Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

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venerdì 19 gennaio 2018

Nuovo direttore del Parco del Pollino

Giuseppe Melfi è il nuovo direttore dell'Ente Parco nazionale del Pollino. 

Melfi, una vita spesa al servizio del Corpo Forestale dello Stato; prima come comandante dei vari coordinamenti provinciali.
 In seguito all'abolizione di fatto del CFS, è passato ai Carabinieri forestali con il grado di colonnello. 

Nato a Oriolo, laurea in Scienze Forestali, autore di importanti lavori sui boschi calabresi, ieri il Consiglio Direttivo lo ha nominato alla guida per i prossimi cinque anni dell'area protetta più estesa d'Italia. 
Coadiuverà il presidente Pappaterra nello sviluppo eco sostenibile del Pollino.
Un grande augurio di buon lavoro. 

sabato 12 agosto 2017

L'oro del Pollino: gli alberi monumentali

"Se bruci un albero,
distruggi un sogno. 
I nostri boschi
continuano a bruciare
per colpa della gente
che non vuole sognare" 
Alfonso Alessandrini (Airone, ottobre 2001)




L’Italia è sicuramente il Paese che ha le migliori norme in materia di gestione delle foreste nel mondo.
Dai tempi della Serenissima, passando per i Borboni, fino ad arrivare alla Repubblica, le leggi, i regolamenti emessi per la gestione della risorsa legno, in molte circostanze, sono inappuntabili.
Una pagina del Corriere della Sera di qualche giorno fa che
inneggia agli alberi giganti. Come dire che la propaganda è
diversa dalla realtà. 
Mi piace ricordare come alle Direzioni Generali dei Ministeri interessati vi sono state personalità di ampio respiro con un grande senso dello Stato.

Riporto qui di seguito una LETTERA CIRCOLARE emanata il 1 luglio 1982 dalla Direzione generale del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, a firma del dott. Alfonso Alessandrini, allora capo del Corpo Forestale dello Stato, che concludeva così: Resta inteso che gli indirizzi su esposti costituiranno norme comportamentali pratiche non sempre poggianti su norme di legge esplicite.

MINISTERO DELL'AGRICOLTURA 
E DELLE FORESTE

LETTERA CIRCOLARE

 Negli ultimi tempi sulla stampa si sono rinnovate e fatte più frequenti le critiche nei confronti dei forestali, accusati di promuovere o consentire iniziative ed interventi dannosi per i boschi o per l'ambiente.
Generalmente si tratta di accuse infondate o esagerate, ma talvolta le critiche trovano qualche riscontro nella realtà, quando vi sia stata da parte nostra un'insufficiente valutazione preventiva delle conseguenze sull'ambiente di determinati interventi e una interpretazione non sufficientemente rigorosa delle norme vigenti.
A tale proposito si ricorda che la normativa sulle foreste e sull'ambiente, ai vari livelli (Stato, Regione, Comune), offre molte possibilità di intervenire in senso protettivo.

Occorre però che da parte nostra vi sia questa volontà di tutelare più rigorosamente gli ambienti che ci sono affidati, rispondendo in tal modo ad una precisa esigenza della società, di cui la stampa è spesso l'espressione più critica e sensibile.

A tale scopo, nelle attività relative alle utilizzazioni boschive ed alla tutela dei boschi, ci si dovrà ispirare ai seguenti criteri:

1.    rispetto generalizzato degli alberi monumentali, anche se in fase di deperimento, specie se ubicati in zone di particolare valore ambientale e paesaggistico e cioè in prossimità di sorgenti, corsi e specchi d'acqua, limiti di boschi ecc. ;

2.    estrema cautela e rigore per quel che riguarda l’apertura di nuove strade nei boschi, di regola da evitarsi;
3.   
Tronchi di faggio taglati nel bosco di Palladoro (comune di
San Severino lucano). Foto di G. Braschi
rigorosi interventi repressivi della circolazione e del parcheggio con vetture, con moto e con mezzi fuori-strada al di fuori delle strade, dei percorsi e dei luoghi autorizzati. A tale proposito, a parte le eventuali leggi regionali e le ordinanze di alcuni comuni, che bisogna far rispettare, va ricordato che la circolazione e la sosta al di fuori delle strade producono sempre danni al terreno, al cotico erboso, alla vegetazione in generale ed alla rinnovazione in particolare;

