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Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)

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sabato 2 novembre 2019

Dio, Zot e la Montagna


Su Dio … sorvolo.

Su Papas Emanuele Giordano, conosciuto come Zot Manoli, ho tanti ricordi e non saprei da dove cominciare.


Zoti Manoli. 
Nasce a Frascineto (CS) il 27-6-1920 da Agostino Giordano e Rosina Bilotta, nipoti di papas Bernardo Bilotta (1843-1918), arciprete di Frascineto, poeta e letterato. Dopo aver frequentato le scuole elementari a Frascineto, nel 1933 entra nel Seminario Benedetto XV di Grottaferrata (Roma), dove compie gli studi medi e ginnasiali. Nel 1938 passa al Pontificio Collegio Greco di Roma e completa gli studi liceali, filosofici e teologici presso l’Università Pontificia “Angelicum”, conseguendovi la Licenza in Teologia. Ordinato sacerdote il 18 novembre 1945, viene nominato parroco di Ejanina il 30 maggio 1946, dove celebra la prima messa il 16 luglio, festa della Madonna del Carmine.
È morto a Lungro il 17 febbraio 2015

Zot Manoli è stato una delle personalità arbereshe più notevoli del nostro tempo e, per tutta la sua vita, ha lavorato per conservare, vivificare e trasmettere i valori dell’identità del nostro popolo e della nostra fede. Per me è stato insieme un sacerdote, un maestro, un amico, un topografo e di lui mi hanno sempre colpito la sua profondità umana, la sua semplicità, il suo entusiasmo e il suo spirito di preghiera.

Zot, lo ho conosciuto sin da piccolo, quando frequentavo il salone parrocchiale di Civita e lui veniva a trovare il nostro zot Francesco Camodeca, e poi lo ho incontrato più volte  a casa di zot Antonio Trupo.
Un momento del ricordo di Zoti Manoli. 
Una delle ultime volte in cui lo ho visto è stato in occasione del suo sessantesimo anno di sacerdozio, quando zot Trupo mi ha coinvolto nella realizzazione di un filmato sulla sua vita, con un’intervista fatta sulla terrazza, che guarda ai nostri monti, della casa in campagna del nipote, il prof. Agostino. Quale migliore set per intavolare una libera chiacchierata per cercare di tirare le somme di una vita dedicata alla propria comunità e a Dio!
Tra le risposte alle varie domande che un po’ mi ero preparate e un po’ mi venivano via via, sollecitate dalla bella atmosfera che - come sempre accadeva con lui - si era creata, la risposta netta alla mia prima domanda: “zot, cosa avresti voluto fare da grande?” “Il prete!”, mi colpì in particolar modo. E poi aggiunse che aveva atteso sette anni la fatidica lettera di ammissione al Collegio greco di Roma, dove i nostri seminaristi studiavano; e che da Roma era tornato per la prima volta in paese dopo altri sette!

Nel corso degli anni, da quando ho cominciato a frequentare le nostre montagne e via via mi appassionavo sempre di più, capitava sovente di incontrarlo mentre saliva su con la sua moto, con la sua Renault 4, oppure a piedi da solo o in compagnia.
Escursionisti al Belvedere di Zoti Manoli. 
Gli incontri in montagna non sono mai semplici saluti, come molti di voi penso abbiano sperimentato: in montagna un incontro non è pari a quello sul pianerottolo delle scale di un condominio… In montagna ci si ferma, si condivide il panorama, si commenta il profilo di una montagna, il clima della giornata…e con zot Manoli c’era anche qualcosa di più che non saprei dirvi bene… Con lui, che sin da piccolino percorreva queste coste dietro al gregge del padre, dal saluto si passava subito a parlare di un luogo, e lui aveva un suo ricordo di qualche evento, di un aneddoto, o la spiegazione di un toponimo, perché, da appassionato filologo e storico, nutriva una vigile attenzione a ricostruire le possibili origini del nome di un luogo e alle sue storie...

Per esempio, una delle prime volte in cui lo ho incontrato proprio da queste parti, mi aveva chiesto se sapessi perché questo luogo si chiama “Colle Marcione” e mi aveva spiegato che il toponimo è legato all’occupazione francese della nostra regione e a quando un reparto militare in transito, sfinito per la dura salita, si sentì incitare a proseguire in cammino dal proprio comandante che continuava a ripetere: “marchons!!!”.

