La Carta turistica che ho realizzato è fatta di due parti: il Lato "A" riporta in una mappa del territorio di Civita una serie di proposte escursionistiche; il Lato "B" riporta la pianta del paese, per coloro che vogliono andare alla scoperta delle peculiarità del centro abitato...
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana
Io sono sempre dello stesso parere: sino a quando non sarà rinnovata la nostra classe dirigente, sino a quando le elezioni si faranno sulla base di clientele, sino a quando i Calabresi non indicheranno con libertà e coscienza i loro rappresentanti, tutto andrà come prima, peggio di prima.
Umberto Caldora (lettera a Gaetano Greco Naccarato, 1963)
giovedì 9 maggio 2019
mercoledì 13 febbraio 2019
Chi va veloce non vede nulla ...
"Pis trechi glìgora de thorì tìpote", chi va veloce non vede
nulla
CLAUDIO CAVALIERE
13 FEBBRAIO
2019
E’ il motto che introduce il trekking grecanico all’interno del Parco
nazionale dell’Aspromonte della Naturaliter, cooperativa turistica nata nel
1998, con sede a Condofuri i cui soci, Pasquale Valle, Ugo Sergi, Andrea
Laurenzano, calabresi doc, si sono assunti il compito di favorire, estendere ed
implementare la cooperazione tra le comunità locali nelle aree scarsamente
popolate del Mediterraneo, creando per esse opportunità di sviluppo compatibili
con le risorse ambientali, ed occasioni di incontro sociale e culturale coi
viaggiatori della natura.
Per questo offrono un
mix affascinante di proposte di cammino grazie alla creazione di una rete di
servizi turistici in aree protette, capaci di coinvolgere la comunità locale,
attraverso percorsi di partecipazione e cooperazione. La Naturaliter ha appena
sponsorizzato la nuova Carta escursionistica dell’Aspromonte che riporta la
Rete sentieristica che interessa l’intera area protetta aggiornata a inizio
anno. Una tavola in scala 1:70.000 mostra l’intero perimetro del Parco e la sua
collocazione geografica, con la rete viaria in grado di raggiungere tutte le
località e i centri abitati dell’area protetta. Vi sono riportate le emergenze
ambientali, cascate, grotte ipogee, formazioni rocciose, gole, sorgenti e la
copertura forestale a uliveto, boschi di latifoglie e conifere. E’ Inoltre
riportato il tracciato del Sentiero Italia, del Sentiero del Brigante e
l’intera Rete sentieristica ufficiale (con la relativa numerazione) ricadente
all’interno dell’area protetta. L’altra tavola è di dettaglio. In scala
1:30.000, evidenzia il settore meridionale del Parco Nazionale dell’Aspromonte
e, precisamente, l’intera area grecanica. In questa tavola è riportato, per la
prima volta, il tracciato del “sentiero dell’Inglese”, il viaggio che Edward
Lear compì nell’estate del 1847 nell’area grecanica. “Abbiamo affrontato la
salita per Bova per diverse ore. Ma pur camminando faticosamente verso Bova, la
città sembrava il vascello fantasma, mai vicina. … e davvero magnifica era la
vista guardando indietro … l’immensa prospettiva di linee degradanti e di
torrenti era certamente una delle più suggestive scene che si possano trovare
nella bella Italia”. (E. Lear. Diario di un viaggio a piedi, Rubbettino
editore, 2009). Da Pentidattilo a Staiti in otto giorni, la Naturaliter
organizza anche questo trekking con asini al seguito per il solo trasporto dei
bagagli, sull'itinerario percorso dal paesaggista viaggiatore inglese. L’obiettivo
non è solo quello di utilizzare gli asini per un trekking speciale, ma dare
anche un contributo fattivo al tentativo di contrastare l'estinzione del forte
e testardo quadrupede. L’opera di ripopolamento della specie asinina ha
raggiunto un primo risultato, un evento storico: dopo 30 anni, il primo parto
in Aspromonte! Con la nascita di Gelsomina, e poi di Ciccio. Le coordinate
della Carta sono riferite all’ellissoide internazionale WGS84; il reticolo di
riferimento è UTM Fuso 33. Alla costruzione della Carta ha contribuito anche
Emanuele Pisarra geografo, calabrese di Civita, guida ufficiale del parco
nazionale del Pollino, socio della Società geografica italiana, giornalista
naturalista, titolare dell’agenzia Acalandros Tour che ha elaborato i dati per l’Acalandros
Map Design e con il quale abbiamo dialogato.
