Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

giovedì 2 gennaio 2014

questa è la difficoltà, questo è l’impegno


Questo è il quarto anno di inattività invernale come Guida del Parco del Pollino.
Sembra ormai che la montagna – almeno al meridione – non interessi più.
I paesaggi invernali, forse perché lontanissimi e inaccessibili a causa della impraticabilità delle vie, di mancanza di rifugi aperti in quota, rimangono ad appannaggio di pochi fautori e temerari che si avventurano senza l’aiuto delle Guide. Ecco che passo l’inverno a studiare, informarmi su quello che accade nel mondo e non solo dal punto di vista ambientale. Per esempio mi interesso di storia oltre che di geografia. Momentaneamente trasferito al Nord frequento una delle trentaquattro biblioteche di questa città dove ho a disposizione milioni di volumi.
Curiosando tra i libri di storia mi imbatto su un testo ormai classico (Christopher Duggan, La forza del destino – storia d’Italia dal 1796 ad oggi, Laterza editori, 2008), dove lo storico inglese, ancora una volta dipinge un quadro non lusinghiero dell’Italia, pur tuttavia dicendosi fiducioso che il nostro paese ce la farà ad uscire da questa impasse politico-istituzionale.
E non lo dice solo lui ma cita Francesco de Sanctis, il quale ha espresso chiaramente qual era il compito principale dei suoi connazionali, se volevano sconfiggere i gravi problemi politici ed economici che travagliavano il Paese: superare la vecchia mentalità e i vecchi condizionamenti per identificarsi completamente nello Stato italiano: «hoc opus, hic labor» («questa è la difficoltà, quest’è l’impegno»). Fattore necessario, sosteneva De Sanctis, era una leadership ispirata e persuasiva. Tanta acqua è passata sotto i ponti negli ultimi 150 anni, ma il monito di De Sanctis non ha perso nulla della sua attualità.
Infatti, stiamo a discutere da mesi di quale sistema elettorale bisogna dotarsi per essere “più democratici” nel senso esteso del temine.
Ma tutto questo discutere non basta se poi non segue una decisione verso un modello piuttosto che un altro.
Forse entro fine gennaio avremo la nuova legge elettorale e poi?
Si va a votare a maggio oppure a primavera dell’anno prossimo?
In entrambi i casi ho l’impressione che tutto questo can can su quale sistema elettorale sia più adatto serva a distogliere l’attenzione dai mille problemi che quotidianamente attanagliano gli italiani. Soprattutto a quale modello di sviluppo bisogna affidarsi per uscire da questo intoppo economico oltre che morale ed esistenziale.
In un'unica parola: cosa fare da grandi.
Eppure lo stesso storico inglese sostiene che l’Italia ha tutte le potenzialità per superare qualsiasi difficoltà, visto che negli ultimi 150 anni di passi in avanti se ne sono fatti eccome.
Anche nel recente passato in Parlamento si litigava, si discuteva su quale legge elettorale fosse ideale per garantire la stabilità del governo, sul divario Nord-Sud e tanto altro.
Saliva la rabbia popolare, abbiamo avuto il terrorismo, i movimenti di protesta che spesso hanno raccolto e cavalcato questi momenti di tensione.
E tanto altro ancora.
In questo marasma da Repubblica delle Banane, ovviamente, le Aree Protette, i Parchi nazionali non sono scevri da questi dai venti di crisi di identità.
Anche in questo settore ci si pone la famosa domanda di cosa si vuol fare da grandi.
Uno degli ultimi governi (quello presieduto dal prof Monti) aveva deciso di prolungare la vita degli Enti gestori in scadenza fino a tutto il 2013 in attesa dell’ennesima riforma della legge sui parchi nella parte riguardante il numero degli eletti.
La bozza D’Alì (dal nome del primo firmatario) nel frattempo decaduta e poi subito ripresa dal nuovo parlamento dopo le ultime elezioni langue in qualche cassetto del Governo dopo che ebbe il voto favorevole dall’aula per una corsia preferenziale, come se la necessità di una modifica fosse imbellente per il funzionamento o meno degli enti di gestione.
Il risultato è che tutti i parchi nazionali italiani da qualche giorno sono senza Consiglio e quindi di fatto vi è una paralisi istituzionale e l’intera gestione ricade sulle spalle del solo presidente di turno che deve affrontare mille problemi di diversa natura che hanno poco a che fare con la … natura.
Ecco che sul Pollino, per esempio, bisogna prendere una decisione definitiva sulla questione Centrale del Mercure, sulla situazione esplosiva dei cinghiali, e tanti altri problemi.
Pare completamente fallita la mission del parco come motore propulsivo di un nuovo sviluppo ecosostenibile dove alcuni paletti fossero chiari e non discutibili. Mi riferisco alla caccia di fatto ammessa all’interno delle aree protette, con la scusa del prelievo selettivo di specie dannose (sul Pollino il cinghiale; sullo Stelvio, l’alce; sul Gran Paradiso, lo stambecco), alla mancanza di un piano del Parco, da tutti elaborato a suon di milioni di euro ma di fatto giacente in qualche tiretto del Ministero dell’Ambiente, nonostante la minaccia contenuta nella legge attuativa che dava come termine ultimo di sei mesi per dotarsi di uno strumento di gestione e sono passati semplicemente “solo” vent’anni. 
Di questo passo i Parchi nazionali verranno a declassati a semplici Comunità Montane un po’ più allargate con a capo un funzionario e buonanotte al secchio.
Questo sarebbe un trauma profondo per il territorio e per quanti di noi hanno speso una vita a combattere contro questa emergenza piuttosto che un’altra.
Per superare un profondo trauma, gli psicologi suggeriscono di seguire un percorso che passa attraverso la negazione, la depressione e la rabbia.
Siamo nella fase della depressione, nel disinteresse generale che può sfociare in rabbia e la storia ci insegna che le conseguenze di questo ultimo stato possono essere assai pericolose per l’ambiente ma anche per l’uomo che vi abita.
Per far cessare il lungo ciclo ripetitivo della politica italiana, per placare la rabbia popolare, e per raccogliere e incanalare efficacemente le straordinarie riserve di energie creative di questo Paese, - ricorda lo storico inglese - l’Italia deve trovare la forza di riconoscere e accettare la realtà. Non in modo disfattista e passivo, ma nello spirito di impegno e di responsabilità collettiva. Solo così si potranno gettare le basi per la rinascita nazionale”.
E per far questo occorrerà una leadership illuminata e lungimirante. Non solo in campo politico ma anche in uomini capaci di gestire questo immenso patrimonio naturale che il nostro Paese ha - insieme con i beni culturali - che tutto il mondo ci invidia.
Per questo auspico che il ministro dell’ambiente che si accinge a fare le nomine dei nuovi consigli direttivi e visto che non può più reincaricare gli uscenti, a causa del vincolo dei due mandati, venga illuminato dallo Spirito Santo della buona partica e dia l’incarico a uomini lungimiranti e illuminati.
Accadrà mai?



