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Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

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mercoledì 21 febbraio 2018

Il Sentiero Charles Didier

Civita. La Chiesa di Santa Maria Assunta, in Piazza Municipio
Punto di partenza del percorso effettuato dal Didier.
(Foto E. Pisarra)
È consuetudine che i popoli si spostino sempre sulle stesse direttrici. Vuoi perché sono le più comode, vuoi perché sono ormai entrate a far parte della rete viaria di viaggiatori, commercianti, eserciti, poeti, pittori, re e regine.
Infatti, per attraversare la Calabria, tutti gli eserciti, i viaggiatori del Gran Tour, commercianti e santi hanno percorso per millenni sempre la stessa strada: la via del console Annio Popilio, meglio conosciuta come Via Popilia, il cammino consolare che collegava Capua con Reggio Calabria. 

Praticamente questa via si snodava (e in parte ancora oggi è così) seguendo la dorsale dei monti della Calabria che si sviluppa tra le pendici orientali della catena costiera, l’alta pianura di Sibari, la Sila Occidentale, la valle del Savuto per poi giungere nella piana di Gioia Tauro e connettersi con la rete urbana di Reggio Calabria.

La logica vuole che tutti coloro che hanno percorso la Calabria lo abbiano fatto camminando su questa strada. Di conseguenza tutta la parte orientale della regione è sempre rimasta tagliata fuori dai percorsi dei grandi viaggiatori. Le motivazioni sono tante: in primo luogo la pianura malarica, la mancanza di centri abitati lungo le coste, i pericoli provenienti dal mare, le improvvise piene delle numerose fiumare - che ancora oggi versano milioni di metri cubi di acqua mista a detriti di ogni genere - hanno costituito un deterrente per chiunque avesse voglia di avventurarsi nell’attraversare la nostra regione da questo versante.
Per anni ho cercato invano testi, guide, libri, resoconti di viaggiatori che testimoniassero i loro passaggi su questo lato della Calabria jonica.
Lo scrittore Charles Didier
(fonte: Wikipedia)
Mi pareva impossibile che qualcuno non avesse camminato da queste parti e lasciato testimonianze scritte.  
Un primo testo in cui mi sono imbattuto (Dello stato delle persone in Calabria, 1865) è stato scritto da Vincenzo Padula (1819-1893), parroco di Acri, prolifico poeta e scrittore. In verità, però, questo testo contiene più una descrizione antropologica e comportamentale dei vari popoli che componevano la regione. Forse possiamo considerarla come la prima guida turistica della Calabria.
Tanti altri autori, compresi i grandi viaggiatori, hanno scritto del Pollino, ma nessuno ha fatto cenno in modo più o meno approfondito in particolare al suo settore orientale.
Quando le mie speranze ormai erano quasi perdute, mi sono imbattuto nel resoconto del Viaggio in Calabria di Charles Didier (1805- 1864), poeta e scrittore francese di origini ginevrine, simpatizzante della massoneria e di Mazzini e testimone della situazione politica del Mezzogiorno.
Il resoconto di questo suo viaggio in Calabria fu pubblicato ne L’Italie pittoresque nel 1846 ed è stato ristampato nel 2008 per i tipi dell’editore Rubbettino.
Dall’introduzione, curata da Saverio Napoletano, apprendiamo che Didier desiderò visitare la Calabria sin da bambino, cosa alimentata anche dai vari racconti sul brigantaggio antifrancese contenuti in tanti libri popolari che in Europa diffondevano un’immagine fantasiosa della Calabria, soddisfacendo le curiosità dei lettori.

Carta del Percorso
 (elaborazione cartografica di E. Pisarra)
Nel 1830 Didier si spinse nel meridione d’Italia, nonostante le insistenze a rinunciare a questo viaggio pericoloso che gli vennero sia dall’ambasciatore del suo Paese, quando andò a ritirare il passaporto, che dal Prefetto; come se non bastasse anche gli amici più cari si prodigarono nell’elencargli i pericoli che avrebbe corso.
Nel suo viaggio egli attraverserà Campotenese, nel ricordo del generale Régnier che, in questo meraviglioso altopiano, sconfisse le truppe del re di Sicilia. Quindi toccherà Castrovillari, Cosenza, Lamezia, Tropea, Rosarno (un brutto villaggio decimato dalle febbri malariche…) e Reggio Calabria.

Non mi dilungo nel ripercorrere il suo racconto del viaggio di andata. Invece voglio sottolineare gli ultimi giorni di quel suo viaggio: da quando da Cassano partì per Civita, San Lorenzo Bellizzi per poi entrare in Basilicata.