![]() |
| Claudio Cavaliere. |
La Calabria è terra di parchi ma è evidente che non esprimono il potenziale
possibile. Tu hai sempre avuto un atteggiamento critico ma costruttivo verso la
gestione dei parchi calabresi. Cosa manca e cosa occorre perché affermino
pienamente il loro ruolo istitutivo che è di tutela, di valorizzazione, di
educazione e di sviluppo?
La situazione dei Parchi calabresi, così come quella di tutte le aree
protette d’Italia, è il risultato di una mancata politica di sviluppo
incentrata su chi deve fare cosa e quale deve essere la “mission” di un
parco.Il discorso sarebbe molto lungo. In breve, i dirigenti dei parchi
calabresi (ma, sottolineo, non solo loro, bensì tutti quelli delle aree
protette del nostro Paese) si sono trovati, all’improvviso, senza direttive da
parte dello Stato (leggasi Ministero dell’Ambiente) e ciò ha prodotto una
politica del “fai da te” sulla scia di quanto avvenuto con le vecchie Comunità
montane, nel momento in cui sono andate in via di dismissione. Praticamente si
è voluto abbandonare lo spirito dell’articolo 1 della legge istitutiva dei
parchi, dove si afferma con forza che la prima azione da intraprendere è la
conservazione degli ambienti naturalistici e paesaggistici e, solo dopo, si dà
spazio ad operazioni per la presenza dell’uomo. Rispetto a quanto stabilito
dalla legge istituiva, con la quale si dava un taglio alla gestione di tipo
“antropocentrico”, si è tornati a una situazione in cui l’uomo la fa da padrone
a discapito della natura. Ma, soprattutto, manca l’amore per la propria terra,
la forza di agire in nome di un interesse comune a discapito di pochi; manca
una visione di medio e lungo termine, e mancano i fondi che sono sempre più
ridotti a causa delle varie congiunture economiche degli ultimi anni. I
risultati sono davanti agli occhi di tutti: i paesi si spopolano, la montagna –
per la sua componente umana- è sempre più silenziosa, deserta, priva di vita o
quasi.
Civita, Bova, Sersale. Tre paesi calabresi nei quali il turismo ambientale
montano è diventato fondamentale per il loro sviluppo. Tre modelli che, nella
loro diversità, mi pare abbiano una caratteristica comune, quello di avere
sviluppato “dal basso”, come si dice, una proposta di accoglienza e offerta.
Ritieni siano dei modelli replicabili nel resto della regione?
Tre modelli, diversi fra di loro, sicuramente da studiare, copiare e
adattare a molti dei paesi della nostra regione. Soprattutto a quelli che
ricadono nei territori dei nostri parchi. Con una unica accortezza: di non
essere voraci, di non pretendere tutto e subito, di non avere velleità da
“guadagno facile” perché, altrimenti, il rischio concreto di replicare nei
paesi dell’entroterra il “modello costiero” del mordi e fuggi è dietro la
porta.Approfitto di questa occasione, per sottolineare come, ancora una volta
questi modelli “dal basso”, per riprendere la tua espressione, necessitino di
una rettifica di direzione, in quanto, sono in fase di “sbandamento”. Almeno
per quanto riguarda la realtà di Civita, che conosco meglio in quanto la vivo
tutti i giorni. E qui mi permetta di fare una brevissima cronistoria, tanto per
inquadrare il concetto che voglio esprimere. L’idea dello sviluppo verso una
direzione di tipo naturalistico è nata da un gruppo di persone che gravitavano
intorno all’allora circolo di cultura “Gennaro Placco”: siamo alla fine degli
anni Ottanta, quando, per la prima volta, si organizza – tra le tante
iniziative – una conferenza stampa per soli giornalisti stranieri, in
prevalenza provenienti dalla Germania. Ecco quell’incontro fu un successo,
nonostante lo scetticismo di molti governanti locali. A quella proposta
seguirono molti passaggi televisivi, articoli su importanti riviste nazionali,
che portarono alla notorietà la nostra comunità in ambito nazionale e anche
oltre. In quel momento fu fatta una scelta “alta”, nel senso che la comunità si
doveva aprire ad un pubblico colto, desideroso di conoscere, comprendere la
realtà della minoranza arbëreshe che abita in Italia da oltre mezzo millennio e
va fiera delle sue tradizioni, usi, costumi. Oggi, è necessario il ritorno a
questi principi basici; altrimenti perché uno dovrebbe venire a Civita, o in un
altro dei tanti bei paesi della nostra Calabria, se trova le stesse cose che
essi offrono, ad un tiro di schioppo dalla propria città?Non abbiamo bisogno di
“ponti tibetani” o nepalesi, di funivie, di strade a scorrimento veloce: anzi,
direi proprio il contrario. Ben restino le strade tortuose, a patto che abbiano
un ottimo fondo, ben mantenuto, perché danno quel senso di penetrare in una
nuova dimensione spazio-temporale, di appartenenza al luogo; Sì, resto
fortemente convinto che bisogna dare priorità a mille progetti di piccola
entità piuttosto che a mega lotti, fatti di enormi somme, ma dalla dubbia
efficacia per le comunità.
