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Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

giovedì 2 gennaio 2014

questa è la difficoltà, questo è l’impegno


Questo è il quarto anno di inattività invernale come Guida del Parco del Pollino.
Sembra ormai che la montagna – almeno al meridione – non interessi più.
I paesaggi invernali, forse perché lontanissimi e inaccessibili a causa della impraticabilità delle vie, di mancanza di rifugi aperti in quota, rimangono ad appannaggio di pochi fautori e temerari che si avventurano senza l’aiuto delle Guide. Ecco che passo l’inverno a studiare, informarmi su quello che accade nel mondo e non solo dal punto di vista ambientale. Per esempio mi interesso di storia oltre che di geografia. Momentaneamente trasferito al Nord frequento una delle trentaquattro biblioteche di questa città dove ho a disposizione milioni di volumi.
Curiosando tra i libri di storia mi imbatto su un testo ormai classico (Christopher Duggan, La forza del destino – storia d’Italia dal 1796 ad oggi, Laterza editori, 2008), dove lo storico inglese, ancora una volta dipinge un quadro non lusinghiero dell’Italia, pur tuttavia dicendosi fiducioso che il nostro paese ce la farà ad uscire da questa impasse politico-istituzionale.
E non lo dice solo lui ma cita Francesco de Sanctis, il quale ha espresso chiaramente qual era il compito principale dei suoi connazionali, se volevano sconfiggere i gravi problemi politici ed economici che travagliavano il Paese: superare la vecchia mentalità e i vecchi condizionamenti per identificarsi completamente nello Stato italiano: «hoc opus, hic labor» («questa è la difficoltà, quest’è l’impegno»). Fattore necessario, sosteneva De Sanctis, era una leadership ispirata e persuasiva. Tanta acqua è passata sotto i ponti negli ultimi 150 anni, ma il monito di De Sanctis non ha perso nulla della sua attualità.
Infatti, stiamo a discutere da mesi di quale sistema elettorale bisogna dotarsi per essere “più democratici” nel senso esteso del temine.
Ma tutto questo discutere non basta se poi non segue una decisione verso un modello piuttosto che un altro.
Forse entro fine gennaio avremo la nuova legge elettorale e poi?
Si va a votare a maggio oppure a primavera dell’anno prossimo?
In entrambi i casi ho l’impressione che tutto questo can can su quale sistema elettorale sia più adatto serva a distogliere l’attenzione dai mille problemi che quotidianamente attanagliano gli italiani. Soprattutto a quale modello di sviluppo bisogna affidarsi per uscire da questo intoppo economico oltre che morale ed esistenziale.
In un'unica parola: cosa fare da grandi.
Eppure lo stesso storico inglese sostiene che l’Italia ha tutte le potenzialità per superare qualsiasi difficoltà, visto che negli ultimi 150 anni di passi in avanti se ne sono fatti eccome.
Anche nel recente passato in Parlamento si litigava, si discuteva su quale legge elettorale fosse ideale per garantire la stabilità del governo, sul divario Nord-Sud e tanto altro.
Saliva la rabbia popolare, abbiamo avuto il terrorismo, i movimenti di protesta che spesso hanno raccolto e cavalcato questi momenti di tensione.
E tanto altro ancora.
In questo marasma da Repubblica delle Banane, ovviamente, le Aree Protette, i Parchi nazionali non sono scevri da questi dai venti di crisi di identità.
Anche in questo settore ci si pone la famosa domanda di cosa si vuol fare da grandi.
Uno degli ultimi governi (quello presieduto dal prof Monti) aveva deciso di prolungare la vita degli Enti gestori in scadenza fino a tutto il 2013 in attesa dell’ennesima riforma della legge sui parchi nella parte riguardante il numero degli eletti.
La bozza D’Alì (dal nome del primo firmatario) nel frattempo decaduta e poi subito ripresa dal nuovo parlamento dopo le ultime elezioni langue in qualche cassetto del Governo dopo che ebbe il voto favorevole dall’aula per una corsia preferenziale, come se la necessità di una modifica fosse imbellente per il funzionamento o meno degli enti di gestione.
Il risultato è che tutti i parchi nazionali italiani da qualche giorno sono senza Consiglio e quindi di fatto vi è una paralisi istituzionale e l’intera gestione ricade sulle spalle del solo presidente di turno che deve affrontare mille problemi di diversa natura che hanno poco a che fare con la … natura.
Ecco che sul Pollino, per esempio, bisogna prendere una decisione definitiva sulla questione Centrale del Mercure, sulla situazione esplosiva dei cinghiali, e tanti altri problemi.
Pare completamente fallita la mission del parco come motore propulsivo di un nuovo sviluppo ecosostenibile dove alcuni paletti fossero chiari e non discutibili. Mi riferisco alla caccia di fatto ammessa all’interno delle aree protette, con la scusa del prelievo selettivo di specie dannose (sul Pollino il cinghiale; sullo Stelvio, l’alce; sul Gran Paradiso, lo stambecco), alla mancanza di un piano del Parco, da tutti elaborato a suon di milioni di euro ma di fatto giacente in qualche tiretto del Ministero dell’Ambiente, nonostante la minaccia contenuta nella legge attuativa che dava come termine ultimo di sei mesi per dotarsi di uno strumento di gestione e sono passati semplicemente “solo” vent’anni. 
Di questo passo i Parchi nazionali verranno a declassati a semplici Comunità Montane un po’ più allargate con a capo un funzionario e buonanotte al secchio.
Questo sarebbe un trauma profondo per il territorio e per quanti di noi hanno speso una vita a combattere contro questa emergenza piuttosto che un’altra.
Per superare un profondo trauma, gli psicologi suggeriscono di seguire un percorso che passa attraverso la negazione, la depressione e la rabbia.
Siamo nella fase della depressione, nel disinteresse generale che può sfociare in rabbia e la storia ci insegna che le conseguenze di questo ultimo stato possono essere assai pericolose per l’ambiente ma anche per l’uomo che vi abita.
Per far cessare il lungo ciclo ripetitivo della politica italiana, per placare la rabbia popolare, e per raccogliere e incanalare efficacemente le straordinarie riserve di energie creative di questo Paese, - ricorda lo storico inglese - l’Italia deve trovare la forza di riconoscere e accettare la realtà. Non in modo disfattista e passivo, ma nello spirito di impegno e di responsabilità collettiva. Solo così si potranno gettare le basi per la rinascita nazionale”.
E per far questo occorrerà una leadership illuminata e lungimirante. Non solo in campo politico ma anche in uomini capaci di gestire questo immenso patrimonio naturale che il nostro Paese ha - insieme con i beni culturali - che tutto il mondo ci invidia.
Per questo auspico che il ministro dell’ambiente che si accinge a fare le nomine dei nuovi consigli direttivi e visto che non può più reincaricare gli uscenti, a causa del vincolo dei due mandati, venga illuminato dallo Spirito Santo della buona partica e dia l’incarico a uomini lungimiranti e illuminati.
Accadrà mai?



Emanuele Pisarra

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