Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

Visualizzazione post con etichetta pollino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pollino. Mostra tutti i post

mercoledì 31 dicembre 2025

Spirito e Natura nel Cammino Basiliano

 Ci sono voluti diversi anni per individuare un percorso che ottimizzasse logisticamente un cammino con le comunità, il territorio, gli ambienti naturali, la rete viaria e la Calabria.

Valle del Raganello (Foto archivio Pisarra)
Dopo tanto cercare e studiare, abbiamo delineato, tenendo conto di tutte le considerazioni fatte, un tracciato ottimale per camminare la nostra Regione.

È nato così il Cammino Basiliano che attraversa tutta la Calabria orientale, partendo da Rocca Imperiale per raggiungere Reggio Calabria.

Iniziando dall’Alto Ionio, si parte dalla piazza Castello di Rocca Imperiale, si attraversano prima il Pollino e la Sila, quindi si percorrono le Serre e l’Asp
romonte per concludere il percorso al Duomo di Reggio Calabria.


A questo itinerario, recentemente, abbiamo aggiunto anche un tratto lucano con partenza da Lauria e che, passando per i due Castelluccio (Superiore e Inferiore), si collega al tracciato primitivo sia all’altezza della tappa Alessandria del Carretto-Cerchiara da San Lorenzo Bellizzi, sia direttamente ad Alessandria del Carretto.

In sintesi questo tracciato è suddiviso in 83 tappe, tocca 10 tra i borghi più belli d’Italia - 6 dei quali si fregiano della bandiera arancione, attraversa 5 siti Unesco per un percorso di un totale di 1560 km fra Calabria e Basilicata.

Ma all’origine di questo percorso c’è un pezzo di storia delle terre del nostro Meridione che per lunghi anni fu teatro di guerre con vicende alterne tra Saraceni, Longobardi e Bizantini.

 

In particolare, il nostro Cammino si è focalizzato su questa storia e ha preso il via da quei monaci in fuga dalla Grecia e dai paesi vicini perché l’Imperatore di Costantinopoli, Leone III Isaurico, al centro di una complessa situazione politica e religiosa, aveva emanato una serie di editti contro la venerazione delle immagini.

In tutta quella che è passata alla storia come lotta iconoclasta, molti iconoduli, per non subire persecuzioni, cominciarono a trasferirsi anche verso l’Italia meridionale dove vi erano sia insediamenti bizantini che longobardi.


Alcuni storici riferiscono che tra il 726 e l’842 si sia verificata una massiccia emigrazione di monaci dei quali circa 50.000 si stabilirono nell’Italia meridionale, dando origine a quel fenomeno del monachesimo greco che tanto ha contrassegnato questi territori.

Senza entrare nei tecnicismi religiosi, i monaci basiliani si ispirano alla così detta “regola” di san Basilio, il vescovo e teologo di Cesarea, detto “il Grande” nato nel 330 e morto nel 379.

La sua Regola è un insieme di indicazioni finalizzate alla disciplina individuale e comune dei monaci. Un “modus vivendi” ideale, un particolare stile di vita teso a raggiungere la perfezione cristiana.

Le comunità basiliane ruotavano attorno al cenobio organizzato in celle e romitori autonomi, con luoghi di preghiera e di lavoro comuni, in cui si viveva favorendo la correzione dei difetti e l’aiuto reciproco tra monaci perseguendo una vita contemplativa contraddistinta dal lavoro manuale che rafforza il corpo, dalla preghiera che rinfranca lo spirito e dallo studio della Sacra Scrittura che illumina la mente.

Questo territorio in gran parte disabitato e ricoperto da foreste impenetrabili, accolse molti di loro che migravano portando con sé libri sacri e icone e dove poi vennero agevolati anche dall’abolizione del divieto della venerazione delle immagini, stabilito dal Concilio di Nicea del 787 e poi riconfermato da quello di Costantinopoli nell’843.

Negli Acta Sanctorum e nelle agiografie, con cui i seguaci hanno descritto la vita e i miracoli di alcuni anacoreti che si erano ritirati in questo territorio, sono riportati anche alcuni eventi di cronaca quotidiana.

Torre Mordillo (Foto archivio Pisarra)
Torre Mordillo (Foto archivio Pisarra) 

Tante le figure di santi bizantini vissuti in queste contrade e che hanno lasciato traccia anche nei toponimi come Elia lo Speleota o Giovanni Therestis.

Una delle figure più celebri fu Nicola Malena, nato da famiglia illustre a Rossano intorno al 909, che accettò la regola monastica assumendo il nome di Nilo da Rossano. Abbandonati tutti i suoi averi a Rossano, si ritirò in una caverna nei pressi di San Demetrio Corone, dove condusse una vita da asceta nutrendosi di pane, radici e frutta.

