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Art. 21 della Costituzione della Repubblica italiana

"Essere giornalista per me significa essere disubbidiente. Ed essere disubbidiente per me significa, tra l'altro, stare all'opposizione.

Per stare all'opposizione bisogna dire la verità. E la verità è sempre il contrario di ciò che ci viene detto". Oriana Fallaci


mercoledì 21 febbraio 2018

Il Sentiero Charles Didier

Civita. La Chiesa di Santa Maria Assunta, in Piazza Municipio
Punto di partenza del percorso effettuato dal Didier.
(Foto E. Pisarra)
È consuetudine che i popoli si spostino sempre sulle stesse direttrici. Vuoi perché sono le più comode, vuoi perché sono ormai entrate a far parte della rete viaria di viaggiatori, commercianti, eserciti, poeti, pittori, re e regine.
Infatti, per attraversare la Calabria, tutti gli eserciti, i viaggiatori del Gran Tour, commercianti e santi hanno percorso per millenni sempre la stessa strada: la via del console Annio Popilio, meglio conosciuta come Via Popilia, il cammino consolare che collegava Capua con Reggio Calabria. 

Praticamente questa via si snodava (e in parte ancora oggi è così) seguendo la dorsale dei monti della Calabria che si sviluppa tra le pendici orientali della catena costiera, l’alta pianura di Sibari, la Sila Occidentale, la valle del Savuto per poi giungere nella piana di Gioia Tauro e connettersi con la rete urbana di Reggio Calabria.

La logica vuole che tutti coloro che hanno percorso la Calabria lo abbiano fatto camminando su questa strada. Di conseguenza tutta la parte orientale della regione è sempre rimasta tagliata fuori dai percorsi dei grandi viaggiatori. Le motivazioni sono tante: in primo luogo la pianura malarica, la mancanza di centri abitati lungo le coste, i pericoli provenienti dal mare, le improvvise piene delle numerose fiumare - che ancora oggi versano milioni di metri cubi di acqua mista a detriti di ogni genere - hanno costituito un deterrente per chiunque avesse voglia di avventurarsi nell’attraversare la nostra regione da questo versante.
Per anni ho cercato invano testi, guide, libri, resoconti di viaggiatori che testimoniassero i loro passaggi su questo lato della Calabria jonica.
Lo scrittore Charles Didier
(fonte: Wikipedia)
Mi pareva impossibile che qualcuno non avesse camminato da queste parti e lasciato testimonianze scritte.  
Un primo testo in cui mi sono imbattuto (Dello stato delle persone in Calabria, 1865) è stato scritto da Vincenzo Padula (1819-1893), parroco di Acri, prolifico poeta e scrittore. In verità, però, questo testo contiene più una descrizione antropologica e comportamentale dei vari popoli che componevano la regione. Forse possiamo considerarla come la prima guida turistica della Calabria.
Tanti altri autori, compresi i grandi viaggiatori, hanno scritto del Pollino, ma nessuno ha fatto cenno in modo più o meno approfondito in particolare al suo settore orientale.
Quando le mie speranze ormai erano quasi perdute, mi sono imbattuto nel resoconto del Viaggio in Calabria di Charles Didier (1805- 1864), poeta e scrittore francese di origini ginevrine, simpatizzante della massoneria e di Mazzini e testimone della situazione politica del Mezzogiorno.
Il resoconto di questo suo viaggio in Calabria fu pubblicato ne L’Italie pittoresque nel 1846 ed è stato ristampato nel 2008 per i tipi dell’editore Rubbettino.
Dall’introduzione, curata da Saverio Napoletano, apprendiamo che Didier desiderò visitare la Calabria sin da bambino, cosa alimentata anche dai vari racconti sul brigantaggio antifrancese contenuti in tanti libri popolari che in Europa diffondevano un’immagine fantasiosa della Calabria, soddisfacendo le curiosità dei lettori.

Carta del Percorso
 (elaborazione cartografica di E. Pisarra)
Nel 1830 Didier si spinse nel meridione d’Italia, nonostante le insistenze a rinunciare a questo viaggio pericoloso che gli vennero sia dall’ambasciatore del suo Paese, quando andò a ritirare il passaporto, che dal Prefetto; come se non bastasse anche gli amici più cari si prodigarono nell’elencargli i pericoli che avrebbe corso.
Nel suo viaggio egli attraverserà Campotenese, nel ricordo del generale Régnier che, in questo meraviglioso altopiano, sconfisse le truppe del re di Sicilia. Quindi toccherà Castrovillari, Cosenza, Lamezia, Tropea, Rosarno (un brutto villaggio decimato dalle febbri malariche…) e Reggio Calabria.

