Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

sabato 11 giugno 2022

A proposito della toponomastica civitese

 A proposito della proposta di intitolare una strada a don Francesco Camodeca, mi sono ricordato di una lettera aperta anonima pubblicata in uno dei primi numeri di Katundi Yne.

Questa epistola faceva seguito ad un panegirico pubblicato sempre sullo stesso periodico dall’allora medico condotto del paese, il dottor Vittorio De Cicco, nei confronti di don Francesco.

L’anonimo autore della missiva dissentiva completamente dal ritratto che il medico aveva fatto del Nostro, perché egli non riusciva a trarre “gli opportuni ammaestramenti” che albergavano nell’animo di don Francesco e che De Cicco elogiava.  

Nella missiva in cui si lamentano le mancanze di don Francesco, si legge “per noi giovani ha fatto ben poco o niente”. (…) Il suo modo di agire lascia a desiderare anche nei confronti dei non più giovani (…) se a Civita non c’è una assidua partecipazione maschile alla Chiesa, se gli uomini non vanno a comunicarsi, ma badano piuttosto a giocare a carte al bar, se le processioni non si fanno per mancanza di braccia maschili, non è da attribuirsi solo alla cattiva volontà degli uomini civitesi. Ho l’impressione che essi si siano sentiti abbandonati dal loro Parroco e che si siano sempre più abbandonati da lui e dalla Chiesa. (…) Non riesco a comprendere il motivo della sua eccessiva riservatezza, in particolare con i giovani, di cui non ha mai aiutato qualsiasi iniziativa …”

Alla luce di ciò, non solo per motivi personali esprimo, senza alcuno astio e rancore, la mia contrarietà a intestare una strada a don Francesco Camodeca, ma ritengo sommessamente, che non sia stato un buon esempio per la comunità intera che tutt’oggi non lo ricorda volentieri e non ne ha nel tempo intessute le sue lodi.

Mi dispiace molto constatare che siamo (anche in questo) ultimi in classifica per quanto riguarda la toponomastica della nostra viabilità interna che è rimasta quella stabilita nel periodo fascista.

Qualche anno fa l’Amministrazione comunale del tempo istituì una apposita commissione che, per quel che mi riguarda e per gli elaborati che il sindaco Tocci mi mostrò, aveva fatto un buon lavoro che ritengo a tutt’oggi ancora valido.

Anche la tabellonistica allegata si distingueva per la grafica, il testo bilingue e i contenuti.

Avevo avuto la bella sensazione che quel progetto, finalmente, si stesse per concretizzare con la posa in opera delle targhe.

Ma dopo aver posto una decina di targhe nei luoghi più visibile del nostro Paese, senza aver cura di coprire le precedenti intestazioni, tutto si fermò.

 Alla mia richiesta di spiegazioni, un consigliere comunale, lasciandomi senza parole, disse: “Non possiamo cambiare il nome delle strade per non creare preoccupazioni nella nostra popolazione anziana”.

Qualche tempo dopo, curioso di capire meglio tutto, ho fatto una ricognizione storica della toponomastica civitese e ho scoperto cose veramente …a dir poco ridicole. In pratica, a partire dagli inizi del Novecento, si sono succeduti nomi per alcune strade senza però che siano stati organizzati in modo organico e territorialmente strutturati.

Per cui, nel Foglio 6 della Mappa catastale C763_000600 appaiono nomi come “VIA PALAZZO”, VICO 2 CONCEZIONE, VICO 1 S. ANTONIO.














Nel periodo fascista queste strade vennero rinominate come VIA TRENTO, VIA ARMANDO DIAZ, VIA TRESTE E CORSO UMBERTO (con i relativi vicoli).


Poi ho consultato internet e in due dei portali cartografici più usati, Google Maps e Open Street Map, capita di trovare la stessa strada con nomi diversi.





In Google Maps corso Cavour è diventato CORSO G. PALEOLOGO ASSAN, mentre In Open Street Map è rimasto CORSO CAVOUR.


In Google Maps corso Umberto è diventato VIALE ARBERIA, ma in Open Street Map lo troviamo come Corso Umberto.