Emanuele Pisarra

venerdì 17 maggio 2013

Sulle orme di Vincenzo Campanile

In una regione come la Calabria (e la Basilicata) e in particolare sul “nostro” Pollino da sempre crocevia di popolazioni sarebbe interessante raccogliere queste tracce prima che scompaiano del tutto.
 « Per dieci minuti rimasi ad ammirare quel selvaggio luogo e le pareti delle tre vette del Monte Farmaco (forse Montea), specialmente quella della Pietra Berciata, che imponenti si presentano al mio sguardo […]. Ogni altra parete, di tutta la superficie della montagna, è verticale, è molte di esse sono solcati da piccoli canali, vie che i sassi, cadendo dall’alto, percorrono, con poca sicurezza per l’alpinista. »
(V. Campanile) Nel mio continuo peregrinare per i Monti d’Italia ho sempre riscontrato come in quasi tutti i luoghi ci sia un sentiero, un percorso, una traccia intitolata a qualcuno. Qualche tempo fa feci un piccolo tratto dell’itinerario intitolato a Papa Giovanni Paolo II sul Gran Sasso. Nell’arco alpino questa consuetudine è norma. Ma anche negli Appennini non si sfugge alla regola. Questa regola non scritta è una testimonianza oltre che un tassello nella memoria storica locale. I nomi delle cose riferiscono spesso importanti documentazioni del passato ed i nomi di luogo, in particolare, conservano le tracce delle civiltà che in quella località si sono date il cambio. Spesso in questi luoghi quasi inaccessibili si avventuravano studiosi, viaggiatori, scienziati per studiare, dipingere, raccogliere piante, paesaggi, sensazioni e darsi degli auspici per le popolazioni che lì vi abitano.
Questo ”database” vuol dire conservare memoria di quelle civiltà e delle loro culture, proprio in un epoca come la nostra distinta da trasformazioni così profonde e violente da provocare l’abbandono di abitudini di vita secolari e di parlate tradizionali .
Raccogliere per conservare. Non solo di toponimi o di oronimi , ma anche di uomini che hanno speso parte della loro vita per andare per lochi , per dirla con Leonardo da Vinci, che si sono sobbarcati in lunghi e faticosi viaggi in luoghi sconosciuti con carte topografiche approssimative e con la consulenza di uomini del posto di profonde conoscenze ma molto limitate negli spazi.

