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Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

martedì 17 marzo 2026

MOTI FLUTURON

 Il tempo scorre (panta rei), la montagna non è più la stessa.

Sicuramente è cambiata la nostra percezione di cos’è stata la montagna per tutte le comunità che hanno vissuto in essa e con le sue ricchezze.

A che prezzo?


Di tanta fatica. Con rese e aspettative spesso disattese.

E allora ho fatto un viaggio con immagini attraverso il mio archivio fotografico in uno dei “luoghi del cuore” che mi ha visto protagonista fin da ragazzo: il Raganello.

Un corso d’acqua ricco di storia, conosciuto fin dall’antichità. Strabone lo cita, non senza inquietudine, in uno dei suoi testi di Geografia, preoccupandosi delle frequenti e temerarie piene che contribuivano a fare della Pianura di Sibari una gigantesca palude.

Per molti era anche conosciuto come “Cylistarno” che vuol dire “torrente che travolge”.

Probabilmente l’etimo attuale deriva dall’arabo “Ragas” che significa burrone, vallone impervio e rovinoso, di difficile accesso. Con questo toponimo sono indicati molti altri luoghi della Calabria.

Ho eletto a “luogo del cuore” il Raganello, la sua valle e le montagne circostanti, prima che lo consigliasse Franco Arminio, come spazio dove tornare ogni qualvolta si va via.

Come è capitato a tanti, la prima volta che sono stato lontano dal Raganello, è stato per prestare il servizio militare. Eppure durante una licenza, in agosto, decisi di percorrerlo tutto: dalla sorgente al mare.

Una fatica immane, che si concluse nell’omonimo campeggio dove lavorava un amico d’infanzia che mi vide arrivare stravolto, mi diede da mangiare e poi mi accompagnò a casa in macchina. 

Da allora ogni volta che mi allontano, appena torno, sento la necessità di fare visita al Raganello. A volte salgo sulla Timpa di Porace, o di Cassano. Al Belvedere “Zoti Manoli”. Spesso sono andato sulla Timpa di San Lorenzo: la più bella cima del Massiccio del Pollino. Immensa, verticale, dalle pareti a picco sul Raganello, dai panorami lontani, dal silenzio, dal vento vorticoso e dal caldo asciutto.

Torrente Raganello. l'alveo fluviale dopo la piena .
(foto archivio Pisarra)

Il 2025 ha segnato i miei primi cinquant’anni di montagna, iniziati con un campeggio a Colle Marcione ospiti nella Masseria Rugiano, con gli amici di sempre: Felice e Mimmo. 

L’estate successiva iniziò con il nostro primo trekking: da Civita alla Madonna del Pollino con una tappa a Piano Ratto.

Poi andammo sul Dolcedorme, a San Costantino albanese, a Oriolo, sul Pollino…

Per dirla con Grazia Deledda: “Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte”.. (Grazia Deledda, Discorso in occasione della consegna del Premio Nobel).

  Ho sentito l’esigenza di fare questo “documento fotografico” proprio perché avverto questo cambiamento, anzi questo abbandono, che pare vanifichi tutto il lavoro fatto nell’ultimo secolo, proprio perché la memoria storica ricorda di piene, frane, alluvioni che hanno spazzato via in una notte il lavoro di una vita. Le prove sono evidenti: le numerose briglie quasi capovolte, frantumate o sommerse di detriti. Lo sbarramento più importante, conosciuto come “Diga del Mezzogiorno” o anche detta “Diga Alberti” dal nome del progettista e direttore dei lavori, sotto l’abitato di San Lorenzo Bellizzi, ebbe come conseguenza l’azzeramento delle piene rovinose verso la Piana di Sibari. Oggi, questa struttura, presenta un profondo taglio, che sta pian piano vanificando il lavoro idraulico del manufatto.

In tempi di cambiamento climatico, di improvvisi e intensi temporali, di “bombe d’acqua”, di sbalzi di temperatura, di azzeramento della stagionalità, di abbandono, è necessario “mettere mano” con estrema urgenza al territorio, altrimenti dobbiamo prepararci a pagare un caro prezzo. In termini di piene, inondazioni e frane e … morti.

Mi auguro di sbagliarmi!

 

 


La clip si trova al seguente link:

https://youtu.be/uQh3VmiRLDA

 

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