Così come non si trova traccia della denominazione PIAZZA MARTIRI D’UNGHERIA, mai deliberata dall’Amministrazione comunale del tempo, ma sempre presente nella memoria orale, e che sarebbe dovuta diventare “Piazza Beata Madre Teresa di Calcutta” … ma non è stata mai ratificata.

Per questo sono saltato sulla sedia quando un gruppo di promotori ha chiesto di inserire un nome nuovo, senza una logica, fuori da qualsiasi contesto storico e/o geografico e assente dall’elenco delle denominazioni proposte e approvate da una Commissione appositamente incaricata (e retribuita) dello studio.

Se è vero, a quanto si dice, che la nostra Amministrazione comunale ha subito accolto tale richiesta senza prima averne valutato la congruità con il resto dei toponimi, mi pare davvero fuori luogo questo suo comportamento.

Poiché la Commissione incaricata ha da tempo concluso i lavori, le targhe pronte giacciono in qualche deposito comunale e sono stati spesi fior di quattrini di denaro pubblico, al punto che se non si completa il lavoro iniziato e poi sospeso si può palesare un danno nei confronti dell’erario

 Ed è altrettanto ridicola la scusa secondo la quale sarebbe troppo complicato il processo di cambio dei dati su tutti i documenti dei cittadini.

Per le persone autorizzate delle pubbliche amministrazioni è molto facile entrare nel sistema centrale della Prefettura e del Ministero dell’Interno per cambiare il nome di una strada sulla patente o carta di identità; e di conseguenza, a cascata, tutti gli altri atti amministrativi.

Se una persona anziana non fosse in grado di farlo si potrebbe recare presso lo sportello comunale per farsi aiutare dal personale addetto. Per questo – ricordo a memoria – esisteva un incentivo statale per le Amministrazioni e senza onere per il cittadino.

Al momento del cambiamento della Carta di Identità, il Comune può consegnare ad ogni capofamiglia un libretto contenente tutti i nomi, una foto e una piccola scheda dei singoli toponimi delle strade del paese.

Ci vuole tanto?



sabato 30 aprile 2022

L'articolo 9 della Costituzione italiana è stato modificato

 

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. 

 

Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

(In evidenza il testo aggiunto)


 

Come sempre, quando tutto non va per il verso giusto, ecco che un Parlamento, a detta di molti, inutile e inetto, licenzia una considerevole modifica a due dei più importanti articoli della nostra Carta costituzionale: il nove e il quarantuno.

Nell’assoluto silenzio della stampa, che ignorava completamente come alcuni senatori (primo firmatario Gianluca Perilli del M5S) in seno alla commissione “Ambiente in Costituzione” dell’allora Ministero dell’Ambiente - diretto da Sergio Costa e presieduto dal Presidente emerito della Corte costituzionale prof. Valerio Onida - stesse lavorando all’aggiornamento dell’articolo 9.

L’obiettivo dei proponenti era quello di adeguare il principio di tutela dei beni culturali, estendendolo anche all’ambiente, e di rivedere l’articolo 41 sostenendo che la libera iniziativa economica non può svolgersi in danno alla salute e all’ambiente in modo da indirizzare l’attività economica, pubblica e privata, a fini non solo sociali, ma anche ambientali.

La proposta di legge, votata a Montecitorio in quarta lettura complessiva, è il risultato di otto iniziative parlamentari confluite nel testo unificato ed è il documento conclusivo di numerosi tentativi di revisione dell’articolo 9 della Costituzione giunti da ciascuna delle due Camere nel corso degli anni.

Quattro approvazioni con maggioranza assoluta hanno licenziato le modifiche ai due importanti articoli costituzionali che riformulati, dall’8 febbraio 2022, sono diventati legge dello Stato.

Fermo restando che l’articolo 9 avrebbe dovuto essere aggiornato ai nostri tempi, in quanto i Padri costituenti, di formazione umanistica, hanno dato priorità al patrimonio storico e artistico della Nazione, con riguardo sì al paesaggio, ma tralasciando l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi.

Tale modifica è risultata attenta, gettando buoni auspici per il futuro, poiché il benessere nostro e delle future generazioni dipende dai miglioramenti dovuti al progresso scientifico.

Per il presente vengono richiamati tre concetti base: il paesaggio, gli animali e la cultura.  Attribuendo al concetto di paesaggio un nuovo significato più ampio, comprendendo l’habitat naturale composto da terra, acqua e aria.