Tanto più che nella civiltà dell’immagine in cui viviamo queste esperienze si possono “vendere” per migliorare e qualificare il turismo escursionistico nell’ottica di camminare e ripercorrere un sentiero dove vi ha messo piede il tal personaggio in tali circostanze. Un po’ ricalca il motto del CAI : camminare per conoscere e conoscere per tutelare, con la speranze che anche le generazioni che verranno dopo di noi ripercorreranno questi sentieri nella continuità della memoria. Auspico che il CAI insieme con gli Enti preposti crei una apposita commissione per “dare un nome” ad un sentiero e legarlo ad un personaggio.
In occasione del 150° della fondazione del Club Alpino Italiano che ricorre proprio in quest’anno ho pensato bene di portare un primo contributo. Peraltro già raccolto su un libro1
La Sezione di Napoli fu una delle prime del Club Alpino. Appena 8 anni dopo la fondazione del Club Alpino Italiano (23 ottobre 1863), veniva costituita la "Succursale" (come si definivano allora) del Club a Napoli. Era il 22 gennaio 1871, e quella di Napoli era in assoluto la settima sezione del CAI (dopo la costituzione di Torino, erano già state aperte le sezioni di Aosta, Varallo Sesia, Agordo, Firenze e Domodossola). che le Edizioni Prometeo pubblicò qualche anno fa. È il caso di Vincenzo Campanile, napoletano, professore, alpinista , fondatore della Società Alpinistica Meridionale che poi confluì nella sezione del CAI di Napoli.
Una sezione che si distingueva per i propri aspetti scientifici più che alpinistici veri e propri.
Da qui la scissione ad opera di Campanile.
E proprio grazie a questa visione esplorativa del territorio; ricordiamo che tutto il meridione d’Italia era ad appannaggio della sua capitale Napoli. Per cui chiunque volesse esplorare o fare semplicemente un viaggio tra i monti di queste regioni era consuetudine che si rivolgesse alla sezione CAI di Napoli. Per fortuna che il resoconto di queste “esplorazioni” sono state pubblicate sugli annali del Sodalizio e su appositi bollettini che oggi possiamo prendere in esame.
Un resoconto di un viaggio di Campanile, uno dei tanti, poiché lui venne molte volte sul Pollino e vi camminò in lungo e in largo in quasi tutto il Massiccio, riguarda una “via” estremamente bella e interessante anche se un po’ faticosa e non priva di pericoli oggettivi come cadute di pietre e qualche problema di orientamento, la Punta Melàra o il Telegrafo pubblicata sul Bollettino della Società Alpinistica Meridionale.
La Punta Melàra o Telegrafo coincide con la Montea di oggi. Ecco come Vincenzo Campanile racconta quel viaggio avventuroso che da Napoli lo portò prima in treno fino a Belvedere Marittimo e poi sulla Montea. Il 10 Agosto ultimo (1898 n.d.r.), col diretto delle 7,40 partii da Napoli. Giunto a Battipaglia alle 10, lasciai quel treno, che continua per Potenza, Metaponto e Brindisi, e presi posto nell'altro, che percorre la nuova linea sul versante tirreno, fino a Reggio Calabria. Alle ore 16' scesi alla stazione di Belvedere marittimo, ove fui ricevuto dal signor Giuseppe Pugliese, che mi ospitò in una sua palazzina, presso la spiaggia. Alle ore 5 del giorno 11 Agosto, partii da Belvedere, accompagnato da un montanaro, a nome Gervasio. Sale alla volta del passo dello Scalone verso Sant’Agata d’Esaro descrivendo in modo mirabile – per le conoscenze del tempo – l’intero gruppo montuoso che circonda Belvedere Marittimo e percorrendo “poco comode scorciatoie” giunge al Passo dello Scalone.