Il 20 agosto 2018 ha segnato uno spartiacque per la vostra comunità. E’
facile dimostrare che eri stato lungimirante nel denunciare una situazione di
fruizione delle gole pericolosa e nociva per l’ambiente. Cosa cambia adesso per
Civita e quale lezione si può trarre da una tragedia da tanti considerata
“annunciata”.
Quando una comunità –
attratta dal facile guadagno – non si ferma a riflettere, a fare un “tagliando”
della situazione, è facile che cada in preda una sorta di delirio di
onnipotenza, dove tutto è lecito, tutto si può fare, senza pensare alle
conseguenze, più o meno gravi, che da questa mancata riflessione possono
derivare. È esattamente quello che è accaduto a Civita. Spero e mi auguro che
questa lezione sia da esempio per tutti.Quando si sente dire: “hanno pagato e
quindi devono scendere a tutti i costi” e mi riferisco alla risposta data in un
dialogo, a cui avevo assistito, tra un signore ultra novantenne che manifestava
tutte le sue rimostranze, avendo trascorso gran parte della sua vita
all’interno delle gole del Raganello, e gli organizzatori delle escursioni nel
Canyon del Raganello - vuol dire che abbiamo raggiunto il fondo.L’ingordigia,
la sete di denaro, il “cogliere l’attimo”, nonostante i segnali di pericolo
dati dalle frequenti piogge pomeridiane che da qualche giorno colpivano la
Valle, hanno fatto superare il limite.E qui mi permetto di raccontare – per la
prima volta - un piccolo episodio. Per la mia esperienza ultra trentennale di
guida e accompagnatore di montagna, ma soprattutto come abitante di Civita, che
conosce le insidie del Raganello e delle gole, e come vittima, per fortuna
senza tragiche conseguenze, di una piena, proprio il giorno di ferragosto,
avevo chiesto al mio sindaco di voler prendere provvedimenti con l’emanazione
di una ordinanza di divieto di accesso proprio in base a questi strani eventi
metereologici pomeridiani che notavo da un po’ di giorni. Consapevole che essa
avrebbe causato danni alle varie compagnie di escursioni, mi ero limitato a
suggerire che l’ordinanza si limitasse al solo pomeriggio. Magro, magrissimo il
tentativo di consolazione, giuntomi da tanti che mi conoscono, del Nemo
propheta in patria. Governare, significa, come sosteneva Bertrand Russell, che
ogni tanto bisogna prendere qualche decisione impopolare, consapevoli che
questa concorrerà allo sviluppo della comunità a discapito di pochi portatori
di interessi immediati.Mi auguro, dal profondo del cuore, che quanto accaduto
in agosto a Civita faccia riflettere su come il “fare grandi numeri” spesso non
sia un modello di sviluppo sostenibile. E le conseguenze che se ne pagano,
generalmente, sono altissime.Civita ha una capienza di circa diecimila presenze
turistiche/anno.Con questi numeri la comunità può reggere l’impatto ed avere un
tornaconto economico.Negli ultimi tempi, aveva spinto l’acceleratore fino a superare
le ventimila presenze a discapito della qualità sia in termini di servizi che
di accoglienza.Inoltre, non abbiamo più bisogno di dire sì a tutto e a tutti:
dopo quarant’anni di attività, siamo nella condizione di poter scegliere, di
non farci abbindolare da facili “notorietà” millantate da produttori e registi
cinematografici. Non temiamo che un mancato passaggio nei titoli di coda di
film o serie televisive dai temi facili possa nuocerci.Mi auguro che si ritorni
