rivelassero la mano fattrice dell’uomo”). “Raccolgo l’Egiziana per fare soldi”. “E come li fate i soldi con l’Egiziana?”.  “Vendendola alle farmacie”. Finalmente capii che l’Egiziana non era altro che la Gentiana lutea.

Altro capitolo, che si apre anch’esso con un rimando colto:

“Pietro Andrea Mattioli, senese, nel 1568 si chiedeva se esistessero due sabine, poiché gli antichi riferivano che ce ne era una con le bacche e un’altra senza e le disegnò entrambe nella sua opera “I discorsi nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo”.

Finalmente si è scoperto che la sabina non è altro che lo Juniperus sabina, rara in Italia, ma forse, presente sui monti del Sud.

I due protagonisti (Giorgio e Scilla) sempre a bordo della mitica Dyane, non avevano in mente di cercarla, ma avevano voglia di montagna, salire una cima e affacciarsi dalla sua sommità … “la vetta della timpa non aveva l’acutezza gotica delle guglie dolomitiche… era una linea di vetta lunga, distesa, senza aggetti verso l’alto, ma delimitata, da una parte, dal dorso di una montagna che si innalza da cumuli di argilla e campi stretti e sassosi; dall’altra, ingoiata dal vuoto. Un taglio immenso, netto, verticale, un baratro diritto, senza appigli, levigato dal demonio, un filo a piombo di geometrica precisione inabissava testa, ventre, piedi di quella maestosa timpa, direttamente dal cielo, terso, quel giorno, imbacuccato da cirri e nuvole, altri giorni, nella pancia molle del turbolento e capriccioso, incostante e traditore torrente, che gli strisciava sotto, torbido e violento come gli autunni di quelle montagne”.

Seguono: La corazza che accomuna (Fagus sylvatica), l’amazzone di fuoco (Pinus Leucodermis), il pastorello immolato (Diantus ferrugineus)…

ognuno è davvero un tuffo in una prosa fresca e poetica che regala un po’ di felicità!

Da leggere, assolutamente! anche sotto l’ombrellone.

 

Luigi Troccoli

Lettere dalla montagna in fiore

Edizioni Prometeo, Castrovillari (CS), 2024, pag. 180

 

 

giovedì 11 luglio 2024

Lettera aperta al Ministro dell'ambiente on Gilberto Pichetto Fratin

 

Dalla stampa apprendo che il Suo interesse verso le aree protette della nostra Nazione è un po’ scarsetto in quanto le Sue attenzioni sono rivolte verso il nucleare, magari di quarta o forse quinta generazione.  Non importa cosa ciò voglia dire e, soprattutto, pare proprio che Lei non si preoccupi dei tempi, nel senso che, implementare una tale tecnologia e metterla poi in produzione, vuol dire mettere in conto almeno venti anni e diversi miliardi di euro.

Vengo, però, alla questione principale, oggetto di questa lettera: i parchi nazionali.

Come Lei certamente saprà, l'Italia ne ha venticinque sparsi tra le Alpi e le isole. .

Molti sono, a tutt’oggi, privi della figura del direttore, in altri manca il presidente; in alcuni è persino assente un Suo rappresentante (in quello del Pollino, in cui vivo e lavoro, mancano tutti e tre).

Eppure il suo Dicastero è, tra le altre cose, l'organo di vigilanza per la corretta attuazione delle norme di gestione del territorio ricadente all'interno del perimetro di un’area protetta.

Tralascio tutti gli altri problemi che affliggono tali aree, per evidenziarne intanto uno: la mancanza del direttore. Ebbene questa figura squisitamente ‘tecnica’ è sempre in balia del vento ‘politico’ del periodo.   Converrà che ormai è giunto il momento di bandire un concorso per titoli e per esami per nominare questa determinante figura che manca nella nostra pubblica amministrazione.  La presenza di un tale dirigente in ogni area protetta sarebbe la garanzia di avere una valida figura amministrativa per almeno trent'anni, e non credo che l'assunzione di venticinque funzionari possa provocare una voragine nelle casse dello Stato.

Vorrei portare alla Sua attenzione anche una serie di situazioni che si sono venute a creare in seguito alla soppressione, per esempio, delle Comunità montane nel Meridione con il passaggio delle loro competenze ai nuovi enti parco.