4.    rigorosa tutela dei boschi, degli alberi e degli arbusti, anche di specie considerate "secondarie", che offrono rifugio, nidificazione, nutrimento alla fauna selvatica protetta e, in particolare, all'avifauna;

5.    controllo dei campeggi (autorizzati), che interessano terreni boscati, e rigorosi interventi di repressione del campeggio selvaggio nei terreni boscati con tende, roulottes, campers, ecc., specialmente quando si tratti di aree di notevole interesse naturalistico c, in ogni caso, quando vi siano danneggiamenti del terreno e della vegetazione. Si ricorda tra l'altro, che è sempre Opportuno, rinvenendo veicoli abbandonati su strade e sentieri, interessanti zone isolate o particolari, annotarne i numeri di targa;

6.    ragionata ed articolata opposizione alla utilizzazione dei boschi per riprese cinematografiche quando siano· interessate zone di notevole valore naturalistico e quando vi siano particolari pericoli (danni alla vegetazione, accentuazione dell'erosione, disturbo della fauna selvatica, ecc.) Tale opposizione non ha generalmente ragion di essere per le riprese naturalistiche mentre invece trova motivo nel caso nel caso di films da girare con l’uso di complesse attrezzature e con la partecipazione di notevoli masse di tecnici e di comparse. Le eventuali autorizzazioni ad effettuare riprese di questo tipo dovrebbero in ogni caso essere subordinate al versamento di un deposito cauzionale ed all’osservanza di particolari prescrizioni.
Taglio di faggi e conseguente apertura di stradine forestali
(foto di G. Braschi)
Qualora in sede di applicazione delle direttive sopra indicate dovessero dei contrasti con amministrazioni locali, con enti o con privati, se ne dovrà riferire urgentemente all’ufficio regionale competente, e, nei casi di particolare importanza, a questo Ministero per promuovere la necessaria azione di coordinamento.

Resta inteso che gli indirizzi su esposti costituiranno norme comportamentali pratiche non sempre poggianti su norme di legge esplicite.