Altri monaci greci, sempre alla ricerca di zone tranquille ed isolate, risalirono verso l’interno navigando lungo i fiumi che sfociavano nello Jonio e fondando molti monasteri.

Nel corso del tempo si andò verso la stabilizzazione progressiva delle istituzioni monastiche e con essa si andò registrando la trasformazione del paesaggio circostante con orti e campi seminati, i primi vigneti distanziati da alberi da frutta; si vennero a costituire grandi aziende agricole dove ai contadini che vi lavoravano era concessa la possibilità di edificare abitazioni nelle vicinanze.

I monasteri avevano ottimi rapporti con le autorità bizantine e con il clero latino che stimava l’ampia intesa riconosciuta dai monaci greci tra le popolazioni locali. 

Conoscendo la medicina, i monaci curavano i coloni e i loro famigliari dalle indisposizioni che li colpivano e ciò ampliava la loro influenza sulla popolazione e anche sulle persone importanti che, di fronte alle malattie, si rivolgevano a loro per sottoporsi alle cure e, una volta guariti, elargivano cospicue donazioni per riconoscenza.

Queste donazioni, totalmente esentate dai tributi, consolidavano il potere dei monaci bizantini. Di conseguenza il notevole incremento del patrimonio dei monasteri non era proporzionalmente collegato con l’aumento del numero dei monaci per cui questi dovevano stipulare con i coloni contratti di lavoro che dipendevano dalle condizioni di costoro e dalla situazione dei terreni.

Il Calabrone
I vari tipi di contratti – enfiteusi, pastinato ad laborandum e altri – comportarono anche un riassetto della popolazione sul territorio e un certo movimento nella scala sociale. Tutta la Calabria fu interessata da questo “modus operandi” dei monaci basiliani, i quali oltre all’amministrazione dei sacramenti agivano anche da imprenditori e organizzatori sociali.

In sintesi: “Il Cammino Basiliano nasce per promuovere la riscoperta di antichi sentieri e raccontare quel territorio calabro-lucano plasmato da uomini di fede che hanno vissuto in armonia con la natura e ci hanno lasciato straordinarie sintesi culturali.

Il Cammino Basiliano promuove un turismo lento, in sintonia con il silenzio dei monaci basiliani dei quali è possibile seguire le tracce dal confine della parte meridionale della Basilicata fino ad affacciarci sul mitico Stretto di Scilla e Cariddi”[1].

 

 PS

Questo articolo è stato pubblicato sul numero odierno de Il Calabrone. 

 

 BIBLIOGRAFIA

*       Bagnetti Gian Piero, L’età Longobarda, Hoepli, Milano 1941

*       Bartolomeo da Rossano, Agiografia di Nilo da Rossano, Cosenza 1720

*       Cappelli Biagio, “Alla ricerca di Latiniano” in Calabria nobilissima, vol. 14 (1969) pp. 43-58.

*       ID., Il monachesimo basiliano ai confini Calabro Lucani, Fiorentino, Napoli 1963

*       ID., Medioevo bizantino nel mezzogiorno d’Italia, edizioni il Coscile; Castrovillari 1993

*       Pedio Tommaso, La Basilicata longobarda, Editore Levante, Bari 1987

*       Pisarra Emanuele, A piedi sul Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari 2001

*       ID: Carta escursionistica del Parco nazionale del Pollino, Edizioni Prometeo, Castrovillari 2024

*       Russo Francesco, I Monasteri greci ai confini calabro lucani,  Grottaferrata 1962

*       Santoro, Paolo Emilio, La storia del Monastero di Carbone con la continuazione di d. Marcello Spena; [a cura di] Luigi Branco; presentazione di mons. Rocco Talucci, Osanna, Venosa 1998

*       Toscani Vincenzo, La leggenda di San Giorgio e lo stemma civico di Oriolo, Grafiche Abramo, Catanzaro 1985

*       Vitarelli Lucio, “La dominazione bizantina”, in Lo stato di Noja, a cura di Mimmo Filomeno, Consiglio Regionale della Basilicata [Potenza] 2008, pp. 25-38.

*       Von Falkenhausen Vera, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale da IX al XI secolo, Ecumenica Editrice, Bari 1978

sabato 22 febbraio 2020

Perché, in Calabria, ci sono anche montagne?