Mi preme sottolineare come siano stati usati i verbi nell’articolo 9: la cultura e la ricerca sono “promosse” in funzione alla scienza che per definizione si “evolve”.

Invece il paesaggio, l’ambiente, gli animali, la biodiversità, gli ecosistemi e il patrimonio storico vengono “tutelati”.

Vorrei, però, sommessamente, ricordare che ora spetta di nuovo alle Camere trovare il modo su come difendere non solo cani e gatti, ma tutta la fauna del nostro Bel Paese. Ricordo che per avere un Codice dell’Ambiente abbiamo atteso più di quarant’anni; mentre per avere una legge, seppur imperfetta, sulle aree protette la gestazione partita nel 1970. È stata portata a termine alla fine del 1991.

Si sa, l’Italia è uno strano paese: per due volte il popolo si esprime contro il nucleare, ma poi non si interessa dell’inquinamento di intere aree, di abusivismo edilizio, di rifiuti.


È anche vero che l’inquinamento ai tempi dei Padri costituenti non era un problema; come è altrettanto vero che, ancora oggi, chilometri di coste e intere aree sono saccheggiate e deturpate; due soli esempi valgono per tutti: Taranto e il suo territorio prigionieri dell’ILVA e la vergogna della “Terra dei Fuochi”.

Per decenni si è costruito senza licenza edilizia, magari anche in luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico e l’unica punizione è stata di modeste multe.

Ovviamente non è colpa solo dello Stato: anche una popolazione disattenta, poco lungimirante e poco sensibile ci ha messo del suo. Ed ecco, quindi, che non mostriamo più nessuna indignazione davanti a scritte vandaliche sui palazzi storici, sui monumenti e sulle opere d’arte.

Oggi si vive alla giornata, godendo di bonus e super bonus, concessi a macchia di leopardo, senza alcuna logica. Viviamo in funzione del PIL e non della bellezza del paesaggio, senza investire sul futuro nella formazione delle nuove generazioni e dimenticando come la formazione passi attraverso la cultura.

Davvero transitoria è la ricchezza in mano a un popolo di incolti. 

 

 PS

Questa mia breve riflessione è stata pubblicata sul periodico "Il Calabrone" n° Gennaio/aprile 2022 a pag. 60

Emanuele Pisarra

domenica 23 maggio 2021

La Valle dell’Esaro, crocevia di popoli, commerci e viaggiatori

 La Valle dell’Esaro si trova nella Calabria settentrionale e si sviluppa da Occidente a Oriente occupando una superfice poco più di seicento kmq. Dal punto di vista geografico fa parte del Bacino idrografico del fiume Crati, il più importante corso d’acqua della Calabria.

Sembra un grosso ellissoide di terra che si apre verso la Pianura di Sibari con ben piantata l’origine tra i Monti del Pellegrino che fungono da cerniera con il versante tirrenico. Infatti, dal versante orientale si presenta come una vasta distesa pianeggiante creata dal terreno riportato dai tantissimi torrenti che hanno origine dai rilievi montuosi, disposti a forma di anfiteatro con l’apertura verso Est. Complice anche il clima ionico, in contrasto con i venti freddi di provenienza dal mar Tirreno, questo lembo di Calabria è caratterizzato da una flora e una fauna unici nel loro genere. 

Dalla Piana di Sibari si nota questo improvviso valico che abbassa di molto la linea dei monti, in media attestata sui duemila metri di altitudine; il passo sembra una specie di taglio e interrompe il profilo di cresta che unisce i calcari del Pollino con il granito dei monti della catena costiera calabrese. È un passaggio privilegiato da attraversare per raggiungere le comunità della costa tirrenica. Molte testimonianze di insediamenti umani, a partire dalla preistoria – come il sito dell’età del bronzo medio della Grotta della Monaca[1], a Sant’Agata d’Esaro – e quelli realizzati, a seguire, sia in epoca romana che medievale, grazie anche alla costruzione della via Popilia – Via Regio-Capuam o Annia-Popilia – provano come la Valle dell’Esaro sia stata teatro di importanti avvenimenti storici. A comprova basta dare uno sguardo d’insieme a castelli, fortezze e torri di avvistamento distribuiti a forma di ferro di cavallo intorno alla Valle.