Ancora Campanile … una gola angusta, tra lo dirute pareti del bastione, che sostiene la Punta Melàra a sinistra, e la falda settentrionale, tutta a faggi, del Cozzo Sangineto a destra. In fondo alla gola, silenzioso, corre l’Ésaro. Su quest'ultima falda è tagliata dalla strada carrozzabile 3
A questo punto lasciata la “statale” Vincenzo Campanile e il suo accompagnatore Gervasio cominciarono a salire procedendo in silenzio per il rispetto dei luoghi, almeno fino a quando … le voci allegre di alcune montanine, che scendevano, cariche di legna e con passo celere, vennero a dare la nota gaia in quel luogo misterioso. Poco dopo lessi sul loro volto la meraviglia, da cui furono comprese, incontrando lassù, forse per la prima volta nella vita, un uomo diverso dai pastori a loro familiari. Si ritrassero con rispetto per lasciarmi libero il passo, io le salutai, ma solo alcune ebbero il coraggio di rispondere al saluto! Mi volsi per poco, e le vidi correre sul pendio, mentre l'occhio ammirava il grandioso quadro della gola dell'Esaro che scende a Sant’Agata.
Anche su questo il Campanile non tralascia di dare informazioni: Questa strada, che, partendo da Belvedere , va per S. Agata a S. Sosti, è stata costruita dal 1881 al 1884, a cura dell' Ufficio Tecnico di Cosenza, sono la direzione dell' Ing. Francesco Mastrocinque. 4 La Gola dell’Esaro è percorribile in estate ed è stata consigliata dalla sezione del CAI Castrovillari come un tratto del Sentiero Italia proveniente dal Passo dello Scalone. e l'ameno paesello S. Agata che, illuminato dai raggi del sole, brillava sopra un'ampia piattaforma, allo shocco della valle. L’ascensione prosegue con molta fatica perché ormai non vi è più traccia di sentiero e i faggi folti rendono il bosco ancora più fitto. Ogni tanto, quando i faggi lo permettevano, apparivano le grandi pareti di roccia della cima della Montea. Vetta che Campanile riporta come Il Telegrafo, così come riferisce l’accompagnatore Gervasio, il quale racconta della costruzione di un sentiero per un ingegnere dell’Istituto Geografico che nel 1872 si recò in cima. Da quell’anno solo lui e un certo Antonio percorrevano ogni tanto quella traccia. Ecco perché non era ben evidente. La descrizione del percorso continua con molta cura tra i particolari del luogo e le riflessioni sull’accompagnatore. Alle 16.50 raggiunsero la vetta o meglio il segnale trigonometrico della Punta Melàra. Hourrà! gridai per tre volte, mentre il vento, con fracasso assordante, sperdeva completamente la mia voce. Siamo sul punto più alto della Calabria (1), disse il forte Gervasio. Oh quanto desideravo in quei momenti che le nuvole mi avessero permesso, almeno per un istante, vedere la Mula ed il Cozzo Pellegrino! Ma a noi non era concesso rimanere lassù che pochi momenti e, lasciata una carta da visita, fra le pietre del segnale, dopo 5 minuti cominciammo la discesa per la medesima via. Fatti alquanto più arditi per la conoscenza del bastione, dopo un'ora ci trovammo al colle Oliverio. Entrati nel vallone della Melàra, alle 19,25 ci trovammo all'Acqua della Marozza, e, percorso rapidamente il bosco, in meno di 30 minuti, scendemmo la Scala del Faitiello nella più completa oscurità. Alle 20,40 fummo ai piedi della Scala, ed alle 21,50, accolti con festa da Antonio, entrammo nello stazzo. Una tazza di brodo Liebig ed un pezzo di rosbif mi ti sforarono alquanto, e, quando mi adagiai sulla paglia, in voce 1 dormire, pensai alle peripezie di quella giornata. Io era soddisfatto della mia gita, ma dolente solo d'ignorare, se la vetta più alta della Calabria sia la Punta Melàra o il Cozzo Pellegrino. Il giorno seguente, in 4 ore, scesi a S. Agata in Esaro, Questa in breve l’avventura sulla Montea raccontata in modo epico dal professore Vincenzo Campanile della Regia Università di Napoli, “valente alpinista”, esploratore e attento osservatore di luoghi, uomini, animali e cose. Ricordo che molto tempo dopo – credo nel 1997 – io, Carmelo Pizzuti e Luigi Gramigna ripercorremmo questo itinerario in invernale con la variante della discesa a Sant’Agata d’Esaro attraverso la Fontana Cornia. Dalla lettura di questo episodio e dalla mia modesta esperienza di camminatore su centinaia di sentieri di tutta Italia mi è venuta in mente l’idea di proporre la costituzione di una Commissione per l’intitolazione di alcuni percorsi individuati nel Catasto dei Sentieri a questi grandi uomini che hanno svelato il Pollino a noi tutti.

Emanuele Pisarra

NOTE
1 L. Troccoli (a cura di) Due secoli di escursioni sul Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 1993
2 Bollettino della Società Alpinistica Meridionale, Anno VI, 1898, n. 1 . 
3 Anche su questo il Campanile non tralascia di dare informazioni: Questa strada, che, partendo da Belvedere , va per S. Agata a S. Sosti, è stata costruita dal 1881 al 1884, a cura dell' Ufficio Tecnico di Cosenza, sono la direzione dell' Ing. Francesco Mastrocinque
4 La Gola dell’Esaro è percorribile in estate ed è stata consigliata dalla sezione del CAI Castrovillari come un tratto del Sentiero Italia proveniente dal Passo dello Scalone. 