Se a questo aggiungiamo la programmata sopressione delle Province è facile immaginare come tutte le aspettative sorte nella comunità locali, con la creazione di questi nuovi Enti, siano andate puntualmente deluse. Perché, come al solito, la riforma è stata realizzata a metà: nel senso che, per tutta la vacatio normativa in seguito al tentativo fallito di abolire le province, gli enti parco si sono accollati le tante e varie esigenze del territorio, appaltando strade, spendendo denari nelle più svariate iniziative. 

È ovvio che questo nuovo ruolo degli enti parco ha creato tutta una serie di attese e che ora non è più facile tornare indietro.

Le modifiche introdotte dal governo Monti – che hanno praticamente cambiato la governance, trasferendo i poteri dallo Stato, attraverso le comunità dei parchi, agli enti locali – si sono rivelate fallimentari e io sono a sostenere che questi poteri debbano tornare di competenza al Suo Dicastero: proprio perché i parchi sono ‘nazionali’, non possono e non devono essere sottoposti ai piccoli interessi di bottega.

Bisogna nominare al più presto i nuovi dirigenti - sia tecnici sia politici - e ridefinire, in sostanza, la mission dei parchi da qui fino ai prossimi trent'anni, perché il "mio" ha appena compiuto il suo trentesimo anno nella completa indifferenza di molti, compreso il Suo Dicastero.

E su questo La invito a leggere la mia cronaca della serata del 21 novembre 2023 (Parola di Acalandros: Festa dei trent’anni dell’istituzione del Parco nazionale del Pollino].

Il Pollino (così come gli altri parchi italiani) non merita questo trattamento! Perché il Pollino è sinonimo di biodiversità, di comunità minoritarie ricche di storia, tradizioni, usi e costumi particolari da salvaguardare perchè segni di una identità!

È un territorio ricco di paesaggi selvatici, di canyon, di ambienti naturali fiabeschi.

Se Lei non ha mai visitato questi luoghi non ha il ‘giusto’ metro di misura per giudicare questa realtà, mi offro volontario nel farLe da guida.

Al momento in cui scrivo questa lettera sono passati circa settecento giorni senza presidenza, circa quattrocento senza un Suo rappresentante e l'incarico di direttore è stato prolungato per la settima volta.

Nella comunità che vive con fatica in questo territorio non si avverte più la presenza di questo ente.

Magari è un bene? allora perché non abolire gli enti parco? Risparmieremmo diversi stipendi, rimborsi spese, dinieghi, conflitti di competenze e pareri amministrativi.

Ma se li vogliamo mantenere, urge una Sua presa di posizione e un Suo interessamento.

Non comprendo il Suo silenzio!

Batta un colpo.

Se è un problema di uomini, mi offro volontario (forse).

 

Distinti saluti

Emanuele Pisarra

sabato 30 dicembre 2023

Una fortezza in cima al monte Manfriana

 Ancora oggi è oggetto di studi l’area apicale della cima del monte Manfriana.

Per tutta la superficie si trovano sparsi sedici blocchi di roccia squadrati di varie dimensioni, pronti per essere usati per innalzare una costruzione, ma chi sia stato a scolpirli non si sa. 

Così come non si conoscono i motivi che spinsero un popolo a raggiungere la sommità di questa cima, crearvi un insediamento, seppur temporaneo, per aprirvi una cava, estrarre e lavorare quei grossi blocchi di roccia e lasciarli sulla cima in attesa di essere collocati in ordine da qualche parte. 


Dalle ricerche effettuate agli inizi degli anni Novanta è emerso che la lavorazione dei blocchi risale al periodo greco tra il VI e il IV secolo a.C. 


Il monte Manfriana si trova a metà del lungo sinclinale riconducibile alla catena di vette Timpa del Principe – Serra Dolcedorme – Monte Pollino, disposto in senso Sud-Ovest/ Nord-Est ed è formato da due cime: una occidentale e l’altra orientale.

Che si volesse innalzare un piccolo edificio si evince dal fatto che uno dei blocchi di roccia è a forma di architrave, posto in una buca, proprio a pochi metri dalla cima. 

Gli altri sono quasi tutti a forma rettangolare, tranne uno che ha dimensioni uguali (un quadrato?). 