In questa porzione di territorio si è registrato anche lo sfruttamento delle sue risorse minerarie come la miniera di salgemma di Lungro e la Cava dell’Oro nel comune di San Donato di Ninea.

Il filo conduttore di questa Valle è rappresentato dall’omonimo torrente che la percorre: il fiume Esaro. Esso ha un omonimo nel Crotonese e una leggenda ne lega il nome a un giovane pastore, Esaro, che inseguì una cerva lungo tutto il corso d’acqua, ignaro del fatto che l’animale fosse consacrato ad Artemide. La dea punì il pastore, mentre cercava di raggiungere la sua preda che balzava oltre l’altra sponda, facendolo morire annegato nel fiume.

Altri autori fanno risalire l’origine del suo nome al tempo dei Romani i quali lo soprannominarono Isaurus, intendendo la raccolta di tanti rivoli che via via scendono verso valle riempiendone il letto fino a formare un corso d’acqua imponente[2].

Oggi l’Esaro nasce alle pendici dell’acrocoro di monti formato dal Petricelle (1753m), dal Faghitello (1432m) e dalla Montea (1825m): cime imponenti, rocciose, ricche di acqua e di vegetazione. Il primo tratto il nostro fiume lo percorre in una forra grandiosa e incassata, con piccole radure aperte, ricche delle testimonianze sulla presenza dell’uomo che, fino a non molti anni fa, abitava e coltivava intensamente queste aree. Poi raggiunge le prime case di Sant’Agata d’Esaro, nei pressi del Ponte sulla Statale 105, dove da una spettacolare fonte conosciuta come Fontana di San Nicola o Dei Sette Canali, sgorga acqua freschissima e limpida, e da lì inizia un altro tratto del suo percorso.

A partire da questa località, l’Esaro funge da ‘raccoglitore’ naturale delle acque di tantissimi affluenti provenienti sia dalla destra che dalla sinistra idrografica[3].I più importanti sono il fiume Rosa, proveniente da San Sosti, il torrente Occido che giunge da Acquaformosa; a questi seguono il Grondo, il Galatro e altri più piccoli. Alla fine della sua corsa l’Esaro confluisce le proprie acque nel fiume Coscile che, a sua volta, diventa immissario del Crati, il più importante e antico corso d’acqua della Calabria.

Fino alla sua confluenza con il Coscile, che avviene  poco dopo la stazione ferroviaria di Spezzano Albanese, l’ Esaro ha percorso circa 49 km[4].

In tutto il suo tragitto esso attraversa numerosi territori ricadenti nei comuni di Sant’Agata d’Esaro, Malvito, Roggiano Gravina, Altomonte, San Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese ed è interrotto in due soli luoghi da due sbarramenti artificiali che danno acqua per l’irrigazione e forniscono energia elettrica.  

Il primo sbarramento, conosciuto come Diga dell’Alto Esaro, è stato realizzato in località Cameli nel comune di Sant’Agata d’Esaro, con lo scopo di fornire acqua all’agricoltura intensiva della Piana di Sibari.

Il secondo impianto si trova in località Farneto del Principe, nel comune di Roggiano Gravina, indicato anche col nome di Diga del Basso Esaro e questa, oltre a fornire acqua per l’irrigazione, produce anche energia elettrica. 

Le particolari condizioni climatiche e pedologiche fanno sì che la vegetazione, soprattutto nel primo tratto, sia ricca di castagni, lecci, querce, roverelle.

Nel corso del tempo i territori dell’Esaro, e più propriamente le cime poste alle sue origini, sono state oggetto di interesse per esploratori provenienti, in primo luogo, da Napoli. Ricordiamo qui le imprese dell’ingegnere minerario, nonché professore presso la Federico II di Napoli, Vincenzo Campanile: valente alpinista, milanese di nascita, ma napoletano di adozione, egli, agli inizi del secolo scorso scorso, partiva in treno dalla città partenopea alla volta di Belvedere Marittimo e poi raggiungeva, a dorso d’asino, il Passo dello Scalone, da dove si avventurava alla scoperta di queste imponenti montagne, in quegli anni sconosciute ai più.