SULLE ORME DI VINCENZO CAMPANILE* Questo articolo è stato pubblicato su PASSAMONTAGNA – maggio 2013 - il periodico della Sezione di Castrovillari del Club Alpino Italiano. 

Un particolare ringraziamento va al carissimo amico Vincenzo Maratea per la consulenza e la pazienza per le lunghe conversazioni telefoniche sulla figura di Vincenzo Campanile, sulla Montea e sui tanti problemi che stanno vivendo le nostre montagne.


lunedì 29 aprile 2013

Chiudono i battenti due riviste storiche di montagna

Una delle ultime copertine di ALP
Qualche anno fa di passaggio a Torino chiesi di poter visitare la redazione di Alp. Dopo una serie di peripezie per raggiungere la sede in via Turati fui accolto con molta disponibilità da alcuni redattori che mi fecero fare il giro della redazione; si percepiva nell’aria e si respirava a pieni polmoni l’entusiasmo con il quale si lavorava ad ogni numero della Rivista. Andai via dalla redazione con rammarico e con un certo magone colto da grande invidia per come si operava in quella redazione. Ma anche con diecine di numeri in omaggio che ora conservo gelosamente nel mio archivio di montagna. Allora la redazione di Via Turati si occupava solo di Alp. Due riviste nate in quella Torino che è stata da sempre vicina alle sue Alpi dove il rapporto con le montagne circostanti la città era molto forte e intenso. Oggi pare che questo “amore” sia completamente scomparso e Torino – forse – non è mai stata così isolata dalle Alpi come oggi.
La Rivista della Montagna nasce nel 1970 come luogo di pubblicazione del materiale raccolto in un Centro di Documentazione Alpina .

La redazione è un vivacissimo laboratorio di idee, che, in un tempo in cui le Alpi non sono ancora “terra” completamente divulgata, partoriscono distinti articoli sulla cultura e l’economia alpina ed ammirevoli monografie escursionistiche, alpinistiche e sci-alpinistiche.

Il direttore è Piero Dematteis e la Rivista annovera firme prestigiose come Paolo Gobetti, Marziano Di Maio, Gian Piero Motti; successivamente entrano Alberto Rosso e Giorgio Daidola.
La copertine di uno degli ultmi
numeri della RdM
Già dal primo numero si vede che il periodico non si occupa di soli alpinisti che piantano chiodi e si arrampicano su pareti di roccia impossibili e difficili. Ci sono alcune donne che portano il fieno con sullo sfondo alcune montagne piemontesi. Come dire che la montagna non è fatta per soli alpinisti ma racconta anche di popoli che vivono giorno per giorno le stagioni.
Alp invece nasce nel 1985, fondata da Enrico Camanni con Furio Chiaretta, con la collaborazione fondamentale di Giorgio Vivalda e la sua giovane casa editrice, sulla scia dell’arrampicata sportiva e delle denuncie ambientaliste.

Una rivista che parla non solo di alpinismo ma dei fatti e dei problemi riguardanti la montagna con i più moderni strumenti della comunicazione: splendide immagini e grandi servizi legati ai problemi del territorio e dell’ambiente alpino, lo sfruttamento turistico, il degrado, la salvaguardia, le politiche dei parchi.
La rivista è sempre al pari coi tempi e si trasforma più volte sotto la guida di vari direttori come Marco Albino Ferrari e Linda Scottino e Walter Giuliano.
Infine, il Centro di Documentazione Alpina e l’editore Vivalda confluiscono in un’unica casa editrice, proprio per far fronte alla crisi che già si preannuncia nella editoria di montagna, come ultimo tentativo di rilancio ma non ci sono più le condizioni e l’entusiasmo di un tempo.
Alp chiude i battenti con il 288 numero in edicola proprio in questo mese di aprile.
Emanuele Pisarra

giovedì 12 maggio 2011

Il Raganello, una storia e un ambiente

In tour… intorno al Torrente Raganello
 Tabellino
  Tempi di percorrenza: questo itinerario si può percorrere facilmente a piedi in due giorni di marcia; oppure con l’uso di un fuori strada in una giornata.
 Lunghezza: circa sessanta km
 Difficoltà: EE (per escursionisti esperti ed allenati)
 Rifornimento idrico: lungo il percorso ci sono numerose sorgenti
 Dislivello: 1200 in salita e 900 in discesa 

Premessa
 Il territorio del Parco nazionale del Pollino si può percorrere lungo una rete di antichi sentieri per oltre duemila chilometri.
 Mulattiere, sentieri, viottoli, tracce di antiche vie che l’uomo locale ha camminato per anni per lavoro, per accudire il gregge al pascolo, per spostamenti e, perfino, per recarsi in pellegrinaggio ad uno dei numerosi santuari mariani presenti nell’area.
  Dopo una parentesi di abbandono dovuta alla grande emigrazione verso il Nord Italia, le genti del Pollino si stanno appropriando  di  un patrimonio ricco di storia, tradizioni, miti e luoghi che non hanno nulla da invidiare alle più rinomate località turistiche del nostro Paese.
  