BIT Milano 2020. Stand della Regione Calabria (Foto Pisarra)
Da oltre dieci anni partecipo, puntualmente, ad ogni edizione della BIT (Borsa Internazionale del Turismo) che si svolge a Milano.
Devo dire che nel corso di questo tempo l’ho trovata via via sempre più povera di idee, di nuovi orizzonti e di proposte turistiche che abbiano al centro l’ambiente, la nostra natura e il paesaggio.
Anche in questa edizione, forse perché l’ho visitata nel suo secondo giorno, di lunedì, non c’era quasi nessuno - intendo dire come pubblico - mentre, a come mi hanno riferito altri, la giornata d’apertura (domenica 9 febbraio) era stata caratterizzata dalla presenza di tantissimi visitatori.
La Fiera è tornata nei vecchi padiglioni di Milano City, brutti e tetri: preferivo lo spazio espositivo di Rho fiera.
L’arrivo per visitare i vari stand ha qualcosa di … strano; si sale ai piani superiori del capannone per l’accredito e poi si scende, con le scale mobili, al piano terra dove ci sono i vari espositori delle regioni italiane; mentre per visitare gli stand degli stati esteri bisogna risalire al piano superiore, sopra lo stesso in cui si trova l’area per l’accredito.

Sono interessato ai luoghi italiani e così prendo la scala mobile che mi porta verso il basso. Nello scendere appare subito lo stand della Regione Calabria, davvero ubicato in posizione strategica (perché lo si incontra appena si lascia la scala mobile) e con la maxi immagine di un maestoso bosco in veste autunnale che mostra l’essenza della nostra regione; essa è seguita, in modo più defilato, da una bellissima immagine del castello di Isola Capo Rizzuto. Due – tra i tanti – asset di cui la nostra regione va fiera.

La foto di apertura dello stand della Regione Calabria
(Foto Pisarra)
Ricordo bene come la prima volta che ho visitato la BIT non ci fosse nessuna altra immagine della natura calabrese che non fosse il mare: sicuramente abbiamo fatto un passo avanti.
Mi avvicino allo stand calabrese e la sorpresa è la didascalia alla grafica, piuttosto pacchiana, della immagine di apertura: “Civita, Raganello. Pollino”. La guardo bene e mi accorgo che è un luogo a me familiare, ma non si trova a Civita! L’immagine è in realtà uno scorcio ripreso da Cozzo Vardo (scattata dalla strada che dal colle del Dragone porta a Piano Ruggio, nel comune di … Morano Calabro.
Mi chiedo chi sia stato quel ‘bischero’ che ha realizzato questa foto e questa grafica; l’autore resta ignoto: l’opera non è firmata… . Lo stesso vale per la foto del Castello di Isola Capo Rizzuto; così come per le immagini che scorrono su un maxi schermo: non se ne dichiara la paternità.
Fa niente. Per quanto sia un fotografo, non è questo che in fondo ora mi interessa.
Stand Regione Calabria. Tavoli delle contrattazioni.
(Foto Pisarra)

Quello che mi interessa, sono i tavoli delle contrattazioni: li vedo affollati da operatori e da clienti che lasciano ben sperare. Passando tra questi, ascolto e osservo; leggo la loro provenienza; sento conversare in ottimo inglese, ma anche in tedesco: questo mi fa constatare che la nuova generazione di operatori turistici della nostra regione quanto meno conosce l’inglese, sa quello che fa e cerca di ben vendere quello che ha.
Mi sento, per una volta, soddisfatto.
Poi mi incammino verso l’esterno dello stand e passo davanti al bancone principale e qui … mi cadono le braccia.

Accanto all’ingresso, è stato collocato un piccolo banchetto, dove  una hostess abbastanza annoiata,  posta ‘a guardia’ di quattro dépliant, un calendario e qualche pieghevole: tutto qui lo spazio riservato ai Parchi di Calabria - Pollino, Sila e Aspromonte? Davvero non ho parole…

Mi fermo in un angolo e aspetto che qualcuno si avvicini per chiedere informazioni: niente. Quando, sto per desistere e allontanarmi, sento la risposta data a un visitatore dalla hostess, in perfetto accento non calabrese: “Perché, in Calabria ci sono anche montagne?”
Il banchetto informativo sui parchi in Calabria. (Foto Pisarra)
Ma è mai possibile che uno degli asset principali della nostra regione in ambito turistico (i Parchi nazionali e le aree protette) meritino un simile trattamento?
Non va meglio per la documentazione pubblicitaria. Il tavolo grande è pieno di dépliant sì, ma son tutti di soggetti privati: non ci sono brochure di luoghi, località, mete.
Penso che, forse per l’ondata di persone passata il giorno prima (domenica), sia andato tutto esaurito e quindi siano rimasti gli ‘scarti’.
Alquanto sconsolato, mi allontano in cerca di altri stand dove la mia curiosità possa trovare un minimo di soddisfazione.
Raggiungo lo stand della Regione Basilicata e, nei pressi, incontro un albergatore che conosco da tempo e che mi presenta il sindaco di una importante cittadina turistica della sua regione.