Ho avuto modo più volte di incontrare in occasioni pubbliche sia sul Pollino che a Roma, l’allora Capo del CFS, il dott. Alfonso Alessandrini, e non ho un buon ricordo.
Tuttavia, ho rivalutato la sua figura, sia attraverso i suoi scritti, libri e articoli, che tramite le sue “proverbiali” circolari, dalle quali traspare la grande passione che nutriva per il nostro patrimonio forestale.
Purtroppo figure di questo spessore non se ne trovano più.
Non se ne trovano perché è cambiata la nostra “struttura” giuridica. Oggi le Foreste sono ad appannaggio delle Regioni e i Ministeri, anche in seguito alla sciagurata modifica del titolo V della Costituzione, non hanno più nessun potere di intervento.
Sono state istituite le “Conferenze di Servizio”, una sorta di “riunione di condominio” dove tutti i soggetti interessati (a vario titolo) a una questione sono chiamati a esprimere il proprio pensiero.
Spettacolari faggi "affettati", pronti per essere portati via.
(foto di G. Braschi)
In linea teorica questo tipo di discussione è il massimo della democrazia; solo che all’atto pratico in molti decidono di non decidere (vedasi, una per tutte, la questione della costruzione della centrale elettrica sul Torrente Frido): le conseguenze di questo andazzo sono disastrose per la natura, per l’ambiente e per le popolazioni interessate.
Se a questo “modus operandi” aggiungiamo anche l’istituzione degli Enti Parco, si ha la quadratura del cerchio.
Infatti, questi ultimi sono ridotti a veri e propri “ragionieri” e, molte volte, artefici loro stessi, dei danni causati alla nostra natura.
Come a dire che proprio quelli che dovevano difendere gli “interessi” dei boschi, della fauna, della flora di un dato territorio sono i primi a concedere le autorizzazioni alla loro distruzione.
Se a questo aggiungiamo che le norme e le responsabilità, come ai tempi di Alessandrini erano certe, oggi, spesso non si capisce chi controlla i controllori; quali sono le leggi alle quali fare riferimento per proporre un esposto in difesa di un bosco, per evitare l’apertura dell’ennesima stradina in terra battuta, oppure per farla chiudere ai mezzi a motore dopo il taglio degli alberi.
Tutto ciò rende l’azione dell’uomo inutile nei confronti di qualsiasi atto verso i boschi e la natura in generale.
Scrivo questa riflessione anche alla luce del messaggio, scritto dal mio carissimo amico e collega Giorgio Braschi, ricevuto da Gruppo WhatsApp “Palladoro”, evocativo di un bella foresta antica e severa di faggi monumentali, nel comune di San Severino lucano.
 Non c’è pace per il nostro territorio. In questo periodo quasi ogni passeggiata o escursione diventa motivo di tristezza, amarezza e indignazione. Ieri siamo stati a Palladoro e proseguendo per i Tre Confini, lungo la bella “Strada Panoramica degli Orizzonti dei Briganti”, poco dopo Palladoro, abbiamo trovato uno spettacolo deprimente: i grandi faggi monumentali che si potevano ammirare lungo quel breve ma suggestivo tratto di bosco erano tutti spariti; qualcuno c’era ancora, ma sistemato a lato della strada già sapientemente affettato, pronto per essere caricato sui camion … parevano pietose carcasse giganti senza vita distese nelle polvere. Questo è lo spettacolo che offriamo ai turisti in
Stradine di accesso (Foto di G. Braschi)
agosto. I monumenti vegetali che fino a pochi mesi fa spiccavano maestosi nel bosco a lato strada e che con orgoglio mostravamo a turisti e conoscenti, oggi non ci sono più. È rimasto il bosco monotono e banale formato da faggi di nessun pregio, tutti uguali come piantagione di scopini da gabinetto. Nessuno pretende che non si utilizzi il bosco per la sua funzione produttiva, ma si pretenderebbe anche il rispetto di quella turistico ricreativa, salvaguardando gli alberi più grandi e più belli che sono i nostri monumenti da ammirare, di cui essere fiere, da far ammirare ai visitatori. È come se a Roma buttassero giù le statue per venderne il marmo. Ricordo il dott. Lauriola, direttore della Foresta Umbra, che nel 1973 ci spiegava che le stradelle, le piste forestali e i sentieri escursionistici non faceva tagliare ai lati per almeno 40-50 metri; al di là consentiva il taglio produttivo regolare … i turisti durante le loro camminate ammiravano alberi colossali bellissimi, una natura intatta e affascinate, senza sapere che poco più in là il bosco assolveva anche alla sua funzione produttiva, con gli inevitabili danni del caso, (comunque provvisori), ma almeno tenuti discretamente poco visibili ai visitatori,. Un modo intelligente di gestire il bosco, attuato cinquant’anni fa… da noi, in pieno Parco Nazionale, sembra si sia tornati indietro di 100 anni … e pensare che fin dal 1982 una circolare ministeriale del Direttore Generale delle Foreste, il dott. Alessandrini, un grande forestale,
raccomandava nelle attività di utilizzazione boschive , il rispetto degli alberi monumentali (intesi come grandi alberi i criteri di definizione di albero monumentale verranno 32 anni dopo con la Circolare della Presidenza del Consiglio del 2014), soprattutto in zone di particolare valore ambientale e paesaggistico (siamo nel Parco); raccomandava “estrema cautela e rigore per quel che riguarda l’apertura di nuove strade nei boschi, di regola da evitarsi” (sic! Caramola, Palladoro, Bosco Magnano e Bosco Favino a Monte Alpi sono oggi diventati labirinti di stradelle)... e lo scempio continua!
Un abbraccio sconfortato Giorgio

Tanto per aggiungere altro sale alle ferite di Giorgio (e non solo alle sue) aggiungo che anche i Boschi di Chiaromonte, Castelsaraceno, San Donato di Ninea, San Sosti, Mottafollone, Grisolia, Verbicaro, non stanno meglio.
Tuttavia, potrebbe essere la volta buona per chiedere una moratoria di almeno dieci anni anche a seguito degli incendi che hanno distrutto buona parte dei boschi perimetrali al nostro Parco.