ai piccoli numeri, alla qualità dei servizi; a parlare di visitatori, amici
ospiti e non turisti. Meglio ospitare un visitatore disposto a spendere cento
euro al giorno che cinque turisti che spendano venti euro a persona: ritroviamo
il rapporto umano l’incontro, il dialogo…
L’impressione che ho è che nella fruizione dell’ambiente calabrese
collidano due modelli: quello di chi tende ad offrire un sistema
prevalentemente se non esclusivamente estetico-emozionale e chi cerca di
aggiungervi una dimensione di conoscenza, meno semplicistica, secondo il motto
”camminare per conoscere e conoscere per proteggere” consapevoli che le sole
emozioni sono transitorie, fatue non garantiscono il vero cambiamento che è
l’obiettivo dell’educazione ambientale. Si possono integrare i due aspetti o si
rischia di trasportare anche in montagna l’esperienza marinara calabrese?
Noi, sul Pollino, possiamo dire, con orgoglio, che abbiamo dato una svolta
al modello di uso della montagna di ispirazione silana. Mi riferisco ai vari
episodi di dubbio sviluppo che si volevano attuare alla fine degli anni
Sessanta anche sul nostro massiccio. Un gruppo di intellettuali riuscì a
bloccare quelle speculazioni e non avemmo una fotocopia di Campitello Matese;
Villaggio Mancuso o Camigliatello Silano alle pendici di Serra di Crispo a poco
meno di duemila metri di quota. In compenso abbiamo mantenuto una natura
pressoché intatta.Ora vorremmo portare all’incasso questo modello. Abbiamo
l’ambizione di voler utilizzare metà quota a disposizione per infrastrutture (a
partire dal basso: alberghi, b&b, campeggi e rifugi) e lasciare il resto al
libero “godimento”, per dirla con John Muir, fondatore del Sierra Club, la
prima associazione ambientalista in ambito mondiale.Per essere ancora più
chiaro: come si sa il Massiccio del Pollino ha cime che superano i 2200 metri
e, per fortuna, i centri abitati sono posti a corollario dei monti, lasciando
libera la parte più in alto.Oggi questo dato torna comodo per progettare un uso
sostenibile della parte in quota.Ossia, a partire dai 1200-1300 metri in su, si
può pensare di ridurre progressivamente la presenza stabile dell’uomo, fino ad
azzerarla. Intendo dire che bisogna prendere tutti quei provvedimenti
giuridico-legislativi per agevolare la presenza dell’uomo fino a queste quote e
disincentivare insediamenti nella fascia alta del faggeto.Le pendici della
montagna hanno bisogno dell’uomo perché la sua presenza contribuisce a
mantenere quell’equilibrio utile alle sue attività a basso impatto ambientale;
mentre la restante parte deve, progressivamente, tornare a quello stato
naturale che la caratterizzava prima dell’arrivo dell’essere umano. Quello
stato che gli esegeti della natura chiamano wilderness. Creare una rete
sentieristica in grado di ben collegare tutte le località più rinomate;
realizzare punti di partenza (start point) raggiungibili anche con una Ferrari;
attivare i tanti rifugi costruiti e mai aperti; manutentare la rete stradale di
avvicinamento; chiudere - o almeno limitare l’uso - di qualche strada che oggi
non ha più ragione di esistere.
Sei uno che ha deciso di rimanere. Evidentemente ci sono cose per le quali
è valso la pena restare, che ti hanno soddisfatto così come è ovvio che vedi
anche un futuro possibile … Cosa è cambiato in questi anni, in positivo e in
negativo.