Bene: presentazioni, qualche chiacchiera e… un altro colpo per me: il sindaco con enfasi  mi annuncia che nella sua  cittadina sono stati appena realizzate alcune palestre di arrampicata e che, prossimamente, ci sarà anche un … ponte tibetano.
Mi trattengo dal rispondere … saluto e proseguo.
Ho raggiunto l’ingresso dello stand lucano per dare uno sguardo al materiale illustrativo e ho  trovato sempre i soliti opuscoletti vecchi di oltre dieci anni, quelli ben stampati dall’APT (Azienda di Promozione Turistica).  
 Così La Regione Basilicata vive di rendita.
Alla BIT di quest’anno anche le aree protette della Lucania mostrano di non stare bene. Forse perché il cambio alla guida della Regione non ha avuto il tempo per ben organizzarsi…
Solo per la Val d’Agri ci sono due giovani Guide Ufficiale del Parco a dare informazioni su questa area protetta.

Stand della Regione Puglia: da notare il materiale
 in distribuzione ... (Foto Pisarra)
Visito lo stand della Puglia e qui l’offerta cambia completamente: il bancone è strapieno di materiale pubblicitario e di ottima qualità e la regione è rappresentata tutta.
Una signora, entusiasta e motivata, distribuisce con gioia opuscoli, libri, carte escursionistiche e tematiche e, quasi quasi, si offende se qualcuno non accetta poi la sua offerta dell’opuscolo o del pieghevole della zona verso la quale si è manifestato un certo interesse.
Come non confrontare questo con quanto osservato presso il corrispondente bancone della Regione Calabria?

Che dire della Toscana o dell’Umbria? Le due regioni per quest’anno puntano, rispettivamente, sulla Via Francigena e su i percorsi in mountain bike: nei loro stand trovo guide, carte e libretti su questi temi a iosa.
Sul Trentino, sorvolo: troppo ben organizzato.
Per la Lombardia, con tutte le qualità dei padroni di casa, la scelta è molto vasta. Settori di ogni singola provincia sono ampiamente accompagnati da diversi materiali e di ogni genere.

Ecco per noi calabresi ancora una occasione persa. Ricordo le critiche mosse alla Regione Calabria quando partecipava con numerosi libri, anche di ottima fattura, con dvd e tantissimo materiale pubblicitario che magari riguardava solo la costa.  Ai tempi, per intenderci, dello slogan “Mediterraneo da scoprire”. Quell’anno avevo visitato la BIT nel suo ultimo giorno e, a chiusura avvenuta, attardandomi ad uscire dallo stand della Calabria, avevo visto come il materiale rimasto, anche quello di qualità pregevole, veniva destinato al macero dagli operai addetti allo smontaggio degli stand che lo raccoglievano per deporlo nei cassonetti della raccolta differenziata.   

Oggi, invece, ho visto materiale poco e vecchio, personale ingaggiato, poco professionale e con altrettanta poca voglia….
Magari anche quest’anno chi smonterà gli stand dopo l’ultimo giorno di fiera, butterà al macero il materiale non distribuito… se prima qualcuno non lo metterà da parte per riproporlo l’anno prossimo…
Mi chiedo: ci vuole molto a guardarsi intorno e, semplicemente, copiare quello che fanno gli altri?



martedì 18 luglio 2017

Una giornata di fuoco ...

Una giornata di fuoco è la norma in questo luglio assolato contrassegnato dalle alte temperature.
Canadair in azione nella Valle del Raganello
 (Immagine di repertorio)
Fino al 2016 la macchina antincendio partiva immediatamente con regolarità e precisione quasi cronometrica e, al suo interno, ognuno aveva un proprio ruolo che svolgeva con costanza e abnegazione: volontari, personale del Servizio antincendio regionale dell’AFOR (Azienda delle Foreste Regionale) con il coordinamento degli uomini del Corpo Forestale dello Stato, canadair, elicotteri regionali.
Una macchina, ben rodata nel tempo, un sistema territoriale conosciuto come i