PS

Ringrazio Giorgio Braschi per aver autorizzato a pubblicare la sua lettera e le foto




martedì 18 luglio 2017

Una giornata di fuoco ...

Una giornata di fuoco è la norma in questo luglio assolato contrassegnato dalle alte temperature.
Canadair in azione nella Valle del Raganello
 (Immagine di repertorio)
Fino al 2016 la macchina antincendio partiva immediatamente con regolarità e precisione quasi cronometrica e, al suo interno, ognuno aveva un proprio ruolo che svolgeva con costanza e abnegazione: volontari, personale del Servizio antincendio regionale dell’AFOR (Azienda delle Foreste Regionale) con il coordinamento degli uomini del Corpo Forestale dello Stato, canadair, elicotteri regionali.
Una macchina, ben rodata nel tempo, un sistema territoriale conosciuto come i


DOS (Direttori Operativi degli Spegnimenti), uomini in grado di coordinare gli interventi in caso d’incendio: ma tutto è stato smantellato.
Tanto per intenderci, il nostro Pollino aveva 550 DOS; oggi ce ne sono solo 9, distribuiti in tutto l’ambito provinciale e affidati ai Vigili del Fuoco.
Spesso, alle radio di servizio, in presenza di un incendio, si sente chiedere da parte dei Vigili del Fuoco ai volontari dove si trovi la località di montagna interessata dalle fiamme. Mentre l’ex capo della Protezione Civile, Gabrielli, appare in televisione e annuncia che l’Italia ha la più grande flotta di canadair del mondo, omettendo però di dire che questi sono stati affidati alle regioni e i piloti scelti attraverso un bando pubblico, con la conseguenza che i ritardi, dovuti alle gare d’appalto, fanno sì che l’annuncio dei Piani Antincendio Boschivo (AIB) siano annunciati in piena stagione.
A questo triste quadro aggiungo una nota di colore: qualche giorno fa, passando vicino a una nota pasticceria di Morano Calabro, ho notato cinque ex agenti del CFS, ora passati in forza ai Carabinieri, tranquillamente seduti a gustare un gelato, mentre la città veniva sorvolata in continuo dai Canadair.
Tutto questo grazie alla sciagurata Riforma Madia (2016) che ha autorizzato lo smantellamento del Corpo Forestale dello Stato senza i relativi decreti attuativi con i quali si trasferivano ad altri le mansioni fino a quel momento a loro carico.
Gli uomini del CFS erano, alla data del 31 dicembre 2016, su tutto il territorio nazionale, ottomila: poi sono stati distribuiti tra il Corpo dei Vigili del Fuoco (360 appena), la Pubblica Amministrazione (circa 1240), mentre la maggior parte è confluita nel corpo dei Carabinieri, ben 6400.
Se a fronte di questa situazione aggiungiamo le difficoltà legate al passaggio di proprietà dei mezzi del CFS ai vari altri corpi, abbiamo la quadratura del cerchio.
Intervento elicottero della Regione Calabria nella valle
del Raganello (immagine archivio Pisarra )
Nel 2016 il CFS poteva mettere a disposizione dello Stato una flotta di 32 elicotteri, di cui 30 in grado di intervenire prontamente per spegnere gli incendi. Dal primo gennaio 2017 sono stati acquisiti in proprietà dai Carabinieri, che ne hanno trattenuti per sé solo 13, convertendoli però per altre finalità.
Una riforma fatta a tavolino senza avere una visione ampia d’insieme, senza tener conto delle complicanze burocratiche ha messo in ginocchio l’intero territorio nazionale.
Ma chi scrive le norme per i ministeri competenti è … competente?
Sembra proprio di no!
Perché, a guardarla con una certa distanza, questa riforma, pare abbia voluto solo favorire l’Arma dei Carabinieri che ha fatto incetta di uomini, mezzi e strutture a costo zero, mentre lo Stato, in concreto, non ha visto alcun risparmio e in molte circostanze i costi si sono anche raddoppiati. Infatti, in molti paesi, per rimanere nel nostro Pollino, dove per anni sono state presenti entrambe le caserme, il risultato è stato che tuttora continuano ad esistere le due strutture. Quindi se il principio sotteso a quella riforma doveva essere il risparmio, finora questo obiettivo non è stato certamente raggiunto.
