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Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

lunedì 23 febbraio 2026

I miei primi quarant’anni

A novembre di quest’anno saranno quarant’anni da quando andai a sentire a Noepoli il Ministro dell’ambiente del tempo: Francesco De Lorenzo. Era una giornata fredda e uggiosa quella che segnò l’inizio dei miei interessi verso l’ambiente, le politiche ambientali e conservazionistiche. 
Vincenzo Ferrari, il Ragioniere Serafino Bellusci, Emanuele Pisarra, Mario Rugiano in cima al Dolcedorme. estate del 1986
Vincenzo Ferrari, il Ragioniere Serafino Bellusci, Peppino Colacino, Emanuele
Pisarra  e Mario Rugiano in cima al Dolcedorme. Estate 1986.
 (Foto archivio Colacino)
 
 
Appresa la notizia della presenza dell’Onorevole, chiesi al mio amico Serafino la sua disponibilità ed egli si offrì di accompagnarmi con la sua Bianchina fino a Noepoli. Fu un viaggio lunghissimo, tra strade sconnesse e velocità della macchina, ma volevo proprio sentire dalla viva voce del Ministro dell’Ambiente quali fossero le progettualità da seguire per istituire un parco. Avevo una buona considerazione dell’onorevole De Lorenzo in quanto qualche mese prima aveva risposto ad una intervista televisiva con slancio e determinazione agli appelli di Franco Tassi, allora direttore del Parco d’Abruzzo, riguardo alla triste situazione dei parchi storici, ridotti al lumicino e senza fondi. Forse proprio da quell’incontro con Tassi, il Ministro maturò l’idea della necessità di una legge nazionale che regolasse la materia, ma poi le camere furono sciolte e non se ne fece nulla. 
 Nel 1987 ci fu un breve governo con ministro dell’Ambiente Mario Pavan che è passato alla storia come colui che in una notte firmò centinaia di decreti istituitivi di Riserve naturali orientate (come quella del Raganello, del Lao e del fiume Argentino). Nella successiva compagine governativa entrò a far parte, sempre come più alta carica per i temi ambientali, Giorgio Ruffolo, altra figura di spicco che portò avanti il progetto di De Lorenzo. Sotto la direzione di Ruffolo si discusse molto della opportunità di strutturare e legiferare in modo organico sulla questione delle aree protette forse anche perché è stato il ministro dell’ambiente più longevo (29 luglio 1987 al 28 giugno 1992), rimasto in quella carica nel succedersi di quattro nuovi governi. Molti uomini illuminati di quel tempo si batterono per una norma che regolasse l’istituzione di aree protette in ambito nazionale. Penso a Francesco Mezzatesta, Franco Tassi, Gianluigi Ceruti, Fulco Pratesi, Mario Tommaselli e altri. Sicuramente al ministro Ruffolo dobbiamo la “Legge quadro sulle aree protette” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 6 dicembre 1991, sotto la presidenza del Consiglio dei Ministri di Giulio Andreotti. 
Franco Tassi, Mario Tommaselli, Margherita Martinelli,
Emanuele Pisarra. Cerchiara di Calabria 2009 (Foto archivio Pisarra)