DOS (Direttori Operativi degli Spegnimenti), uomini in grado di coordinare gli interventi in caso d’incendio: ma tutto è stato smantellato.
Tanto per intenderci, il nostro Pollino aveva 550 DOS; oggi ce ne sono solo 9, distribuiti in tutto l’ambito provinciale e affidati ai Vigili del Fuoco.
Spesso, alle radio di servizio, in presenza di un incendio, si sente chiedere da parte dei Vigili del Fuoco ai volontari dove si trovi la località di montagna interessata dalle fiamme. Mentre l’ex capo della Protezione Civile, Gabrielli, appare in televisione e annuncia che l’Italia ha la più grande flotta di canadair del mondo, omettendo però di dire che questi sono stati affidati alle regioni e i piloti scelti attraverso un bando pubblico, con la conseguenza che i ritardi, dovuti alle gare d’appalto, fanno sì che l’annuncio dei Piani Antincendio Boschivo (AIB) siano annunciati in piena stagione.
A questo triste quadro aggiungo una nota di colore: qualche giorno fa, passando vicino a una nota pasticceria di Morano Calabro, ho notato cinque ex agenti del CFS, ora passati in forza ai Carabinieri, tranquillamente seduti a gustare un gelato, mentre la città veniva sorvolata in continuo dai Canadair.
Tutto questo grazie alla sciagurata Riforma Madia (2016) che ha autorizzato lo smantellamento del Corpo Forestale dello Stato senza i relativi decreti attuativi con i quali si trasferivano ad altri le mansioni fino a quel momento a loro carico.
Gli uomini del CFS erano, alla data del 31 dicembre 2016, su tutto il territorio nazionale, ottomila: poi sono stati distribuiti tra il Corpo dei Vigili del Fuoco (360 appena), la Pubblica Amministrazione (circa 1240), mentre la maggior parte è confluita nel corpo dei Carabinieri, ben 6400.
Se a fronte di questa situazione aggiungiamo le difficoltà legate al passaggio di proprietà dei mezzi del CFS ai vari altri corpi, abbiamo la quadratura del cerchio.
Intervento elicottero della Regione Calabria nella valle
del Raganello (immagine archivio Pisarra )
Nel 2016 il CFS poteva mettere a disposizione dello Stato una flotta di 32 elicotteri, di cui 30 in grado di intervenire prontamente per spegnere gli incendi. Dal primo gennaio 2017 sono stati acquisiti in proprietà dai Carabinieri, che ne hanno trattenuti per sé solo 13, convertendoli però per altre finalità.
Una riforma fatta a tavolino senza avere una visione ampia d’insieme, senza tener conto delle complicanze burocratiche ha messo in ginocchio l’intero territorio nazionale.
Ma chi scrive le norme per i ministeri competenti è … competente?
Sembra proprio di no!
Perché, a guardarla con una certa distanza, questa riforma, pare abbia voluto solo favorire l’Arma dei Carabinieri che ha fatto incetta di uomini, mezzi e strutture a costo zero, mentre lo Stato, in concreto, non ha visto alcun risparmio e in molte circostanze i costi si sono anche raddoppiati. Infatti, in molti paesi, per rimanere nel nostro Pollino, dove per anni sono state presenti entrambe le caserme, il risultato è stato che tuttora continuano ad esistere le due strutture. Quindi se il principio sotteso a quella riforma doveva essere il risparmio, finora questo obiettivo non è stato certamente raggiunto.
Anzi, si sono aggravati i costi in quanto, se consideriamo per esempio anche i protocolli di volo, poiché essi erano differenti per il CFS e i Vigili del Fuoco, ciò ha comportato che molti piloti abbiano dovuto rivedere le procedure e questo ha creato seri ritardi.
La prima parte dell’anno in corso ha visto impegnato il legislatore ha riassegnare ruoli e competenze, un tempo svolte dal CFS, e così tutto quanto concerne la manutenzione dei velivoli è stata accantonata.
Conclusione? Gli elicotteri sono parcheggiati negli hangar in attesa di un certificato; le camionette, le autobotti e altri mezzi sono da ritargare, revisionare e in attesa che la tassa di circolazione sia in regola… mentre i boschi sono in fiamme.
Gli effetti nefasti della Riforma Madia sono ancora più devastanti per le Regioni alle quali compete il servizio di gestione dell’antincendio boschivo e che sono obbligate a mettere a punto ogni anno un piano.
E qui abbiamo la solita situazione a due o tre velocità.
Alcune regioni – come il Veneto e la Toscana – hanno deciso, nel tempo, di organizzarsi in maniera sempre più autonoma, facendo affidamento sui propri dipendenti o sui volontari della Protezione Civile.
La maggior parte di esse, però, continua a scegliere la soluzione più classica delle convenzioni.
La Calabria, come anche la Basilicata, ha approvato il Piano AIB solo lo scorso 11 luglio.
In questi giorni poi, sono apparsi in tutti gli spazi di affissione comunali, i soliti manifesti della regione Calabria che ordina ai cittadini di non bruciare stoppie tra il 15 giugno e il 15 ottobre.
Elicottero in azione (archivio Pisarra)
A ciò bisogna aggiungere il ruolo degli Enti Parco: questi hanno speso negli ultimi anni fior di quattrini acquistando mezzi, attrezzature e strumenti (perfino un drone) per spegnere gli incendi, affidando tutto in convenzione a gruppi di volontari i quali, dopo l’entusiasmo iniziale, si sono andati dileguando.
Risultato di tutto questo è che si fa fatica a coprire con il volontariato l’intero territorio. Infatti, dopo la manifestazione di interesse scaduta alla fine di febbraio, la stipula delle convenzioni è stata fatta solo lo scorso 11 luglio, in piena campagna di fuoco.
Vi pare possibile?
Il mio quesito è: il ruolo di questi enti intermedi qual è?  Se il fuoco “parte” fuori dal perimetro del Parco questi volontari possono intervenire? Quali sono le regole d’ingaggio?
Per fortuna la tenzone tra gli abitanti del Parco e l’Ente di gestione è da tempo scemata, nel senso che le comunità, da questo Parco (come anche da altri), non si aspetta più niente di utile e di nuovo per il miglioramento della propria qualità di vita e di reddito, e la popolazione continua a emigrare come e più di prima.
A ciò si aggiunge anche il fatto che, in molti, per quest’anno stanno decidendo di cambiare zona per le proprie vacanze perché il Pollino brucia.
A nulla valgono le mie precisazioni, come del resto quelle di tanti altri colleghi, che il Pollino, inteso come gruppo montuoso, non è interessato dal fuoco: sta bruciando la Calabria perimetrale ai centri abitati e i terreni abbandonati per i quali il fuoco rimane la soluzione più semplice per farvi pulizia.
Tutto perché è stata abolita l’AFOR con il proprio sistema di vedette territoriali in costante collegamento con una centrale operativa; sono andati in pensione generazioni di operai forestali addestrati a combattere il fuoco, sono andate perse conoscenze che ora è difficile recuperare.
Sarebbe bastato mantenere quello che viene indicato come “l’affiancamento”: un tempo quando una persona stava per raggiungere la data del pensionamento le veniva posta accanto un’altra persona a cui man mano venivano consegnati strumenti, conoscenze e metodo di lavoro.
Oggi, si cancella il passato, si riforma (mai parola è stata più abusata negli ultimi tempi!) a favore di un presente senza un futuro.  