IL RAGANELLO
  Uno dei tanti percorsi del Parco - forse il più interessante – è sicuramente legato al Torrente Raganello.
 Il Raganello ha un percorso dall’andamento abbastanza tortuoso. In parte è dovuto alla particolare situazione geologica, in parte, invece, è causato dallo sviluppo del cammino del corso d’acqua in un ambiente dominato dall’uomo e dalle sue attività. Ne consegue che “girare” intorno a questo corso d’acqua provoca delle emozioni, attraverso le testimonianze che si leggono nel territorio, alquanto forti.
  Infatti, quest’itinerario consigliato, ha come motivo conduttore il Raganello come ambiente fluviale, come via istmica, come testimone di tormentate epoche geologiche, come paesaggio immutato nel tempo, come spazio severo vissuto e abitato da intere generazioni di uomini.
  
Civita. Il Ponte del Diavolo.
(Ph di E. Pisarra)
Si parte dalla piazzetta di Civita, si scende lungo la vecchia strada d’accesso al paese e ben presto si raggiunge l’alveo fluviale. Già questo primo tratto è un connubio di fatti, vecchi e nuovi, che al lettore attento, mostrano i diversi volti di un territorio. Vi è un’antica filanda, vi sono i resti di un antico ponte, vi sono le opere moderne dell’uomo, vi sono una serie di terrazzi panoramici accuratamente predisposti che invitano l’escursionista a fermarsi a meditare, ad osservare il paesaggio, a chiedersi e ad immaginarsi le fatiche dell’uomo che ci ha preceduto, le sofferenze di colui che ha vissuto con i proventi dei raccolti di questi piccoli appezzamenti di terreno, le fatiche immani per “strappare” a questa natura forte, in una continua lotta, le risorse minime per vivere dignitosamente. Il mulino, di proprietà privata, nei tempi morti, macinava grano per produrre farina per fare il pane per l’intera comunità.
 Si prosegue lungo la facile stradina sulla sponda destra idrografica del Raganello, in un paesaggio, soprattutto agli inizi di giugno, segnato da un prolungato corridoio color fucsia, d’oleandri in contrasto con il marrone chiaro-scuro delle rocce circostanti sedimentate in milioni di anni, testimoni d’immani sconvolgimenti tellurici terrestri.
 In questo paesaggio non è difficile trovare emergenze botanico-forestali d’inestimabile valore.
 L’ontano napoletano, le tamerici, insieme con gli oleandri, ben s’integrano con gli uliveti, gli orti e i campi di grano, le opere estranee al paesaggio, ma necessarie per la sicurezza di chi vive queste località, creati dall’uomo.
 Ben presto si arriva al primo grande sbarramento del Raganello. Costruito in tre anni, a partire dal 1959, questa briglia aveva, nell’intenzione dei progettisti, la funzione di rallentare la velocità dell’acqua, trattenere i detriti fluviali ed evitare pericoli d’inondazione della sottostante pianura di Sibari.
In realtà ha creato un microclima particolare, dando la possibilità a numerose specie, sia  ittiche, sia forestali, di trovare il proprio habitat.
Si passa sullo sbarramento e ci s’incammina lungo la stradina di servizio agli uliveti e ci s’inerpica sulla sponda sinistra del fiume e, guadagnando quota, si recupera la stradina montana che porta a San Lorenzo Bellizzi.
 Lo sguardo, pur messo a dura prova dalle fatiche della salita, non può non soffermarsi sul panorama che si apre: l’alveo fluviale appare in tutta la sua maestosità, gli uliveti fanno da contorno e la statale con il suo traffico d’automobili mostra i segni del progresso.
 Un tempo regnava il silenzio interrotto solo dai rumori della natura; oggi il silenzio della natura è spesso interrotto dai clacson delle automobili che sfrecciano a velocità assurda, incuranti dei danni che esse provocano ad un paesaggio di siffatta bellezza.
 L’arrivo sulla stradina asfaltata rassicura gli animi e fa dimenticare la fatica della salita.
 Si prosegue lungo il nastro d’asfalto, immersi tra campi mietuti di fresco, gialli, contrastati, qua e là, da macchie di colore verde frammiste a rossiccio, di piante di pero in piena maturazione. Spesso il silenzio è interrotto dal belare di uno sparuto gregge che cerca di strappare l’ultimo filo d’erba fresca della stagione.
L’incontro con i pastori è sempre una grande emozione.