E un’altra volta, a proposito del percorso che passa attraverso il “Vallone della Caballa”… mi aveva spiegato l’origine anche di quel toponimo: dal francese gabel perché,  per attraversare questo passo, bisognava pagare una tassa.
È  anche vero che a volte per la  verità nell’analisi dei toponimi dava, ma forse per scherzo, conclusioni un po' bizzarre. Per esempio, una volta volgendo lo sguardo verso il cielo, riflettendo a voce alta sul perché il Raganello nasca “femmina” (Raganella) e poi appena si unisce con un altro ramo sorgentizio diventi “maschio” (Raganello), la sua conclusione fu: “forse perché prima ci sono le rane e dopo spariscono”.

Zot Manoli è stato un uomo dall’umanità intensa, che ha vissuto e saputo donare agli altri con armonia la sua semplicità e il suo sapere vasto e profondo.
Per me è stato una miniera di informazioni e se queste le ho appuntate, però mi manca il suo modo di raccontarle, il guizzo di quando, forse vedendomi un attimo distratto, mi riprendeva dicendo GJEGJEM (=ASCOLTA [MI]…) dandomi una scrollata sul braccio…
E in questa parte della Muletta dove a volte, quando ci incontravamo venivamo insieme, lo rivedo prete tra le pietre col suo bastone a guardare lontano con gioia, lo ritrovo con la sua passione per la natura e il creato…

 La montagna

Da anni sono socio del CAI, Club Alpino Italiano, del quale condivido in pieno lo spirito fondativo che, nel mio piccolo, cerco di mettere in pratica.
Il primo articolo dello Statuto del CAI, fondato a Torino nel 1863 su iniziativa di Quintino Sella e di Giovanni Barracco, recita  che è una «libera associazione nazionale, [e che] ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale».

Il personale del Soccorso Alpino della GdF e del CNAS
Spesso, nei miei tanti viaggi sulle Alpi, nelle Dolomiti e in altri luoghi alpini, mi è capitato di incontrare studiosi, ricercatori o semplici curiosi di storia locale.

La appartenenza alla SOSEC (Struttura Operativa sulla Sentieristica e la Cartografia), all’interno del CAI, mi ha dato, e continua a darmi, l’opportunità di incontrare tanti altri soci che si dedicano alla ricerca di antichi sentieri, ricostruendone la memoria storica, i tracciati, le motivazioni che li hanno fatto diventare arterie delle montagne dove per anni hanno transitato uomini, eserciti, armenti e mercanzie…

Altra palestra che il CAI mi ha offerto è stata quella dell’iscrizione al GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) e al momento ne sono l’unico socio al di sotto di Roma.
Negli anni ho partecipato alle nostre riunioni e sempre con un certo timore, data la presenza di soci come Messner, Gogna, Piola, Valsesia, Carlesi, Gervasutti, nomi che, magari, a voi non dicono molto, ma che sono le massime autorità italiane ad occuparsi di montagna, e con le quali ho potuto confrontarmi. Qui voglio ricordare anche il nostro compianto presidente, Spiro dalla Porta Xidias, che ci ha lasciati nel gennaio del 2017, alla vigilia del compimento dei suoi cento anni di vita, in gran parte spesi a camminare e scrivere di Alpi e, in special modo, della Val Rossandra.