venerdì 6 novembre 2015

La metà dei Parchi nazionali lasciati allo sbando

Anche il Club Alpino Italiano si aggiunge alle tante numerose associazioni ambientaliste che chiedo al ministro dell'ambiente di provvedere a rimettere in sesto il sistema delle aree protette nazionali e in particolare modo i Parchi.
La metà dei Parchi nazionali lasciati allo sbando.
In molti mancano i consigli direttivi dopo la sciagurata legge Monti.
In altri ci sono commissari che da anni svolgono l'amministrazione ordinaria.
In altri ancora sono senza direttore e quindi hanno qualcuno "facente funzioni".
C’è un deficit di governance nei parchi nazionali che deve vedere un’azione immediata del Ministero dell’Ambiente. Nove associazioni ambientaliste, tra cui il Club alpino italiano, scrivono al Ministro Gian Luca Galletti chiedendo che venga garantita la piena funzionalità

degli enti parco e obiettivi comuni per lo svolgimento armonico e coordinato su tutto il territorio nazionale delle azioni a tutela della biodiversità. Gli ambientalisti denunciano che metà dei parchi nazionali (12 su 24) è in condizione precaria. Richiedono un intervento deciso a cominciare dai tre più esposti del Mezzogiorno, ora commissariati, che costituiscono un presidio di legalità sul territorio (Vesuvio, Cilento e Sila), a cui si aggiungono ben nove parchi nazionali che non sono a regime (tre sono senza presidenti, sei senza consigli direttivi, cinque senza direttori), mentre per il parco storico dello Stelvio (istituito 80 anni fa) si è deciso di degradarlo e tripartirlo tra le Province autonome di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia.
Molto documentata la denuncia delle associazioni che entrando nello specifico ricordano al Ministro dell’Ambiente Galletti che:
- i parchi nazionali del Cilento, del Vesuvio e della Sila sono da quasi due anni commissariati e privi di una guida autorevole e legittimata dal sostegno di un Consiglio direttivo inesistente al momento:
- i parchi nazionali della Val Grande, Dolomiti Bellunesi e Gran Sasso sono senza un presidente, ma retti dai vicepresidenti espressione delle comunità locali;
- i parchi nazionali di Cilento, Vesuvio, Sila, Pollino, Alta Murgia e Cinque Terre mancano di consigli direttivi;