Ci vuole più coraggio
a rimanere che ad andarsene, ed è davvero molto dura, soprattutto per coloro,
tra i quali mi pongo di diritto, che si ritengono “liberi pensatori”.Sono sempre
stato convinto del fatto che l’istituzione di un parco nazionale sia di
difficile “digestione” per la generazione che lo vede nascere; ma può dare
avvio ad un nuovo tipo di sviluppo per le generazioni successive, perché a
volte, per poter usufruire di benefici futuri, bisogna che qualcuno si
sacrifichi nell’immediato. E noi siamo la generazione sacrificata in nome di un
nuovo modello di sviluppo.E però vedo sempre più scemare i presupposti
pregnanti di una comunità minoritaria chiusa e racchiusa tra monti un tempo
inaccessibili; di ciò oggi è complice la rete che da un lato unisce e offre
tantissime opportunità per portare i propri progetti nel mondo, ma dall’altro
contribuisce a uniformare gusti, pensiero, cultura, scelte politiche…Basta
avere le idee chiare su cosa si vuole fare da grandi e perseguire l’obiettivo
con passione e determinazione.I nostri parchi sono l’ultimo baluardo prima del
grande abbandono della nostra ricca, variegata e stupenda Calabria.
NOTA
Conosco Claudio Cavalieri da anni. Una persona colta, fine analista della "questione Calabria", con il quale amo scambiare opinioni, sensazioni e impressioni sulla nostra bellissima regione e sulle nostre montagne. In occasione della uscita della nuova Carta dell'Aspromonte abbiamo discusso a lungo sulle questioni che più "attanagliano" la nostra situazione. Da questa conversazione, l'animo indagatore del Sociologo ha prevalso... e, come se fossi disteso su di un letto dell'analista, mi ha tirato fuori tutto il mio sentire sulle questioni che da anni impegnano la mia esistenza.
Grazie Claudio. Un bicchiere dell'ottimo vino di mio fratello ... lo meriti tutto.
Questo articolo è stato pubblicato su CALABRIA ON WEB - Magazine di notizie e commenti del Consiglio regionale.
lunedì 11 febbraio 2019
A cosa servono i parchi nazionali?
Una volta avevo le idee chiare. Oggi,
vista la piega degli eventi, non sono più sicuro delle mie utopie.
In primo luogo, la “questione ambientale”
è posta – secondo alcuni autorevoli sondaggisti - tra la quattordicesima e
diciottesima posizione dei desiderata degli italiani.
Come a dire che la variazione di posizione
è in funzione alle disgrazie del momento. Quando la televisione, a reti
unificate, annuncia il disastro provocato da una tromba d’aria, che abbatte
migliaia di alberi idonei a diventare legno per violini, allora la quotazione
sale. Dopo qualche ora, arrivano altre notizie, magari dell’ennesimo attentato
terroristico o dello sciopero contro l’aumento del prezzo della benzina ad
opera di gruppi di cittadini indignati per il caro vita, l’asticella
dell’interesse verso l’ambiente, i parchi e la natura in generale,
inesorabilmente scende, almeno fino alla prossima disgrazia. E avanti così.
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| Sul crinale ... verso la Manfriana. (foto da Internet) |
Nel frattempo, i parchi, spogliati da
qualsiasi prospettiva a medio e lungo tempo, vivono di espedienti di piccolo
cabotaggio, tanto per far vedere che esistono. In realtà la loro presenza non
interessa più. Purtroppo il loro ruolo di protezione della Natura, di conservazione
di luoghi, habitat, specie animali e vegetali è tristemente azzerato.
Qualche giorno fa, ho curiosato tra le
pagine del sito del nostro Ente Parco, così come tra quelle della Sila e del
vicino Parco della Val d’Agri, alla ricerca di delibere, atti amministrativi,
provvedimenti che mostrassero un qualche interesse verso la conservazione: poca
roba, quasi niente.
Nella relazione di bilancio dell’Ente
Parco del Pollino, si legge che le
azioni di conservazione tutela e promozione per il 2019 sono riferite a “interazione
tra cinghiale e biodiversità, monitoraggio del gatto selvatico e della
martora, conservazione della lontra, programma INNGREENPAF [??? Ndr], progetto Boschi Vetusti,
Indagini sul pino loricato, Rete Natura 2000”. Peccato che le stesse voci
si ripetano da … qualche anno.