Racconta di Cassano: “piccola città costruita su un suolo ricco di caverne e bucato da grotte, dove le donne sono considerate prolifiche: arrivano a fare venti-ventidue figli”(p.94).
Da Cassano aveva due possibilità per attraversare la Calabria: la strada lungo la costa jonica e quella che varca il monte Pollino. Per fortuna della nostra curiosità, scelse la seconda che, come riporta, attraverso una serie di piccoli sentieri incantevoli (…) conduceva da Cassano al paese di Civita. È una colonia albanese: segue ancora il rito greco e, su dieci preti, tre sono sposati. Ho trovato presso di loro molta ospitalità e tanta ignoranza: essi non dubitano, per esempio, che sia non stato Rousseau che abbia fondato il protestantesimo a Ginevra perc il nome di Ginevra e di Jean-Jacques sono penetrati fino a queste lontane montagne. Era una domenica; la popolazione in abbigliamento festivo era riunita davanti alla chiesa. Le donne hanno conservato molte cose del costume originario, e esse mettevano un certo lusso di civetteria contadina nei loro costumi a pieghe e nel loro velo rosso fuoco (p.95).

L’aspetto del paese è severo: una lunga cresta di rocce senza vegetazione, e tormentata dai torrenti, minaccia da sempre di rovine il paese posto in basso. La Pietra-di-Demanio, che sta di fronte, non è che una roccia viva, gigantesca, tagliata quasi a picco; il torrente Raganello si apre penosamente e rumorosamente, al suo fondo, uno stretto passaggio. I fuochi dei pastori, sospesi, la notte, ai suoi fianchi, fanno uno strano effetto nelle tenebre (p.95).

mercoledì 11 gennaio 2017

Sentieri e civiltà di un popolo

Una volta si diceva che la civiltà di un popolo si vede dallo stato della sua viabilità.Parafrasando, possiamo dire che un parco si vede dalla sua sentieristica e dalla relativa segnaletica.

Le nuove tabelle segnavia poste a San Lorenzo Bellizzi (foto dal web)
Per quanto riguarda il Parco del Pollino la questione sentieri, ben lo sappiamo, è stata da tempo messa da parte.
Ogni tanto qualche associazione, gruppo o ente pubblico “si sveglia” e segna un sentiero, per poi abbandonarlo a sé stesso.
Di recente è apparsa una nuova rete sentieristica con relativa segnaletica nel comune di San Lorenzo Bellizzi (nel versante calabro del Parco).
Con astuta furbizia, ma anche con completa ignoranza, i progettisti, traendo in inganno i camminatori, hanno usato la tipologia delle tabelle CAI senza, però, rispettarle nei dettagli.

venerdì 22 luglio 2016

Il Sentiero del Ponte d'Ilice

In questi giorni ho fatto una camminata alla scoperta del nuovo sentiero che porta al Ponte d'Ilice, di recente restaurato a cura della Amministrazione comunale di Civita.
La prima impressione è stata la solita: si tratta di un magnifico sentiero, ben tracciato, a tratti con ampie vedute panoramiche, ardito, tra spettacolari piante di leccio e grandi scorci di rocce a picco sul Raganello.

Con l'aiuto di un GPS ho misurato la lunghezza, il dislivello, il numero di cestini (ce ne sono più su questo sentiero che in tutto il centro abitato di Civita), la lunghezza delle staccionate, il numero di gradini e le bacheche vuote con le panchine.
Che dire?

Peccato che tutte queste informazioni  mancano sulla capannina iniziale che, oltre a una misera segnaletica verticale e un cartello degli sponsor (errori di ortografia compresi),  non contiene i soliti "ingredienti" del caso, quali una mappa, una tempistica, una descrizione del percorso e le indicazioni sulla tipologia del sentiero.
Mancano, inoltre, il numero del sentiero già accatastato dall'Ente Parco e le raccomandazioni di prudenza.

Sicuramente ancora il cantiere non è stato consegnato e quindi, prima o poi, le capannine installate lungo il percorso verranno riempite di contenuti.
Qui intanto avanzo le considerazioni, strettamente personali, sui lavori eseguiti.
Non darò nessun dato tecnico (non spetta a me fornirli), ma farò alcune "piccole" considerazioni tecniche e dirò la mia sull'opportunità di alcuni lavori.

In primo luogo non c'era nessuna necessità di tutti quegli scalini (ne ho contati 635) che spezzano le gambe anche agli escursionisti più allenati di me.
Sarebbe bastato qualche scalino in pietra nei punti di massima pendenza per arrestare il dilavamento.