- i parchi nazionali della Majella, l’Alta Murgia, Circeo, Pollino e il Gargano non hanno i direttori, ma sono retti da “facenti funzione” senza i titoli previsti dalla legge.
Le Associazioni chiedono al Ministero dell’Ambiente di:
1. mettere tutti gli Enti parco nelle condizioni di poter operare a pieno campo sulla base degli strumenti di pianificazione e di programmazione che hanno a disposizione in un rapporto proficuo con il territorio e la cittadinanza:
2. procedere alla nomine dei presidenti nominando figure di alto profilo che soddisfino il criterio della competenza e vengano al più presto sanate le situazioni di affidamento a direttori “facenti funzione”, senza i titoli stabiliti dalla legge;
3. indicare obiettivi omogenei di tutela della biodiversità validi per i parchi nazionali su tutto il territorio, come già previsto peraltro nelle due Circolari Ministeriali del 28 dicembre 2012 e 21 ottobre 2013, in attuazione della Strategia Nazionale della Biodiversità, e che siano promosse azioni nazionali strategiche afferenti tra l’altro, ad esempio, alla Convenzione Europea del Paesaggio e alla Carta Europea Turismo Sostenibile.

mercoledì 4 novembre 2015

Fotografare è scrivere con la luce

Dopo le giornate di pioggia mai vista dei giorni scorsi, è arrivato il classico autunno, freddo, terso, limpido, sereno dei giorni di inizio novembre.
E proprio in occasione di queste giornate splendide vado in montagna per lavoro.
Vari colori autunnali dei boschi del Pollino (Ph. E. Pisarra)
Approfitto di questo nuovo lavoro per riprendere a fotografare come ai vecchi tempi. E mai come in questi giorni è meraviglioso “scrivere con la luce” sfruttando i colori caldi di un autunno che, dopo aver provocato un mare di danni in termini di alluvioni e allagamenti in quasi tutta Italia e in particolare modo nella nostra regione, dà il massimo in termini di qualità dell’atmosfera.
Una atmosfera tersa che riflette una luce diretta che nelle prime ore del mattino, così come nel calar del sole, è ideale per scrivere con la luce. Ossia fotografare prima con gli occhi e poi con il cervello ed, infine, con la macchina fotografica.
Se si combinano questi tre elementi viene fuori una immagine, una foto a dir poco fantastica.
È accaduto ieri l’altro.
Scendendo dalla Scala di Gaudolino alle ultime luci del giorno la foresta di alberi misti rifletteva tutto lo spettro dei colori pastello delle varie tonalità di foglie dovute alla più o meno capacità di assorbimento delle radiazioni solari: ed ecco, l’acero di monte, che con le sue ampie foglie verde-chiaro trattiene alcuni raggi e ne rimanda degli altri. Il risultato è bellissimo, proprio come sa essere la natura nei nostri monti.
Foglie di vari alberi (Ph. di E. Pisarra)
Poi ci sono i faggi che stanno perdendo le foglie, ma prima di cederle completamente, si arrossiscono, e colorano il bosco con tutte le tinte di arancione fino al rosso mattone.
A questi si aggiungono vari tipi di pino con gli aghi sempre verdi, in questa stagione e, soprattutto dopo le piogge, si intensifica la tonalità e allora danno vita ad un colore unico, intenso, forte, oltre che profumato.
Poi ci sono i carpini, qualche sorbo, altri tipi di pini, qualche tasso e poi, in basso, le chiome classiche dei lecci.
Una tavolozza di colori che neanche il più bravo dei pittori impressionisti sarebbe mai capace di mettere insieme.

La natura lo fa egregiamente e io ne approfitto per portare in pellicola (o meglio in digitale, purtroppo!!!!) questi colori. 

