Il tempo scorre (panta rei), la montagna non è più la stessa.
Sicuramente è cambiata la nostra percezione di cos’è stata la
montagna per tutte le comunità che hanno vissuto in essa e con le sue
ricchezze.
Di tanta fatica. Con rese e aspettative spesso disattese.
E allora ho fatto un viaggio con immagini attraverso il mio
archivio fotografico in uno dei “luoghi del cuore” che mi ha visto protagonista
fin da ragazzo: il Raganello.
Un corso d’acqua ricco di storia, conosciuto fin dall’antichità.
Strabone lo cita, non senza inquietudine, in uno dei suoi testi di Geografia,
preoccupandosi delle frequenti e temerarie piene che contribuivano a fare della
Pianura di Sibari una gigantesca palude.
Per molti era anche conosciuto come “Cylistarno” che vuol dire
“torrente che travolge”.
Probabilmente l’etimo attuale deriva dall’arabo “Ragas” che
significa burrone, vallone impervio e rovinoso, di difficile accesso. Con
questo toponimo sono indicati molti altri luoghi della Calabria.
Ho eletto a “luogo del cuore” il Raganello, la sua valle e le
montagne circostanti, prima che lo consigliasse Franco Arminio, come spazio
dove tornare ogni qualvolta si va via.
Come è capitato a tanti, la prima volta che sono stato lontano dal
Raganello, è stato per prestare il servizio militare. Eppure durante una
licenza, in agosto, decisi di percorrerlo tutto: dalla sorgente al mare.
Una fatica immane, che si concluse nell’omonimo campeggio dove
lavorava un amico d’infanzia che mi vide arrivare stravolto, mi diede da
mangiare e poi mi accompagnò a casa in macchina.
Da allora ogni volta che mi allontano, appena torno, sento la
necessità di fare visita al Raganello. A volte salgo sulla Timpa di Porace, o
di Cassano. Al Belvedere “Zoti Manoli”. Spesso sono andato sulla Timpa di San
Lorenzo: la più bella cima del Massiccio del Pollino. Immensa, verticale, dalle
pareti a picco sul Raganello, dai panorami lontani, dal silenzio, dal vento
vorticoso e dal caldo asciutto.
| Torrente Raganello. l'alveo fluviale dopo la piena . (foto archivio Pisarra) |
Il 2025 ha segnato i miei primi cinquant’anni di montagna, iniziati con un campeggio a Colle Marcione ospiti nella Masseria Rugiano, con gli amici di sempre: Felice e Mimmo.
L’estate successiva iniziò con il nostro primo trekking: da Civita
alla Madonna del Pollino con una tappa a Piano Ratto.
Poi andammo sul Dolcedorme, a San Costantino albanese, a Oriolo,
sul Pollino…
Per dirla con Grazia Deledda: “Ho mille e mille volte poggiato la testa ai
tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle
foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho
visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle
montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi
del popolo. E così si è formata la mia arte”.. (Grazia Deledda, Discorso in occasione della
consegna del Premio Nobel).
Ho sentito l’esigenza di
fare questo “documento fotografico” proprio perché avverto questo cambiamento,
anzi questo abbandono, che pare vanifichi tutto il lavoro fatto nell’ultimo
secolo, proprio perché la memoria storica ricorda di piene, frane, alluvioni
che hanno spazzato via in una notte il lavoro di una vita. Le prove sono
evidenti: le numerose briglie quasi capovolte, frantumate o sommerse di
detriti. Lo sbarramento più importante, conosciuto come “Diga del Mezzogiorno”
o anche detta “Diga Alberti” dal nome del progettista e direttore dei lavori,
sotto l’abitato di San Lorenzo Bellizzi, ebbe come conseguenza l’azzeramento
delle piene rovinose verso la Piana di Sibari. Oggi, questa struttura, presenta
un profondo taglio, che sta pian piano vanificando il lavoro idraulico del
manufatto.
In tempi di cambiamento climatico, di improvvisi e intensi
temporali, di “bombe d’acqua”, di sbalzi di temperatura, di azzeramento della
stagionalità, di abbandono, è necessario “mettere mano” con estrema urgenza al
territorio, altrimenti dobbiamo prepararci a pagare un caro prezzo. In termini
di piene, inondazioni e frane e … morti.
Mi auguro di sbagliarmi!
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