Invece, avrei fatto ripristinare gli spettacolari muretti in pietra a secco a monte del sentiero.
Manca la segnaletica orizzontale (le classiche bandierine bianco-rosse) e in molti punti c'è il rischio di perdersi.

L'inutilità della staccionata è palese. Solo in un punto è realmente necessaria e si tratta di pochi metri (poco più di venti), per il resto è perfettamente inutile e ridicola, in quanto a poca distanza dal sentiero vi è una fitta rete fatta da giovani piante di leccio che costituiscono una barriera naturale.
Inoltre, a mia memoria (ma anche dai racconti degli anziani), in questi tratti non sono mai accaduti incidenti.
Ancora: un sentiero di montagna non ha bisogno di panchine e, soprattutto, al sole.

L'unico punto dove il sentiero presenta alcuni problemi di pericolosità è nei pressi del Ponte d'Ilice.
Il primo, consiste nel superare le rocce lisce del Canale della Ciuca: indovinate come è stato risolto?
Con un misero ponticello di legno realizzato a meno di un metro dal canale: questa soluzione dà anche la certezza matematica che al primo grande temporale verrà spazzato via.

L'altra difficoltà (non risolta) è nel punto in cui in passato ci sono stati diversi incidenti, qualcuno anche mortale, e si trova subito dopo il ponticello di legno: in questo tratto di pochi metri il sentiero, scavato nella roccia, è molto stretto e necessita che sia allargato il piano di calpestio e, lì sì, anche di una staccionata di protezione oppure di una posa in opera di una corda di sicurezza (soluzione che io preferisco alla ringhiera).
Invece la soluzione realizzata è stata quella dell'ennesima staccionata a valle legata con un cordino e tassellata nella roccia.

Roba da matti!

Infine, sarebbe stato necessario stendere qualche decina di metri cubi di ghiaietto nei tratti iniziali dopo la voliera, perché, a come si presenta lo stato del luogo, la vegetazione a breve ricoprirà il tracciato di rovi e spine che in poco tempo renderanno vano l'investimento.

 Infine vorrei far notare come questa logica di fare le cose nel proprio orticello impedisce, come sempre, di avere una visione globale del lavoro.

Poiché il Ponte d'Ilice segna il confine con il comune limitrofo di San Lorenzo Bellizzi e bisognerà fare altri lavori - anche estremamente urgenti - dall'altro lato, con quanto fatto si vanifica lo spirito del sentiero che è sempre servito da collegamento fra le due comunità contigue. Perché non si è pensato di coinvolgere anche il comune di San Lorenzo Bellizzi per lavorare entrambi e insieme a un progetto unico di viabilità interna tanto atteso dai camminatori che periodicamente effettuano escursioni tra i due paesi?

Di seguito alcune immagini eloquenti

Sentiero del Ponte d'Ilice. Inutile scalinata in legno. (Photo E. Pisarra)
Sentiero del Ponte d'Ilice. Palese inutilità della staccionata (con cestino) a ridosso di una protezione naturale come un fitto
bosco di lecci (Photo di E. Pisarra)
Sentiero del Ponte d'Ilice. Bacheca vuota e cestino (Photo di E. Pisarra)
Sentiero del Ponte d'Ilice. Segnaletica verticale scopiazzata da quella del CAI ma senza le indicazioni necessarie
(Numero di sentiero, tempi di percorrenza, meta intermedia).   (Photo E. Pisarra)
Sentiero del Ponte d'Ilice. Un magnifico tratto liberato dalla vegetazione. (Photo di E. Pisarra)

Il Sentiero del Ponte d'Ilice. Bacheca, panchina e cestino (Photo E. Pisarra)