Emanuele Pisarra

 

Questo articolo è stato pubblicato sul periodo IL CALABRONE in edicola in questi giorni

[1]  “Utilizzata nel corso della preistoria come miniera (per via delle abbondanti mineralizzazioni metalliche presenti al suo interno), quindi come luogo sepolcrale sul finire della protostoria e in seguito, in età medievale, di nuovo come sito estrattivo, costituisce oggi un giacimento archeologico tra i più importanti della Calabria”. Cfr. Giornata di divulgazione scientifica dedicata al sito archeologico Grotta della Monaca. Tesori sotterranei giornata speciale dedicata alla cavità meglio conservata d’Europa. Sant’Agata di Esaro, (martedì 13 agosto 2019)

 [https://www.dirittodicronaca.it/territorio/esaro/cultura-e-spettacolo/item/27642-giornata-di-divulgazione-scientifica-dedicata-al-sito-archeologico-grotta-della-monaca (27/2/2020)].

 

[2]  Cfr. Mario Di Cianni, Sant’Agata. La bella dell’Esaro, Emia edizioni, Roma, 2020, p.116.

[3] Cfr. Antonio Montalto, Sant’Agata. Una pieve sull’Esaro, [Soveria Mannelli, Calabria letteraria, 1988], ristampa Scalea, Comune di S. Agata di Esaro, 2013.

[4] Fonte: Nostra elaborazione su dati forniti dal Centro cartografico della Regione Calabria.

giovedì 3 settembre 2020

Civita – Çifti Comunità arbreshe e Paese dei Comignoli


Civita (Çifti, per gli arbëresh) è un paesino di circa mille abitanti, incassato tra le ultime propaggini rocciose del Massiccio del Pollino, protetto verso oriente dalla imponente parete della Timpa del Demonio e, ad occidente, dalle rocce della Sentinella.

Civita. Comignolo casa Piccoli

Un borgo ben nascosto, mimetizzato, chiuso in questo fortilizio naturale, al punto che ha avuto sempre una sola strada di accesso.

Un tempo l’entrata era costituita dal superamento del torrente Raganello, attraverso il Ponte del Diavolo, ed era costituita da una stradina a gradinata, a tratti scolpita nella roccia, adatta al passaggio di un solo cavallo o asino per volta.

L’avvento dell’automobile ha fatto sì che questo varco fosse abbandonato per costruire, a monte dell’abitato, una strada larga e comoda che collegasse agevolmente alla strada nazionale.

Infine, agli inizi degli anni Settanta, è stata realizzata – secondo i desiderata della comunità – una ulteriore arteria stradale, che ricalca quella d’ accesso alla montagna secondo le vecchie mulattiere.

Oggi Civita è ben collegata sia con il litorale jonico sia con l’autostrada del Mediterraneo.

Un piccolo borgo fatto di tre rioni e da tanti slarghi che costituivano, e rappresentano ancora oggi, altrettanti spazi di raduno: le famose gijtonie.

La gijtonia, o vicinato, è il luogo di incontro delle famiglie che vi abitano intorno.

È in questo spazio che si discute, si chiacchiera sugli affari degli altri, si raccontano fatti antichi; è qui che si svolgono veri e propri momenti di socialità con una ben precisa e rigorosa disposizione dei partecipanti: ogni vicinato ha una scala di ingresso a qualche abitazione o un muretto più o meno a forma di sedile: su ogni gradino della scala ci si dispone in modo che le persone più giovani occupino il posto più in alto mentre le più anziane si siedono di fronte su una sedia. Il più anziano della gijtonia è il punto di riferimento di tutto il vicinato e ha anche il ruolo di moderatore nelle discussioni.    

Civita (Çifti), dopo un passato agro-silvo-pastorale, comune un po' a tutti i paesini della Calabria, da alcuni anni ha intrapreso una nuova Mission: vuole diventare – e in parte lo è già – un modello di sviluppo ecosostenibile, dove si vive nel rispetto della Natura, del suo paesaggio, del silenzio cullato dal vento, delle sue tradizioni linguistiche e religiose.

Civita. Timpa del Demonio

Da un lato l’ospitalità proverbiale di tutta la comunità ha fatto sì che nessuno si sia mai sentito qui straniero: l’accoglienza, la disponibilità e l’apertura verso il prossimo sono un’arma vincente per un nuovo futuro, fatto di servizi turistici, di una ottima ristorazione, di pace e tranquillità.