Così come si ripete la litania sul Piano
del Parco, licenziato nel 2011, e ancora in attesa di approvazione da parte
delle Regioni, perché possa essere poi promulgato dal Ministero
dell’Ambiente. È ovvio come, in assenza
di uno strumento di governo del territorio, si navighi a vista e con tutti i
problemi che esso comporta.
Se a questo si aggiunge un “governo
politico” mediatore, poco decisionista, anzi opportunista, abbiamo, come logica
conseguenza, una serie di azioni che risultano ben poco “ambientali”. In Val
d’Agri, si ha come interlocutore le maggiori compagnie petrolifere del mondo,
le quali elargiscono contributi più o meno consistenti in cambio di favori
normativi per i propri interessi. Per il Pollino la situazione non è diversa.
Da noi il maggior “finanziatore” è l’Ente nazionale per l’Energia (leggasi
Enel) che, in nome di non ben definite “misure di compensazione”, “sborsa” ben
1.750.000,00 euro perché sia chiuso un
occhio sulla Centrale del Mercure.
![]() |
| Un tratto del fiume Lao (foto da Internet) |
Nella stessa relazione di bilancio
dell’Ente del nostro Parco, viste le scarse risorse ricevute dal Ministero
dell’Ambiente, si paventa la necessità di istituire biglietti di ingresso nei
luoghi del parco più visitati da turisti e scolaresche e di dismettere strutture che “comportano spese
senza alcun ritorno economico”.
Quali sono questi luoghi più affollati?
L’Ecomuseo del Pollino e le aree
faunistiche di Bosco Magnano e di Acquaformosa.
E le strutture da dismettere?
Nella relazione non si fa alcun cenno ai
tanti Centri visita chiusi, abbandonati da anni, in parte già restituiti ai
legittimi proprietari (i Comuni) che sono in difficoltà su come poterli
utilizzare.
A questo proposito ricordo la notizia di
qualche giorno fa, pubblicata da più quotidiani italiani, riguardante il blocco
delle attività dell’Amministrazione americana a guida Trump. L’ostruzionismo politico
– se ho capito bene – degli avversari del presidente degli USA ha come logica
conseguenza il mancato finanziamento della macchina amministrativa nel suo
complesso: niente stipendi, stop al riscaldamento negli uffici pubblici e nei centri
visita dei Parchi nazionali chiusi.
L’ufficio federale dei Parchi (National
Park Service), l’equivalente del “Servizio di Protezione della Natura” del
nostro Ministero dell’Ambiente, chiude tutte le aree protette e sospende
qualsiasi attività.
L’unica notizia positiva, che proviene dal
nostro parco, grazie alla “pressione martellante” del consigliere Ferdinando
Laghi, riguarda l’intenzione di acquistare la famosa proprietà Palombaro, in
cui si è registrato lo scempio di Serra del Prete. Intendiamoci: la proprietà
privata è sacra, tuttavia non si possono autorizzare tagli boschivi in piena “zona
uno” del Parco, a quote altimetriche significative.
A seguire, si legge nella relazione di
bilancio, che l’Ente Parco finanzierà una campagna di scavi archeologica a
Laino Borgo, condotta dall’Università di Messina.
![]() |
| Alpinisti sulla via ferrata "Peppino Sirangelo" . (Foto da Intenret) |
Quindi viene
indicata la “riqualificazione corposa” della rete sentieristica. “Scopo di tale iniziativa è quello di rendere
fruibili e sicuri un numero limitato di sentieri, all’interno dei quali il
visitatore dovrà essere obbligatoriamente accompagnato da una Guida Ufficiale
del Parco Nazionale del Pollino”.
E qui mi cascano i pochi capelli
rimasti.
Mi vengono i brividi quando sento parlare
di “sentieri sicuri”. Conosco troppo bene questa affermazione per dire che i
sentieri sono presi di mira per spendere tanto denaro in opere strutturali che
con la sentieristica e il modo di andare in montagna non hanno nessuna
attinenza. Mi riferisco a opere come le staccionate di legno, spesso usate come
scusa per far lievitare i costi; oppure cartellonistica, torri di avvistamento,
scalinate e cestini per l’immondizia da posizionare lungo i percorsi per poi
abbandonarli al loro destino … almeno fino alla prossima sovvenzione.