Anzi, si sono aggravati i costi in quanto, se consideriamo per esempio anche i protocolli di volo, poiché essi erano differenti per il CFS e i Vigili del Fuoco, ciò ha comportato che molti piloti abbiano dovuto rivedere le procedure e questo ha creato seri ritardi.
La prima parte dell’anno in corso ha visto impegnato il legislatore ha riassegnare ruoli e competenze, un tempo svolte dal CFS, e così tutto quanto concerne la manutenzione dei velivoli è stata accantonata.
Conclusione? Gli elicotteri sono parcheggiati negli hangar in attesa di un certificato; le camionette, le autobotti e altri mezzi sono da ritargare, revisionare e in attesa che la tassa di circolazione sia in regola… mentre i boschi sono in fiamme.
Gli effetti nefasti della Riforma Madia sono ancora più devastanti per le Regioni alle quali compete il servizio di gestione dell’antincendio boschivo e che sono obbligate a mettere a punto ogni anno un piano.
E qui abbiamo la solita situazione a due o tre velocità.
Alcune regioni – come il Veneto e la Toscana – hanno deciso, nel tempo, di organizzarsi in maniera sempre più autonoma, facendo affidamento sui propri dipendenti o sui volontari della Protezione Civile.
La maggior parte di esse, però, continua a scegliere la soluzione più classica delle convenzioni.
La Calabria, come anche la Basilicata, ha approvato il Piano AIB solo lo scorso 11 luglio.
In questi giorni poi, sono apparsi in tutti gli spazi di affissione comunali, i soliti manifesti della regione Calabria che ordina ai cittadini di non bruciare stoppie tra il 15 giugno e il 15 ottobre.
Elicottero in azione (archivio Pisarra)
A ciò bisogna aggiungere il ruolo degli Enti Parco: questi hanno speso negli ultimi anni fior di quattrini acquistando mezzi, attrezzature e strumenti (perfino un drone) per spegnere gli incendi, affidando tutto in convenzione a gruppi di volontari i quali, dopo l’entusiasmo iniziale, si sono andati dileguando.
Risultato di tutto questo è che si fa fatica a coprire con il volontariato l’intero territorio. Infatti, dopo la manifestazione di interesse scaduta alla fine di febbraio, la stipula delle convenzioni è stata fatta solo lo scorso 11 luglio, in piena campagna di fuoco.
Vi pare possibile?
Il mio quesito è: il ruolo di questi enti intermedi qual è?  Se il fuoco “parte” fuori dal perimetro del Parco questi volontari possono intervenire? Quali sono le regole d’ingaggio?
Per fortuna la tenzone tra gli abitanti del Parco e l’Ente di gestione è da tempo scemata, nel senso che le comunità, da questo Parco (come anche da altri), non si aspetta più niente di utile e di nuovo per il miglioramento della propria qualità di vita e di reddito, e la popolazione continua a emigrare come e più di prima.
A ciò si aggiunge anche il fatto che, in molti, per quest’anno stanno decidendo di cambiare zona per le proprie vacanze perché il Pollino brucia.
A nulla valgono le mie precisazioni, come del resto quelle di tanti altri colleghi, che il Pollino, inteso come gruppo montuoso, non è interessato dal fuoco: sta bruciando la Calabria perimetrale ai centri abitati e i terreni abbandonati per i quali il fuoco rimane la soluzione più semplice per farvi pulizia.
Tutto perché è stata abolita l’AFOR con il proprio sistema di vedette territoriali in costante collegamento con una centrale operativa; sono andati in pensione generazioni di operai forestali addestrati a combattere il fuoco, sono andate perse conoscenze che ora è difficile recuperare.
Sarebbe bastato mantenere quello che viene indicato come “l’affiancamento”: un tempo quando una persona stava per raggiungere la data del pensionamento le veniva posta accanto un’altra persona a cui man mano venivano consegnati strumenti, conoscenze e metodo di lavoro.
Oggi, si cancella il passato, si riforma (mai parola è stata più abusata negli ultimi tempi!) a favore di un presente senza un futuro.  