Civita da anni si è avviata lungo questo cammino, tant’è che fa parte dei “Borghi più belli d’Italia” ed è “Bandiera arancione” del Touring Club Italiano.   

Grazie alla antica tradizione greco-bizantina, Civita, è uno dei centri della spiritualità orientale in Italia e la chiesa di Santa Maria Assunta, la chiesa parrocchiale, è testimone di questa religiosità “speciale”, nella quale si identifica tutta la Comunità.

La disposizione a “nido d’aquila” dell’abitato, a ridosso della Timpa del Magazzeno, dà le ragioni della qualità del micro clima che caratterizza il paese.

Le diverse correnti – provenienti dalla montagna e dal Golfo di Sibari – si fondono in un turbinio di venti che non si sommano, ma anzi, fanno a gara a chi soffi più forte. Questo fenomeno naturale ha fatto sì che fosse necessario costruire un comignolo diverso per ogni abitazione proprio per fronteggiare la variegata irruenza del vento. Così, Civita, è diventato il “Paese dei Comignoli”.

Civita. Vista del borgo dal Belvedere "N. Douglas"

Nella nostra comunità sono stati censiti oltre cento comignoli, alcuni dalle “facce” strane, altri dalle forme singolari o dalle dimensioni enormi, proprio per far fronte al vento e … alla superstizione.    

Proprio così: le diverse forme di comignoli “a viso” deforme, con quattro occhi, sono vere e proprie maschere apotropaiche che hanno il compito di proteggere il nucleo familiare che abita quella casa dalle avversità della vita.

Civita ha soprattutto sempre avuto un occhio di riguardo verso la natura circostante.

In tempi non sospetti, agli inizi degli anni Ottanta, il Circolo di Cultura “G. Placco” organizzò una serie di incontri che gettarono le basi per un nuovo corso della storia di questo paese, decidendo di scommettere sul turismo come nuovo volàno economico. Più esattamente, si cominciò proprio a partire da quegli anni a parlare di eco-turismo sostenibile. Il piccolo paese aveva, ed ha saputo valorizzarne, tutte le caratteristiche: esso è una naturale “porta di accesso” alle alte quote del Parco nazionale del Pollino; la posizione collinare, la modesta distanza dalla costa ionica sono ottimali per un soggiorno di vacanza.

Civita. Piazza Municipio

Inoltre, Civita, condivide con i paesi limitrofi il corso del torrente Raganello. Il tratto centrale di questo corso d’acqua è universalmente conosciuto come “Canyon del Raganello”: uno spettacolare esempio di forra, di gola profonda, adatta al torrentismo, la pratica della discesa di un corso d’acqua, senza ausilio di mezzi di trasporto.

A tutto ciò si è affiancato un lavoro di collaborazione con il Club Alpino Italiano, che ha fatto da tramite con il suo omologo tedesco (il DAV - Deutscher Alpenverein -), per organizzare i primi trekking sul Pollino aventi come tappa finale proprio Civita.

Il Summit Club, l’Agenzia turistica del Club Alpino tedesco, ha inserito nel proprio catalogo questa proposta escursionistica già a partire dagli inizi degli anni Novanta e Civita, per la prima volta, è apparsa in un catalogo internazionale di proposte di gite escursionistiche e alpinistiche nel mondo, insieme con le proposte di viaggio in Patagonia, Himalaya, Ande, Monte Bianco.  

Da queste prime iniziative sono seguite altre che hanno reso il paese famoso nel mondo escursionistico nazionale e internazionale.

Così oggi molte guide escursionistiche in lingua tedesca propongono itinerari con base a Civita e tantissime riviste di settore pubblicano itinerari escursionistici che interessano questa parte della Calabria settentrionale.

Il risultato di questo lungo e silenzioso lavoro si respira nell’aria nel borgo. Decine di strutture ricettive di altissima qualità, diversi ristoranti e pizzerie, un agriturismo, un servizio Guida sono pronti ad accogliere un ospite curioso ed esigente regalando benessere e anche qualche pizzico di stupore.

Emanuele Pisarra

 


----------------------

Questo articolo è stato pubblicato sul CALABRONE numero 30 - ANNO XIII - MAGGIO / AGOSTO 2020 pp. 30-31