Uomo semplice, curioso, il pastore del Pollino,ha necessità di parlare, di scambiare informazioni, di chiedere la provenienza, le motivazioni che spingono l’escursionista a camminare a piedi o in fuoristrada, a visitare questi luoghi.
 Non costa nulla fermarsi e, spesso, un sorriso rende questi uomini meno soli.
La stradina dopo una serie di tornanti porta alla Fonte della Scosa, amena località a circa ottocento metri di quota, super attrezzata con tavoli e panche pronti ad accogliere il visitatore per un momento di sosta e di meditazione.
 Tuttavia è conveniente proseguire in moda da raggiungere il colle e prima di proseguire verso il “paese nuovo” è d’obbligo una deviazione verso la cima della Timpa del Demonio (855 m).
 S’imbocca la pista forestale e in pochi minuti si è sul valico della Timpa. Il panorama non ha eguali.
Il Canyon del Raganello appare in tutta la sua maestosità e l’abitato di Civita, alle pendici dei monti, adagiato su uno sperone di roccia che dà verso il mare, regna sovrano. In condizioni di vento favorevole si sentono perfettamente i discorsi infervorati dei civitesi impegnati in estenuanti dibattiti politici a favore e contro il solito governo di turno.
La Timpa Sentinella (601 m) occulta il paese agli occhi degli estranei. Tant’è che chi vuol visitare questo piccolo borgo deve, per un momento, lasciare la statale ed inoltrarsi all’interno, altrimenti può benissimo proseguire senza accorgersi della sua esistenza. Forse questa è stata la forza della piccola comunità arbereshe dei civitesi che è sopravvissuta fino a nostri giorni.
 Volgendo, invece, lo sguardo verso la forra del Raganello, appare in tutta la sua forza, una natura severa, fatta di rocce a strapiombo, intervallate da piccoli appezzamenti adibiti, un tempo, a pascolo, ora in completo abbandono, testimoni di un’epoca pastorale quasi scomparsa.
Da questo osservatorio privilegiato il Raganello appare come un nastro d’argento che avvolge le grandi pareti a picco accomunandole ad un unico destino.
 Le ultime case di Civita segnano la fine di questa natura selvaggia.
 Si ritorna sul nastro d’asfalto e si prosegue in direzione di San Lorenzo Bellizzi. Si attraversa tutto il crinale della Timpa del Demonio, si raggiungono le prime abitazioni rurali e ben presto appare il vecchio abitato di San Lorenzo.
 Nel frattempo uno sguardo alla Timpa nel lato opposto attira l’attenzione una macchia arancione, la quale, man mano che ci si avvicina, mostra la propria identità. Si tratta della Grotta di Palma Nocera, abitata fin dal neolitico, testimone della penetrazione dell’uomo antico lungo l’asta fluviale del Raganello.
 In questo lasso di spazio, all’occhio attento del visitatore, appaiono chiare le diverse epoche storiche; un tempo l’uomo ha vissuto nella grotta, poi è uscito fuori e nei suoi pressi ha costruito un villaggio, infine, da quando è diventato pastore ed agricoltore, si è trasferito sull’altra sponda del fiume in cerca di terreni più fertili e meno impervi, dove ha costruito il paese.
San Lorenzo appare adagiato su una conca del versante Ovest della Coppola di Paola, ben riparato dai venti freddi su un balcone prospiciente il Raganello. In ultimo chiude l’orizzonte l’imponente e omonima Timpa.
Dall’abitato di San Lorenzo ci si dirige verso la Falconara incamminandosi sulla
Alba sulla Valle del Raganello (ph E. Pisarra)
stradina asfaltata che si dipana dalla piazzetta principale.
 Dopo breve tempo si raggiunge la fonte di San Pietro, dove un’acqua freschissima attende di essere bevuta, prima di impegnarsi, dopo aver valicato il Torrente Maddalena, nella salita verso la Falconara. Il cammino è lungo. Lo sguardo spazia in un ambiente a dir poco contrastato: da una parte il marrone scuro di rocce basaltiche metamorfizzate si contrappongono al grigio dei calcari cretacei dei lisci di San Lorenzo; dall’altra parte il bianco delle casette coloniche con l’aia, gli animali al pascolo, i rumori classici – per noi inusuali – della civiltà contadina sopravvivono, anche se – a dir la verità – sono interrotti dal singolare rumore – questo sì familiare – dei potenti motori diesel dei trattori che hanno sostituito il ragliare dell’asino.
 Man mano che si sale appaiono una serie di strutture agrituristiche molto carine, ben curate e ben inserite nel paesaggio.   