mercoledì 26 ottobre 2016

Ventitré anni fa qualcuno incendiò "Zi Peppe"

Sono passati ventitré anni da quel fatidico 20 ottobre 1993, giorno dell’attentato incendiario al Pino loricato “Zi Peppe”, il simbolo del nostro parco.
Emanuele Pisarra e personale del CFS davanti a "Zi Peppe"
ancora fumante. (Foto di Salvatore Esposito, tratte dal suo sito)

Me lo ha fatto ricordare Francesco Sallorenzo inviandomi alcune foto trovate in internet su un sito di un signore di Acri.

A parte il fatto di riconoscermi in alcune immagini, con qualche chilo in meno, molti capelli in più e una folta barba nera, mi vengono in mente tutti i cattivi pensieri che in quel momento ho fatto, davanti al povero “Zi Peppe” piegato su se stesso, ancora fumante, con gli agenti del CFS alla ricerca di elementi probanti per capire chi potesse essere stato, cercando di capire quali motivazioni fossero alla base di un così vile gesto.

Ricordo che guidavo una escursione con scolari della scuola media di San Giorgio Albanese, allora diretta dall’ottimo e intraprendente preside Carmelo Tucci, quando, giunti all’inizio del Piano di Pollino, provavo a cercare, leggendo la carta topografica, la posizione geografica della chioma di “Zio Peppe” che da quel punto si intravedeva appena.
Ecco come si presentava ai nostri occhi il pino loricato simbolo
del Pollino ( (Foto di Salvatore Esposito, tratte dal suo sito)
Invece in quella mattina di fine ottobre la chioma non si vedeva per niente.

Guardando poi con il binocolo si vedeva un leggero pinnacolo di fumo che si alzava verso l’alto dal punto in cui doveva esserci l’albero simbolo del Pollino.

Invitai i ragazzi a correre insieme con me verso il pino loricato perché sentivo che era successo qualcosa.

Infatti, appena arrivati vedemmo con sgomento che il povero “Zi Peppe” era piegato su se stesso e il leggero filo di fumo partiva dal suo interno, avvolgendosi in leggere spirali che salivano ordinate verso l’alto.
Nella foto di Salvatore Esposito si riconosce (di spalle) il preside
Carmelo Tucci della Scuola Media di San Giorgio Albanese.
Sul posto c’erano già gli uomini del Corpo Forestale di Rotonda con il maresciallo Madormo e altri funzionari intendi a fare i rilievi scientifici del caso.

Queste foto mi hanno fatto venire in mente la rabbia del momento, la mia intervista a caldo al cineoperatore della scuola e la dura lezione che impartii a qui poveri scolari che avevano faticato a salire fino a lì pensando di essere al cospetto di uno splendido esemplare di albero gigantesco e maestoso e invece si ritrovarono davanti un pezzo di legno che finiva di ardere.

Dalle prime considerazioni si capì subito che non era stato un fulmine, che pure a quelle quote e a fine stagione calda, sono la norma: bensì un fiasco di benzina che qualcuno sparse con sapienza dall’alto verso il basso all’interno del tronco cavo, per poi appiccicare il fuoco, creando una sorta di effetto “camino” che ha bruciato in pochi minuti la pianta.

Ecco come si è presentato "Zi Peppe" alla
scolaresca di San Giorgio Albanese
Non si seppe mai chi è stato materialmente ad innescare la miccia. Le ipotesi furono tante ma di concreto non si conobbe mai il colpevole.
Ma questo non ha importanza perché spetta alle autorità inquirenti trovare il responsabile e le motivazioni di un simile vile gesto. In compenso percepii che eravamo solo all’inizio di una lunga battaglia di posizione tra fronti opposti all’istituzione del Parco nazionale del Pollino.
Altri pini loricati maestosi furono le vittime sacrificali conseguenti alla nascita del Parco del Pollino. Ricordo un altro splendido esemplare gigantesco a Serra di Crispo, così come altre bellissime piante di Timpa Castello: tutte incendiate con la medesima tecnica.