Alla emanazione di quella legge, seguì la fase dei vari decreti attuativi in un arco di tempo che vide cambiare ben quattro ministri a capo di quel Dicastero fino a febbraio del 1994 quando, con ministro Valdo Spini, fu istituito l’Ente Parco nazionale del Pollino. Tutto il periodo compreso tra gli anni Ottanta e Duemila - che possiamo davvero identificare con l’espressione usata da Giorgio Nebbia di “primavera dell’ecologia” - fu un’epoca intensa di dibattiti con le popolazioni locali, magnificamente restituita dal saggio di Valerio Giacomini (Uomini e parchi, Franco Angeli, 1992) volume che fu per me una sorta di “Bibbia” alla quale mi “abbeverai” e che ho fatto mio come bussola di vita. 
Nacque la Legge Quadro 394 del 1991 e l’insieme di parchi nazionali raggiunse il numero consistente di 25 ai quali si affiancò la rete delle aree protette regionali che annovera 148 parchi e 416 riserve; a queste bisogna aggiungere 19 Riserve della biosfera UNESCO attivate con il programma MAB (Man and Biosphere). Purtroppo la legge 394/1991 non solo non è mai stata completamente applicata ma, negli anni, è stata gradualmente smantellata (la riforma Bassanini ha fatto sciagure anche in questo settore). Come dicevo, il fermento di quel tempo sembrò l’inizio di una nuova era e, in parte, lo fu davvero. Come previsto dalla legge, nel corso degli anni successivi fu istituita una prima serie di aree protette, alla quale seguì una seconda. 
 Oggi la politica sulle aree protette in Italia segna il passo: quasi tutti i parchi nazionali sono privi o del direttore, o del presidente o di entrambi e si va avanti a proroghe e a nomine commissariali. 
 Se il presidente è di nomina politica passi; ma il direttore non può essere un funzionario a tempo determinato, con incarichi plurimi e da svolgere a distanza. Sono andato a rivedere l’elenco – aggiornato al 24 aprile 2025 - degli idonei a ricoprire il posto di direttore di un Parco presso il Ministero dell’Ambiente e ho scoperto che sono ben 4532. 
 Quindi, com’è possibile che non si trovino venticinque direttori da incaricare a tempo pieno nelle nostre aree protette? La prassi è che la richiesta di andare a ricoprire il posto di direttore, per esempio, al Parco dell’Aspromonte, va fatta dopo che l’ente gestore ha bandito il relativo concorso. Scaduti i termini, si esaminano i curricula presentati dagli aspiranti partecipanti e se ne propone una terna (con l’indicazione di un prescelto) al Ministro; questi provvede alla nomina, in media, per un periodo di cinque anni al termine del quale si ricomincia l'iter daccapo. Ora, cinque anni sono davvero pochi per organizzare e procedere nella gestione di un parco date le varie necessità che un territorio richiede. Per esempio suddividere l’area protetta in diverse zone, pianificare interventi sia materiali che immateriali, organizzare l’accoglienza turistica, progettare il recupero di antichi edifici da adibire a centri per il visitatore … 
Serra di Crispo in abito autunnale.
(Foto archivio Pisarra)
Evidentemente è possibile non assegnare a tempo pieno questi venticinque ruoli perché non interessa a nessuno il governo del territorio salvo poi mostrarsi attenti e solleciti dopo un disastro, una frana o un’alluvione. Eppure basterebbe poco: sarebbe sufficiente fare un concorso nazionale (auspicherei anche internazionale, alla stregua del concorso del 2025 indetto dal MIC per i musei e parchi archeologici) per titoli ed esami per i venticinque posti necessari e che fosse, se non a tempo indeterminato, almeno per un arco temporale diciamo di almeno dieci anni?
 Una prima selezione esisterebbe già in quanto si potrebbe attingere dall’albo degli idonei. Non credo che 25 dirigenti apicali, con i loro stipendi, possano creare problemi al debito pubblico. Direi piuttosto il contrario. Infatti, se sono dipendenti dello Stato, come funzionari pubblici sono a disposizione del Ministero il quale può inviarli di ‘autorità’ nelle sedi in cui è necessaria la loro presenza - come l’Aspromonte, il Pollino o il Gran Paradiso - e rimarrebbero in carica per un tempo più congruo dell’attuale alla fine del quale si farebbe il bilancio della loro gestione. Avremmo così risolto almeno l’aspetto gestionale del governo dell’Ente, in attesa delle indicazioni politiche che, in realtà, sono già contenute nelle disposizioni di legge. 
 Sostengo ciò in quanto una prima tipologia di governance delle aree protette era stata impostata sulla figura del Direttore soprintendente e di un Presidente puramente rappresentativo legato a una figura di spicco del territorio; poi la stagione “verde” ha imposto una gestione plenaria e pletorica creando tutta una serie di organi di governo che, di fatto, ha portato alla paralisi dell’Ente. 
Oggi, alla luce dell’esperienza dolorosamente maturata, si potrebbe organizzare un ripensamento dell’Ente Parco in una sua forma più snella, più dinamica, svincolata da pressioni politiche delle lobby che, di fatto, non governano nulla. Si dovrebbe staccare il Ministero dell’ambiente dalla sicurezza energetica, dalla transizione ecologica, dall’occuparsi del nucleare, dalla politica del mare … Potremmo prendere spunto dal sistema americano che ha nel National Park Service (NPS) l’organismo di riferimento per quanto riguarda la gestione delle aree protette e, addirittura, della loro proprietà. Penso a un ente di gestione con fini economici, con un bilancio fatto di entrate pubbliche e private; un ente che sia dotato anche di un proprio corpo di polizia, di personale specializzato, di scienziati che lavorino per il territorio anche in vista del ‘benessere delle future generazioni’. 
Escursionisti in cammino sul nevaio del Pollino.
(Foto archivio Pisarra)


È di questi giorni la notizia che sia iniziata nell’ottava Commissione Ambiente del Senato la discussione del disegno di legge presentato dal suo vicepresidente, il senatore Gianni Rosa, che mira a rivedere numerosi aspetti della norma. Accanto a questo disegno c’è la proposta di legge avanzata dagli onorevoli Sergio Costa, Ilaria Fontana e Daniela Morfino che mi pare più interessante perché offre una articolazione più complessa e strutturata rispetto al disegno di legge del senatore Rosa. 

Nella proposta Costa-Fontana-Morfino, a proposito della figura del Direttore, è prevista una procedura selettiva concorsuale (finalmente!), in sostituzione dell’attuale Albo dei Direttori, ed è annunciata l’istituzione dell’Agenzia nazionale per le aree protette, sul modello delle autorità amministrative indipendenti. 
 Questo disegno di legge prevede anche una dotazione economica per far funzionare la struttura gestionale di un’area protetta e interviene anche sulla procedura di nomina del Presidente del parco privilegiando criteri di competenza e introducendo un nuovo meccanismo di contingentamento dei tempi per il rilascio dell’intesa con le regioni e per il superamento di eventuali dinieghi. 
Vorrei tanto fare a novembre un altro viaggio fino a Noepoli, questa volta col mio land (e sono certo che Serafino mi accompagnerebbe sorridente da Lassù), per ascoltare il ministro Pichetto Fratin se venisse a illustrarci come immagina e quale ruolo debbano ricoprire i Parchi nazionali nel futuro.

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