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Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

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martedì 4 agosto 2026

Pericoli, comportamento e sanzioni in montagna

 

La fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento hanno visto molte montagne italiane ed extraeuropee diventare oggetto di un interesse antropologico e alpinistico che si è andato via via diffondendo.  


A questa attenzione si sono unite le prime conseguenze in termini di incidenti, spesso mortali, tant’è che un grande alpinista austriaco, Emil Zsigmondy,  avvertì l’esigenza di schematizzare, in un suo celebre saggio rivolto a chi va in montagna[1], i vari pericoli suddividendoli in oggettivi e soggettivi.

Zsigmondy, in estrema sintesi, inseriva nei primi il rischio di frane, l’improvviso cambiamento del tempo, il freddo, la neve, il ghiaccio; nei secondi un cattivo equipaggiamento, la spavalderia, l’eccessivo affidamento nelle nuove tecnologie ecc.

Mai come in questa età contemporanea, l’aumento del tempo libero, la disponibilità di denaro e di moderne attrezzature, l’equipaggiamento super tecnologico, caratterizzato da tessuti progettati per gli astronauti e impiegati anche per indumenti sportivi, hanno comportato, come diretta conseguenza, un aumento esponenziale del numero di uomini e donne che si avvicinano alla montagna.

Ora, se questo più diffuso interesse per l’alpinismo è un bene che si riverbera su molte popolazioni di montagna, che possono integrare il proprio reddito con entrate provenienti dal turismo, bisogna anche considerare i baldanzosi avventurieri come il gruppo di ragazzi, diretti verso una delle cime principali del nostro Pollino che, qualche giorno fa e a pomeriggio inoltrato, mi è capitato di incrociare.

Ogni regola di buon senso dice che, se si vuole affrontare ‘in sicurezza’ un percorso impegnativo in un ambiente ostile, bisogna considerare un buon margine di tempo, prima dell’arrivo del buio, in modo da rientrare, per una qualsiasi evenienza, al punto di partenza o poter attivare i soccorsi prima che faccia notte.

 In sostanza, per una escursione in montagna, bisogna partire al mattino presto, proprio per evitare quei pericoli di cui parlava Zsigmondy, a cominciare dal buio pesto che in montagna si mostra ancora più minaccioso se si è all’interno di un bosco.  

Mai come in questi ultimi anni il Soccorso Alpino ha avuto tanto da fare: le statistiche annuali mostrano quante volte sia stato costretto a intervenire per recuperare cercatori di funghi o escursionisti male equipaggiati persi nel buio della montagna e trovati esausti e in evidenti crisi psicologiche.


Di conseguenza, rispetto al buon senso dei nostri montanari, che hanno frequentato la montagna per lavoro e hanno imparato sulla propria pelle dagli errori commessi, l’uomo ‘moderno’, l’avventore dell’ultimo momento, ha necessità che altri stabiliscano e sanzionino i cattivi comportamenti.

In un territorio vocato a Parco nazionale, l’autorità preposta al governo della zona deve scrivere le norme di fruizione per questi luoghi e, qualora se ne verificasse la necessità, multare i trasgressori.

Alcuni amici, che avevano affrontato la discesa in gommone del Colorado, furono multati per non aver riportato indietro con sé i mozziconi delle sigarette.

In molti ritengono che in montagna si possa fare quello che si vuole, e dalle nostre parti i mozziconi di sigarette sarebbero il meno: vediamo portare in vetta teglie di pasta al forno, cocomeri, vino; farvi caciara per tutta la notte e, cosa più grave, troviamo gli avanzi buttati nel bosco “tanto li mangiano gli animali”, senza sapere, o fare finta di non esserne a conoscenza, che molti animali della cosiddetta ‘fauna minore’ non tollerano i nostri cibi perché sono troppo elaborati.

 In una oasi del WWF (Vanzago) fu fatto un esperimento con alcune bucce di fave. Lasciate in un sentiero di passaggio per molti piccoli roditori, i quali ne mangiarono e, al mattino dopo, i ricercatori trovarono molti di questi animali intossicati e qualcuno perfino morto.

Il messaggio è chiaro: l’uomo è in grado di assorbire dosi notevoli di anticrittogamici, i piccoli animali no.

Per questo è necessario prevenire con appositi divieti e una massiccia sorveglianza i bivacchi sulle vette principali, tra i pini loricati e i prati di alta quota.

In molti fanno finta di non sapere di stare camminando in un Parco Nazionale dove la natura è protetta (…dovrebbe essere).

Prima che il fenomeno dilaghi bisogna intervenire subito: regole, controllo e sanzioni!

 

 

PS

Questo articolo è stato pubblicato sul numero attualmente in edicola de IL CALABRONE 

 https://ilcalabrone.info/ 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] E. Zsigmondy, Die Gefahren der Alpen, Praktishe Winke für Bergsteiger [I pericoli delle Alpi, Suggerimenti pratici per gli scalatori] Lipsia, 1885.