Una delle prime volte che ho incontrato Spiro dalla Porta Xidias mi ha affascinato raccontandomi dell’antica Via del sale, uno dei più interessanti tracciati nella Val Rossandra utilizzata per secoli dai commercianti della Carniola che la percorrevano per rifornirsi nelle saline triestine. La leggenda narra che molto probabilmente quello è lo stesso sentiero utilizzato da Martin Krpan, il personaggio leggendario sloveno, che contrabbandava il sale dall’Istria in sella alla sua mula. E proprio nell’ascoltare il mio presidente, che parlava di quella via alpina del sale, poiché anche noi ne abbiamo una nota come via dei Salinari che appare come oronimo nelle vecchie tavolette dell’IGM (mentre nelle nuove edizioni si è preferito riportare solo pochi toponimi già noti), mi sono chiesto, chissà sul nostro Pollino quante storie, leggende, memorie di grandi o piccoli avvenimenti, non solo legati al sale, ci sono!
Escursionisti al Belvedere di Zoti Manoli
Per questo è da tempo che mi dedico anche alla ricerca e raccolta di storie, aneddoti, testimonianze intervistando chi vive la nostra montagna - e purtroppo molti di questi protagonisti, come Zot Manoli, ormai non ci sono più.
Così è nato il sentiero che porta il nome di “Belvedere Zot Manoli”, come pure quello che partendo, sempre da qui, conduce in cima alla Timpa di Cassano e che abbiamo voluto dedicare, come sezione del Pollino del CAI, al compianto Salvatore Rago, guardia campestre del comune di Civita.
Una volta Zot Manoli mi disse citando Albert Camus, a me prima di allora sconosciuto:   Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico”.
Ecco di queste testimonianze ha bisogno il nostro territorio. Storie e memorie che servono per rimarcare come siamo di passaggio su questa terra e che possano nutrire le nuove generazioni e spingerle a camminare per diletto dove i nostri antenati, invece, hanno camminato per necessità o per lavoro.
Grazie per la vostra pazienza e … buon cammino a tutti!
Emanuele Pisarra







Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista del CAI Castrovillari PASSAMONTAGNA