Infine, troviamo ancora finanziamenti tesi
al “rilancio turistico” riguardante le scolaresche in visita nel nostro parco.
![]() |
| Civita vista dalla Timpa del Demonio (foto da Internet) |
E per chiudere, la
partecipazione agli eventi di Matera
Capitale della Cultura 2019 ed il progetto Fiera Festival Autentica Sud
finalizzato a stabilire nuove partnership. Inoltre, quest’anno sarà rivolto uno
sguardo al panorama internazionale con due iniziative: una tesa alla
partecipazione del Parco, insieme alla Regione Calabria, al Peperoncino Jazz
festival New York Session, con l’Associazione Culturale Picanto, attraverso la
quale, nell’arco della settimana dal 20 al 26 maggio 2019, si potrà promuovere
il nostro territorio insieme alle eccellenze enogastronomiche; l’altra è quella
relativa al cosiddetto “turismo genealogico”: un programma di iniziative che
intendono favorire i contatti e gli scambi tra persone che pur essendo legate
affettivamente ai luoghi d’origine non vi fanno ritorno da molto tempo ed a
quelle persone che ritrovano interesse nel vivere quella montagna dove
“sentono” di avere le proprie radici.
In mezzo a queste
“lodevoli” iniziative, così, “an passant” non poteva mancare un “lavoro
pubblico” come il completamento con asfalto e annesse opere edili, della strada
Terranova del Pollino – San Lorenzo Bellizzi, il consolidamento del costone
roccioso sul Raganello dell’abitato di Civita, il completamento del parcheggio
della sede del Parco e il “completamento” del polifunzionale di Campotense
(meglio conosciuto come Trampollino) con annessa caserma forestale. Ovviamente,
si coglie l’occasione per annunciare la gara pubblica per l’affidamento della
gestione del Trampollino, ma questa per farci cosa? Non è dato a sapersi.
E il marchio del
Parco? Non abbiamo notizie. Nessuna informativa sul perché sempre più aziende
vi rinuncino.
Tutte le
iniziative ecologiche, ambientali, di conservazione della natura dove sono?????
Così come non
abbiamo notizie sulla tragedia accaduta quest’estate nel Raganello.
Potrei continuare
ad elencare le tante informazioni che si ricavano leggendo, soprattutto, le
delibere di fine anno, quelle che servono a spendere i residui di cassa: ci
sono perle di straordinaria unicità.
Ma non voglio
tediare ulteriormente quei “quattro lettori” che hanno avuto la pazienza di
leggere questo articolo fino a questo punto.
Invito, comunque,
ad andare a curiosare sui siti dei parchi, nei meandri delle delibere
dell’ultima ora: troverete cose che “voi umani” … non avreste mai pensato. Perché
non si restituiscono le chiavi dei Parchi al Ministro dell’Ambiente?
Emanuele Pisarra
PS
Questo articolo è stato pubblicato sul periodico PASSAMONTAGNA della sezione CAI di Castrovillari.
domenica 10 febbraio 2019
La montagna partorisce un topolino
Si conclude
tristemente la vicenda del CAMMINO MARIANO POLLINO.
Per chi non
conoscesse il fatto, ne propongo un piccolo e sintetico riepilogo.
Da diversi anni
esiste sul nostro territorio l’Associazione Cammino Mariano, presieduta e
diretta dall’instancabile prof. Mario Martino.
![]() |
| Camminomarianopollino. In partenza dal Santuario di Madonna delle Armi |
Il sogno di
questa Associazione e per il quale si è tanto prodigata era quello di realizzare,
con l’ideazione del Cammino, un collegamento fra i tantissimi santuari mariani ubicati
nel territorio del Pollino sia nel suo settore della Calabria settentrionale, che
in quello della Basilicata
Si trattava di una
sorta di grande anello di circa cinquecento chilometri da fare a piedi, in bici
da montagna o a cavallo.
A questo anello se
ne aggiungeva un altro, concentrico, ancora più largo, sempre collegato ai
santuari mariani, da fare in bici da strada. Questo secondo circuito superava
di gran lunga i settecento chilometri.