Tutti presentano su di un lato una profonda incisione che, a detta degli esperti, è identificabile con l’incavo dove si inserisce un cuneo affinché i blocchi non slittino una volta messi uno sull’altro. 

Proviamo a descrivere il luogo. 

In mezzo trova posto una conca, conosciuta come l’Afforcata, nei cui pressi sorgeva un insediamento pastorale (fino a non molti anni fa.) almeno fino a quando le nevicate abbondanti si trasformavano, in periodo estivo, in una piccola fontanella dalla quale si poteva attingere acqua. È curioso il fatto che questa piccola sorgente di volta in volta appariva e scompariva in diversi punti alle pendici di entrambi i versanti delle due cime.


I cambiamenti climatici hanno fatto sì che non nevichi così intensamente da alcuni anni e, quindi, la sorgente è scomparsa. Di conseguenza anche l’insediamento umano non esiste più. Il tempo ha distrutto anche i resti delle capanne di legno e lamiera che facevano da ricovero per uomini e capre. 

Per questo non è azzardata l’ipotesi che la cima orientale fungesse nei tempi antichi da posto di guardia e l’Afforcata da punto di ristoro e riposo tra un turno e l’altro.


Anche se la Manfriana è una cima di poco sotto i duemila metri di quota, la sua posizione a piramide la rende inconfondibile da qualsiasi punto la si guardi.


Inoltre, una mia ipotesi personale, tutta da verificare, consiste nel fatto che la Manfriana potesse fare da ponte per le comunicazioni tra le città magno-greche poste sulla costa ionica (da Sibari, a Policoro, Metaponto) con le altre comunità della costa tirrenica, in primis Paestum.

Ho sempre pensato a una linea immaginaria che collega la prima “stazione” di comunicazione posta sul Monte Coppolo, nel territorio di Valsinni, con la Manfriana. Entrambe le cime si “guardano” bene e sono ubicate a controllo di due delle “vie istmiche” che consentivano l’attraversamento del Massiccio del Pollino verso la Basilicata.

Una di queste sale dalla Piana di Sibari, lungo la valle del Caldanello, nel territorio di Cerchiara di Calabria, per poi proseguire, una volta oltrepassata la Valle del Torrente Maddalena, verso il Sinni e quindi le città greche lucane. 


Sembra che questa strada fu percorsa più volte anche dall’imperatore Federico II di ritorno dai suoi viaggi in Sicilia per recarsi a Melfi e, secondo alcuni storici locali, il nome “Manfriana” derivi proprio dalla storpiatura di “Manfredi”, il figlio prediletto del grande condottiero.

Un’altra via è costituita dalla Valle del Raganello.

All’altezza dell’abitato di Civita, esisteva una via che conduce lungo il crinale roccioso, sulla sponda destra orografica del torrente Raganello, fino al valico della Falconara per poi ricongiungersi con la direttrice che proviene da Cerchiara per poi scendere al Sinni.

La realtà di queste vie lo dimostrano i ritrovamenti e gli insediamenti recentemente trovati nelle due valli.

In entrambi i casi l’insediamento sulla Manfriana fungeva da punto di riferimento e controllo delle due vie.

Con questa finalità, i volontari della sezione di Castrovillari del Club Alpino Italiano, hanno inteso proporre il sentiero che collega la località di Colle Marcione con la Manfriana, ricalcando il possibile tracciato utilizzato da coloro che prestavano servizio di guardia in vetta.

Dopo un primo tratto immerso nella faggeta si esce sul crinale di Timpa del Principe e, da questo momento e per le due ore successive di cammino, è un continuo saliscendi con una vista dagli ampi panorami: a Ovest tiene la scena tutta la Valle del Coscile (l’antico Sybaris), chiusa dalle quinte dei monti della Catena costiera calabrese, a Est, le ultime rocce delle Timpe digradano verso la Piana di Sibari e il mare ionico; chiude l’orizzonte il crinale di monti della Sila greca.

Non è raro che nelle giornate ventate si mostrino in tutta la loro bellezza il Golfo di Sibari e le due “protuberanze terrestri” di Capo Trionto e Punta Alice.

Il numero del sentiero è il 941.

Emanuele Pisarra




PS

Questo articolo è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista "Il Calabrone" in edicola in questi giorni.