domenica 19 luglio 2015

Svelato il mistero del Lao - La lontra esiste veramente

La lontra sul fiume Lao c’è.
Tutti ne parlavano ma nessuna l’aveva vista o fotografata.
L’occasione giusta per fotografarla è accaduta qualche giorno fa, durante una discesa in gommone: la compagnia Laoraft di Scalea, guidata dal bravissimo Antonio Galiano, all’improvviso si vede saltellare sulla propria sinistra uno strano animale.
Al momento nessuno ha pensato alla lontra. Questo strano mustelide molto schivo, pronto a nascondersi ad ogni minimo rumore sospetto o estraneo all’ambiente.
“È stata una gioia immensa navigare per qualche secondo insieme con una lontra in uno dei fiumi più importanti del Parco nazionale del Pollino – racconta Antonio Galiano – tanto che è stato quasi naturale riprendere la scena con una micro telecamera posta sul casco di sicurezza, anche per non fare sembrare l’evento come un sogno”.
Il fiume Lao è uno dei corsi d’acqua del Parco nazionale del Pollino più importanti per una innumerevole serie di ragioni.
La prima certamente per i paesaggi e gli ambienti che attraversa: mai un fiume come il Lao è testimone di innumerevoli scenari che vanno dalle alte quote del Parco – un ramo sorgentizio sotterraneo nasce, addirittura, ai Piani di Ruggio ad oltre millecinquecento metri di quota, come ricettacolo di nevai e inghiottitoi, testimoni di un carsismo portato allo stremo -  fino a sfociare poco più a meridione di Scalea, proprio in quel luogo che i geografi antichi indicavano come Golfo del Lao.
Un altro importante motivo è dato sicuramente dalla qualità dell’acqua. È vero che il fiume e il suo bacino imbrifero è interessato da una popolazione che si aggira intorno ai ventimila abitanti (escludendo Scalea) su oltre seicento chilometri quadrati di superficie, ma è altrettanto vero che questa zona della Calabria settentrionale è tra le più piovose della regione e quindi la capacità di autodepurazione del fiume è di gran lunga superiore alle dimensioni dei singoli paesi che partecipano con i loro liquidi alla formazione del corso d’acqua.
E la lontra ne è la prova.
Questo importante animale carnivoro, appartenente alla famiglia dei mustelidi, dal corpo flessibile e affusolato caratterizzato da zampe corte, dotate di potenti artigli taglienti per afferrare i pesci, che costituiscono l’alimento principale anche se non disdegna granchi, rane, uccelli acquatici e astici.
Sono lunghe circa un metro e pesano dai dieci ai quindici chilogrammi. Hanno un corpo allungato con una coda lunga e slanciata. Il muso è tozzo e coperto di baffi robusti. Le orecchie sono molto piccole e le zampe sono corte e palmate per favorire il nuoto. Abitualmente il periodo riproduttivo dura solitamente da febbraio a marzo; non è raro però che ci possano essere accoppiamenti fuori da questa durata, di conseguenza non è strano che ci possano essere nascite fuori da questo periodo.
La lontra vive abitualmente in grotte ed antri creati dalle acque dei fiumi lungo le rive. 
Un tempo molto ricercate per la loro pelliccia, oggi sono specie protette e ne è fatto divieto a chiunque di cacciarle, catturale o ucciderle.
Da anni molti ricercatori ne davano la presenza sul fiume Lao quasi con certezza visto le caratteristiche ambientali del corso d’acqua, ma nessuno fino ad oggi l’aveva vista e fotografata nel suo ambiente.
Infine, questa scoperta prove come il rafting – questo sport che utilizza gommoni per scendere lungo i corsi d’acqua – non sia invasivo e non disturbi la fauna selvatica, soprattutto se gli incontri con la fauna selvatica avvengano nel massimo rispetto delle norme di protezione degli animali stabilite dalle vari direttive internazionali.
“Tuttavia non esistono regole e leggi che possono impedire il maltrattamento della fauna selvatica che si incontra nei nostri fiumi – secondo Antonio Galiano della Compagnia LaoRaft – se non alberga in noi stessi la consapevolezza che la salvaguardia di queste specie non è direttamente collegata alla sopravvivenza dell’uomo stesso. Mai come in questa epoca l’uomo ha tutti gli strumenti per distruggere o salvare il pianeta in cui vive”.

Emanuele Pisarra      



Fonte:  Gazzetta del Sud 19 luglio 2015 - pagina 21

sabato 23 maggio 2015

Emanuele Pisarra va all'Expo 2015

Emanuele Pisarra, Iole Esposito e Andrea Vacchiano sono le tre guide ufficiali del Parco nazionale del Pollino che rappresenteranno l’area protetta più estesa d’Italia all’Expo 2015.
Questo è il risultato della selezione organizzata da Federparchi presso il Ministero dell’Ambiente qualche settimana fa.
Un plauso va al nostro socio Pisarra che porta avanti da anni la promozione turistica del Parco del Pollino e questo riconoscimento lo gratifica dei suoi tanti sacrifici e di una vita spesa in favore della natura.
Le tre guide si alterneranno per una settimana ciascuno all’interno del padiglione della Federparchi ed avranno il compito di illustrare ai tanti visitatori le peculiarità del nostro territorio.
“Farò del mio meglio – racconta Pisarra – per far toccare con mano le tipicità del nostro territorio affinché scatti in loro la molla e quindi la voglia di intraprendere il viaggio per vedere dal vivo queste bellezze, questi luoghi e camminare i tanti sentieri antichi che sono le arterie di una viabilità lenta e giusta per godere, nel silenzio dei nostri monti, dei grandi paesaggi e unicità storiche ma anche per gustare le tipicità gastronomiche che  offre il Pollino.

La redazione

Fonte: Passamontagna n.2/2015