Per questo
progetto l’Associazione aveva promosso una serie di sopralluoghi, incontri con
la stesura e la firma di Protocolli d’Intesa con tutti gli enti interessati
(diocesi, comuni, regioni).
L’idea era
venuta a combaciare qualche anno fa, con l’istituzione dell’Anno dei Cammini da
parte del Ministro dei Beni culturali, quando la regione Basilicata aveva messo
a disposizione una prima tranche di 750 mila euro.
Un primo
problema si era posto quando l’Associazione Cammino Mariano – per la normativa
vigente – non avrebbe potuto g gestire questa somma.
Per ovviare a
ciò, fu proposta la realizzazione di un consorzio di comuni attorno a uno
scelto come capofila.
La soluzione fu
bocciata e si pensò a una Fondazione da creare ad hoc, ma anche questa ipotesi
naufragò.
Infine, come
ultima ratio, si arrivò a proporre che la gestione fosse dell’Ente Parco del
Pollino.
In un primo
momento non sembrò una idea malvagia, ma poi alla prova dei fatti, è stato
chiaro come l’apparato tecnico dell’ente non sia stato capace, in oltre tre
anni, di creare i presupposti per un lavoro di gruppo.
Si era pensato
di poter risolvere con l’affidare all’Associazione. un incarico professionale
di fiducia per la redazione di un progetto. Ma non se ne fece niente. e, infine,
la Regione Basilicata incominciò a ritirare parte del finanziamento: così della
somma iniziale furono lasciati, nelle casse dell’Ente Parco, solo un terzo di
quanto vi era stato depositato. Quindi la cosa chiara è che, se non si è capaci
di spendere i fondi, è meglio riprenderseli.
![]() |
| il Logo del Cammino marianopollino. |
Per pura
coincidenza di date, l’Ente Parco fece però in tempo a dare l’incarico a un
progettista per impegnare la somma restante, poco prima che giungesse, anche
per quell’ultima trance rimasta, la richiesta di revoca da parte della Regione
Basilicata.
Da parte
dell’Associazione si pensò che fosse un bene e che si sarebbe così riusciti
forse a mettere almeno la “prima pietra”. Ecco…: forse!
Perché tutto
andò in modo completamente diverso dalle loro aspettative.
L’Ente Parco
decise di far passare il Cammino Mariano come un lavoro pubblico, alla stregua
della costruzione di una palestra, acquedotto o fognatura.
Non fu accolta
la nuova proposta, avanzata da parte dell’Associazione, che la redazione fosse
curata dai propri tecnici sotto la direzione dei funzionari del Parco: si
sarebbero risparmiati molti denari che avrebbero potuto essere investiti in
opere funzionali al Cammino.
In tal modo
l’Associazione Cammino Mariano Pollino fu esclusa da qualsiasi ruolo: sia nella
progettazione che per una qualsiasi forma di collaborazione.
Anche questo fa
parte dei giochi politici che ogni giorno ci ritroviamo a considerare: chi non
ha nessun potere contrattuale non è in grado di esercitare alcun “peso” e resta
estromesso.
Pur di vedere la
realizzazione dell’idea - che è, e lo ribadisco, di proprietà
dell’Associazione, essa ha provato di tutto.
L’Associazione
aveva posto come unico “paletto” l’inizio del percorso dal Santuario della
Pietà, nel comune di Terranova di Pollino che sorge al confine tra il
territorio lucano e quello calabrese.
Neanche questo è
stato possibile.
“Progettiamo un solo tratto del Cammino – a
partire dal Santuario di Madonna di Pollino, nel comune di San Severino Lucano -
e poi si vedrà”, sentenziò il vicepresidente dell’Ente Parco all’incontro con i
tecnici dell’Associazione.
L’Associazione così
perse la sua battaglia.
Il progettista
incaricato ha consegnato un progetto che verrà appaltato a breve e con l’inizio
della bella stagione saranno avviati i lavori della prima tappa.
Per le altre si
aspetteranno i prossimi finanziamenti, a Dio piacendo!
Emanuele
Pisarra
PS
Questo articolo è stato pubblicato sul periodico PASSAMONTAGNA della sezione CAI di Castrovillari.
Questo articolo è stato pubblicato sul periodico PASSAMONTAGNA della sezione CAI di Castrovillari.
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