 Il pensiero va a questi coraggiosi gestori che, nonostante tutto, osano sfidare le leggi del mercato, ed investono i pochi risparmi di una vita, sperando che queste nuove attività possano integrare il già misero reddito agricolo.
La lunga salita dà una tregua. Infatti, il crinale si sviluppa per alcune centinaia di metri in quota, consente di “dare un occhiata” all’altro versante. Appaiono all’orizzonte una serie di case, abbarbicate alle pendici di un monte e sopra le sponde di un altro fiume, dai colori sgargianti, messe in fila indiana e in parallelo tra loro, a mo’ d’avamposto lungo la rotta naturale di penetrazione alla montagna.
 Un piccolo stagno subito sotto il piano stradale attira l’attenzione del visitatore.
La particolare vegetazione riparia è luogo ideale di ricovero di piccole testuggini d’acqua dolce, di biacchi e numerosi altri “esponenti” della fauna minore.
 Subito dopo la stradina riprende a salire in direzione della Timpa Falconara (1667 m), oltrepassa una moderna azienda agricola mostrando le numerose pieghe di corrugamento della Timpa. Si entra nel bosco da rimboschimento misto a pino nero e cerri (ambiente ideale del porcino “carne gialla o vavuso”) e, prima di valicare, bisogna dare un’ultima occhiata alla valle della Granpollina, con il minuscolo abitato di San Lorenzo, ed alle spalle, tutto il Golfo di Sibari.
 Il percorso passa alla base della parete Ovest della Falconara: una Timpa fracassata in numerose faglie testimoni d’immani sconvolgimenti tettonici che impressiona non poco il visitatore che lì per lì si accinge a camminarvi sotto.
 Dall’altro lato della stradina si è già raggiunto uno dei due rami sorgentizi del Raganello. Infatti, la Sorgente Boccadoro (1315 m) dà il primo liquido al torrente. In seguito si aggiungerà il secondo ramo proveniente poco sotto Serra di Crispo (1885 m).
Escursionisti in cammino nel Raganello. (Ph archivio Pisarra)
 Il paesaggio è completamente diverso: da un lato il gran bosco della Fagosa, verde, vigoroso, in netta espansione, sormontato dall’imponente crinale roccioso Timpa del Principe-Serra Dolcedorme; dall’altra parte la parete Ovest a strapiombo sul Raganello della Timpa di san Lorenzo la fa da padrone.
 Due mondi naturali che si contrappongono, racchiudono in sé l’alta Valle del Raganello. Uomini e antiche masserie testimoniano una civiltà agro-silvo-pastorale ridotta al lumicino, un tempo fiorente, motore trainante dell’economia non solo locale ma, perfino, regionale.
 Si prosegue sulla stradina sterrata, abbastanza sconnessa, in direzione di Colle Marcione, avendo come punto di riferimento un edificio bianco, che ben presto si rivelerà essere un rifugio adibito a Centro d’Educazione ambientale ottimamente gestito dal personale della cooperativa Silva.
Prima però, si passa dalla Masseria Francomano in tempo per assaggiare la ricotta fresca, appena ottenuta dal latte del bestiame al pascolo, oppure, “mettere sotto i denti” un panino fatto di spesse fette di pane intervallate da ottimo formaggio, accompagnato da un bicchiere di vino rosso “Pollino”.
 L’arrivo a Colle Marcione, chiude l’orizzonte fatto di monti altissimi crestati da tanti “bastoncini” dall’apparenza strana, alti, contorti, piegati, con la chioma ad ombrello che poi ad uno sguardo più attento si riveleranno essere i Pini Loricati di Serra delle Ciavole, testimoni d’epoche glaciali lontanissime.
 Pochi metri oltre il Colle appare in tutta la sua maestosità, la Pianura di Sibari con il Golfo omonimo, la Sila e alcuni paesi della costa ionica. Non è raro vedere nelle giornate fredde e terse invernali Capo Trionfo, Punta Alice e Capo Colonna, estreme propaggini della Calabria ionica.
La strada è ormai una rotabile “di lusso” rispetto a quella percorsa fino ad ora, e ben presto si tuffa sull’abitato di Civita.
Lecci antichi sostituiscono il faggio, ginestre e ginepri prendono il posto dei cerri e delle querce, euforbie e origano sostituiscono la prateria a sesleria.
 Il nastro d’argento del Raganello riappare: questa volta più ampio e brillante, ad avvolgere l’intero contrafforte montuoso prima del mare.
 Le case di Civita disposte ad ombrello aperto accolgono il visitatore che ha osato tuffarsi seppur per poco tempo in uno degli ambienti più vari, più interessanti del Parco nazionale del Pollino.        
     
 ©  Emanuele Pisarra