Ovviamente anche in questi altri casi non furono mai individuati gli autori.
La notizia dell'attentato incendio apparve perfino su Repubblica

La notizia suscitò grande sgomento. Ne parlarono perfino i giornali nazionali (grazie a Francesco per l’articolo di Repubblica) e i tg del tempo.

Da questo vile gesto capii che la partita era appena incominciata e si preannunciava molto dura.
E ancora non è finita!









PS

Un grazie particolare a Salvatore Esposito che ha messo sul suo sito le foto di quel giorno. A Francesco Sallorenzo per avermi fatto ricordare quel triste giorno della mia vita


martedì 26 luglio 2016

Il fuoco estivo e il nuovo assetto della legge Madia

Ecco come ad ogni estate che si rispetti mancava il solito incendio, più o meno devastante, tanto per mantenere la media stagionale e giustificare l’ingente impegno di spesa che i vari enti regionali mettono in bilancio attraverso fantasiosi piani di intervento.
Fino a qualche giorno fa ancora niente, tuttavia era nell’aria: sembrava che si aspettasse a innescare la miccia in attesa delle condizioni climatiche giuste; infatti, da giorni la calura ha raggiunto le temperature estive adatte a far camminare il fuoco.
un Canadair dei Vigili del Fuoco ripreso mentre effettua un lancio sul focolaio
del Raganello.
Aggiungiamo a questo anche il vento di levante che, in questo periodo dell’anno, si “mette in moto” in tarda mattinata e … il gioco è presto fatto.
Il sistema antincendio ormai non “rende”, in termini locali, in quanto non ci sono più le squadre AIB (Anti Incendio Boschivo) operative a ogni inizio estate: l’apparato organizzativo progressivamente smantellato, l’età avanzata degli operatori e la mancanza di un cambio generazionale ha fatto sì che l’ultima popolazione di operai idraulico-forestali abbia mollato gli ormeggi verso una dignitosa pensione.
è anche vero che questo lavoro non lo vuole fare più nessuno, almeno non nel servizio antincendio boschivo.
Decine di automobili super accessoriate, attrezzatura varia e incentivi economici hanno in pratica sostituito il modello del servizio AIB regionale, con la conseguenza di aver aumentato il precariato e, incentivando il volontariato, tolto valore a un lavoro professionale a tutti gli effetti, che necessita di capacità organizzative e gestionali di notevoli spessore.
Ribadendo che rimango sempre dell’avviso che i fondi e il volontariato devono essere circoscritti alla prevenzione e non all’intervento, devo constatare che, purtroppo, in una terra affamata di lavoro, fanno comodo anche i pochi spiccioli ricevuti sotto forma di rimborso spese a fronte di quello che è un lavoro secondo tutti i crismi e con una tempistica non ponderabile in quanto legata al singolo evento.

In questo caso, però, è sfuggito al legislatore che le squadre di volontari non hanno interesse ad appiccare il fuoco; anche perché a ogni squadra è stato assegnato un budget una tantum per tutta la stagione che viene decurtato ogni qualvolta si verifichi un incendio nel territorio di competenza del gruppo.
Comunque, in questo modo non è stato risolto il problema: tant’è che le cronache regionali sono piene di resoconti di grossi focolai che hanno impegnato per diversi giorni uomini e mezzi per riuscire a domare un fuoco che nel frattempo ha distrutto decine di ettari di boschi, rimboschimenti e praterie.
Semplicemente si sono spostati gli interessi: da livello locale e comprensoriale sono passati in ambito regionale: le nuove compagnie che si aggiudicano appalti milionari hanno tutto l’interesse a mantenere vivo il “fuoco” altrimenti perderebbero la gallina dalle uova d’oro.
Nelle giornate di giovedì, venerdì e sabato scorso, proprio qui – tra Civita e Cassano – ne abbiamo avuto un primo assaggio, ma di questo episodio parlerò più avanti.