giovedì 31 ottobre 2019

L’Uomo e la montagna


Anni di promozione turistica delle nostre montagne; partecipazioni a fiere ed eventi; riprese televisive; interviste sui maggiori canali radiotelevisivi pubblici e privati; pubblicazioni di articoli, saggi o semplici amenità su riviste, blog e testi scientifici:
tutto questo a cosa è servito?
Briglia sul Torrente Raganello. (foto E. Pisarra)
A educare qualcuno, sicuramente! Ma tanti altri?
In questi giorni, come Gruppo di Lavoro Sentieri del CAI Castrovillari, abbiamo finito i lavori di manutenzione, ripristino e segnatura di alcuni percorsi nel nostro Parco.
Il 5 ottobre scorso abbiamo inaugurato in località Colle Marcione, poco sopra l’abitato di Civita, due nuovi sentieri: a distanza di quindici giorni, con un atto vandalico inqualificabile sono state asportate le tabelle segnaletiche che indicavano la direzione per raggiungere questi meravigliosi luoghi.
Alla manifestazione per l’inaugurazione del Sentiero che porta al “Belvedere Zoti Manoli” hanno partecipato molte persone: oltre alle autorità interessate (i Sindaci di Civita e Frascineto, il Presidente del Parco, i Presidenti regionali e sezionali del CAI calabrese) tanti cittadini appassionati di montagna: ognuno ha portato un suo augurio e un suo pensiero…
Il messaggio più pregnante è stato quello di papas Pietro Lanza, vicario del nostro vescovo di Lungro, il quale si è soffermato molto sulla natura e sulla spiritualità dei luoghi e dell’uomo.
Già, l’uomo.
A tirar un po’ le somme, questo uomo del Pollino, appare abbandonato a sé stesso:
 poiché nel corso degli anni si è data priorità alle bellezze naturali, paesaggistiche e naturalistiche, egli non ha avuto nessun beneficio da questo parco perché non ne è stata in alcun modo tenuta in considerazione la sua preziosa presenza.
Di conseguenza – ad eccezione di poche ristrette aree – non si sente partecipe di questo nuovo processo di cambiamento perché ne resta estraneo.
Il Ponte della Luna a Sasso di Castalda. foto da Internet
Forse addirittura infastidito da tanto chiasso, abituato al silenzio e alla solitudine che per secoli hanno caratterizzato questi luoghi, oggi si sente spaesato, fuori dal mondo e da ogni tempo.
Perciò credo che in questo momento sia necessario un raddrizzamento della macchina pubblicitaria verso l’uomo, abbandonando per un po' il paesaggio.
Credo che urga una visione nuova che porti a capire il ruolo dell’uomo in questo nostro territorio.
Abbiamo speso, negli ultimi trent’anni, milioni di euro per abbellire i nostri paesi: strade lastricate, musei nuovi, luci a led per il risparmio energetico, manifestazioni turistiche in tutte le comunità, rivisitazioni storiche più o meno credibili di eventi antichi.
Ma tutto ciò non sembra che sia stato fatto in sintonia per un progetto per l’uomo che vive questi luoghi.
E la conseguenza è stata la sua fuga!
Basta recarsi in un giorno qualsiasi all’autostazione di Castrovillari (lo stesso vale per Lauria e altri paesi) per rendersi conto di come frotte di uomini partano con i tanti autobus verso destinazioni i cui nomi un tempo erano per loro meri punti sulla carta geografica; oppure  uscire una mattina qualsiasi nella piazza principale di uno dei nostri paesi per rendersi conto di come ci siano rimasti quasi solo i vecchi, gli invalidi e i nulla facenti; o ancora  girare per i vicoli per rendersi conto di come il silenzio, le erbacce e l’abbandono stiano azzerando il lavoro di anni di storia locale.
Che fare?
Certo nessuno ha la ricetta magica in tasca, e mi fa sorridere (per non dire altro) quella sostenuta da alcuni e secondo la quale la digitalizzazione aiuti i piccoli centri a non sparire: cosa significa? Chiedo che qualcuno mi spieghi – esattamente – in cosa consiste questo progetto.
Io penso a una “Legge sulla montagna” sul tipo di quelle emanate da alcune regioni già più di quarant’anni fa, tese a favorire la permanenza della popolazione non solo nei piccoli comuni, ma anche - e soprattutto - in montagna.
 Perché la montagna abbandonata, prima o poi fa pagare un prezzo, e anche salato, alle popolazioni che risiedono a valle.
Penso al riordino delle organizzazioni che si occupano del territorio le quali, oltre a dotarsi di dirigenti e grossi funzionari, non hanno pensato che, proprio come in un esercito organizzato, siano necessari non solo gli ufficiali, ma anche i soldati semplici.
Infatti è la manutenzione ordinaria del territorio che prelude alla protezione dai disastri per chi sta a valle.
Ho in mente la situazione dei nostri fiumi abbandonati non solo da grandi interventi ma anche dalle piccole manutenzioni e, tra i tanti corsi d’acqua che frequento  per diletto e per lavoro, nel nostro Pollino, porto qui l’esempio dell’abbandono del Raganello: le numerose briglie sono ormai fuori uso perché l’usura procurata dalle intemperie e  la mancanza di manutenzione hanno fatto sì che in molte di esse si siano formate crepe pericolose per la tenuta idraulica e per tanto, alla prima stagione di pioggia, è molto probabile che esse verranno travolte con tutte le conseguenze che possiamo facilmente immaginare.
Resto fermamente convinto di come occorra una sorta di “Piano Marshall” per l’uomo che si ‘ostina’ ancora a vivere in montagna.
Aiuti, defiscalizzazione, internet, rete di vendita dei prodotti tipici, viabilità, acquedotti, solo per citare alcune esigenze primarie.
Penso a una sorta di “tagliando” del territorio senza però grandi opere, spesso inutili oltre che dannose per l’ambiente: e penso al ponte sospeso di Castelsaraceno, sul torrente Racanello, che deve fungere da collegamento tra il Parco del Pollino e quello dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese: era veramente necessario? Oppure alla giostra in cima a Serra Pollino, nel comune di Trecchina, o alla mega struttura di Campotenese … e potrei continuare a lungo a elencare azioni che hanno avuto l’unico scopo di spendere denaro, mentre ci sono forti dubbi sulla loro reale necessità, per le comunità che vivono nei luoghi interessati da questi progetti. Considero anche le migliaia di chilometri di strade di ogni ordine e grado abbandonate e se stesse, grazie alla sciagurata riforma Del Rio, per le quali ci vorranno decenni affinché siano riportate ad un minimo di decenza e di percorribilità senza paura di farsi male. Ecco…penso a  una visione per il bene comune che tutti dovremmo avere e perseguire per uno sviluppo sostenibile delle nostre comunità.
Ma se l’uomo è andato via chi attuerà questa linea?

Emanuele Pisarra






Questo articolo lo trovata sul periodico PASSAMONTAGNA della Sezione CAI di Castrovillari