domenica 15 novembre 2015

I colori dell’autunno

Si sa: l’autunno ha i colori più belli dell’anno.
Monocromatici, intensi, unici, con tante sfumature da far impazzire.
Se a questo si aggiunge anche una giornata splendida, calda, classica delle estati di San Martino il binomio è presto fatto.
Con la scusa di provare il Land appena uscito dall'officina, dopo un ricovero di oltre una settimana e con sintomi gravi, mi sono avventurato in un luogo dove non ero mai stato se non a piedi.
Una splendida chioma di faggio in veste autunnale (PH di E. Pisarra)
Dopo un avvio stentato che mi ha fatto temere il peggio, il “mezzo” ha dato dimostrazione della sua potenza anche in mano ad un autista scarso, da sterrato poco impegnativo.
Ci tengo a precisare che non ho fatto un metro di strada fuori pista.
E il Pollino in fatto di piste sterrate abbonda e alla grande.
Infatti, secondo alcuni geografi, il Pollino ha il più alto tasso di strade per chilometro quadrato.
Di gran lunga superiore a quello del Serengeti.
Ebbene, confesso, con la scusa di mettere alla prova il Land appena uscito dall'officina mi sono dato come meta la Fontana del Principe.
Per noi di Civita, la Fontana del Principe, rappresenta sempre un luogo ameno anche se ultimamente sembra più una località abbandonata con tracce di “non finito jonico” individuate nelle panche che dovevano costituire un tavolo da pic-nic con relativi sedili, mai completati, oppure, realizzati e presto sabotati: in entrambi i casi ora abbiamo dei sedili con delle minacciose piastre di ferro pronte a colpire alla prima distrazione il malcapitato turista che osa sedersi su quei moncherini.
Ma come si dice: l’appetito vien mangiando. E allora perché non andare fino al Vascello?
Molti passaggi da vero fuoristrada che il Land ha affrontato con estrema facilità, senza batter ciglio.
Il Land a Fontana del Principe (Ph di E. Pisarra)
Lo spettacolo delle alte cime (Serra Dolcedorme e Serra delle Ciavole) tra i faggi dorati e il cielo blu cobalto che a me piace tanto è sublime.
Regna il silenzio assoluto. Solo gli animali del bosco svolgono le loro attività approfittando del caldo del giorno e dell’ora ben consapevoli che non durerà per molto.
Ma perché non andare oltre?
Da qui in poi ho camminato su queste stradine solo a piedi. E con grosse difficoltà a causa del fondo poco battuto e molto sconnesso, a tratti con profonde buche che poi ho scoperto essere dei luoghi di test per gli amanti del fuoristrada estremo, quelli per intenderci, che hanno bisogno di mettere alla prova il mezzo facendo dei veri e propri tuffi dentro pozzanghere profonde, piene di fango e acqua.
Non è certamente il mio caso.
Con molto timore affronto questo tratto pronto a fare marcia indietro al primo vero ostacolo.
Per fortuna grazie alla Maratona Aragonese di questa estate, ad ogni buca di una certa profondità, è stata creata una bretella di aggiramento.
E sono arrivato al bivio per Piano di Fossa.
Con un occhio alla strada, un altro al paesaggio pronto a cogliere l’attimo per una foto indimenticabile, mi sono reso conto di essere entrato in un tratto di strada sterrata (per usare un eufemismo) completamente ignoto, percorso solo a piedi almeno vent'anni fa.
Due belle buche strapiene di fango e acqua mi invitano a girare la macchina e fare dietrofront.
In linea d’aria mancano pochi chilometri alle ormai tristemente famose case dei Napoletani. Bisogna andarci. Provo a trovare uno spazio per parcheggiare il Land e andare a piedi. Trovato. Parcheggiato. Chiusa la macchina, prendo la fotocamera e mi avvio a piedi. Dopo pochi metri incontro un fuoristrada che proveniva in senso inverso. Subito ho chiesto notizie della situazione viaria e quando, alla risposta di che fuoristrada avessi, sento una sonora risata, torno indietro, riprendo il Land e mi avvio.
Faggio in abito autunnale (Ph. E. Pisarra)
Le baracca dei napoletani o quel che resta mi appare dopo pochi minuti.
È fatta mi son detto!
Per la prima volta il Land giunge dai “Napoletani”.
Che desolazione!
Faccio quattro foto e vado via subito.
Preferisco allontanarmi da questo scempio. Il quesito ora è: tornare indietro per la stessa strada o proseguire in direzione della Falconara lungo la sterrata di servizio all'acquedotto di Terranova del Pollino?
Ormai il Land ha superato meravigliosamente il test post officina (anche se ancora ha qualche piccolo acciacco da verificare con il meccanico) meglio andare avanti, convinto che questa sterrata, essendo molto trafficata, sicuramente sarà un pochino meglio messa della via fatta finora.
Infatti, la previsione si rivela giusta. In compenso il paesaggio è stupendo. Qualche mandria di bovini ancora al pascolo rompe il silenzio del bosco. In breve sono fuori dalle piste a rischio.
Arrivato al bivio della Falconara incontro alcuni bikers che vogliono andare a San Lorenzo Bellizzi. Dalla faccia non sembrano tanto convinti. Comunque mi fermo, spengo il motore e li faccio passare.
Dopo pochi minuti guardo allo specchietto retrovisore e vedo che qualcuno di loro ha invertito la marcia e sta tornando indietro.
Mi fermo e chiedo come mai: la risposta è stata laconica: strada pessima e troppa fatica.

Sulla prima concordo; sulla seconda dissento. La MTB non va da sola.