Non mi dilungo nel ripercorrere il suo racconto del viaggio di andata. Invece voglio sottolineare gli ultimi giorni di quel suo viaggio: da quando da Cassano partì per Civita, San Lorenzo Bellizzi per poi entrare in Basilicata.

Racconta di Cassano: “piccola città costruita su un suolo ricco di caverne e bucato da grotte, dove le donne sono considerate prolifiche: arrivano a fare venti-ventidue figli”(p.94).
Da Cassano aveva due possibilità per attraversare la Calabria: la strada lungo la costa jonica e quella che varca il monte Pollino. Per fortuna della nostra curiosità, scelse la seconda che, come riporta, attraverso una serie di piccoli sentieri incantevoli (…) conduceva da Cassano al paese di Civita. È una colonia albanese: segue ancora il rito greco e, su dieci preti, tre sono sposati. Ho trovato presso di loro molta ospitalità e tanta ignoranza: essi non dubitano, per esempio, che sia non stato Rousseau che abbia fondato il protestantesimo a Ginevra perc il nome di Ginevra e di Jean-Jacques sono penetrati fino a queste lontane montagne. Era una domenica; la popolazione in abbigliamento festivo era riunita davanti alla chiesa. Le donne hanno conservato molte cose del costume originario, e esse mettevano un certo lusso di civetteria contadina nei loro costumi a pieghe e nel loro velo rosso fuoco (p.95).

L’aspetto del paese è severo: una lunga cresta di rocce senza vegetazione, e tormentata dai torrenti, minaccia da sempre di rovine il paese posto in basso. La Pietra-di-Demanio, che sta di fronte, non è che una roccia viva, gigantesca, tagliata quasi a picco; il torrente Raganello si apre penosamente e rumorosamente, al suo fondo, uno stretto passaggio. I fuochi dei pastori, sospesi, la notte, ai suoi fianchi, fanno uno strano effetto nelle tenebre (p.95).

lunedì 19 febbraio 2018

È la Democrazia, bellezza!


Parafrasando una famosa frase di Giorgio Bocca, vorrei semplicemente dire che forse lo avete dimenticato, ma in Italia (e anche sul Pollino) esiste la democrazia, nel senso di “governo del Popolo”; quindi, questa battaglia è stata condotta in modo trasparente e chiara, usando i mezzi che la modernità mette a disposizione di tutti per portare avanti un’idea in merito a un progetto giudicato – all'unanimità dai civitesi - inutile, dannoso e questo sì, lesivo dell’immagine che il nostro paese ha nel mondo.

Vignetta di Altan pubblicata sul numero 7
dell'Espresso del 11 febbraio 2018
Cari Amministratori, dovevate pensarci prima all'immagine DEL PAESE!

Fermo restando che sull’onestà intellettuale del Sindaco e di quasi tutto il Consiglio comunale sono certo, le reazioni verso chi la pensa in un altro modo sono state – a dir poco – esagitate e fuori luogo.
In particolar modo nei miei confronti. Non è eticamente corretto parlar male di chi è assente, ingiuriarne il nome, la sua immagine; insinuare secondi fini, o addirittura scopi politici.

È sinonimo di qualche problema mentale e di scarsa o inesistente cultura politica. E qui porto un esempio che sovente amava raccontare Giulio Andreotti.
Egli sosteneva che bisogna diffidare di chi grida, batte i pugni sul tavolo, suda, per sostenere la propria idea: perché spesso egli deve convincere sé stesso e poi gli altri della bontà del suo pensiero.

Proibire una diretta streaming vuol dire avere la coda di paglia; parlar male del Comitato di Liberazione “Giorgio Castriota Skanderberg” è lesivo dell’intelligenza di altri cittadini che, per il solo fatto di non pensarla allo stesso modo sono definiti “insani”; creare un clima di tensione in tutta la comunità, attraverso minacce velate e non solo verso coloro che hanno firmato una petizione, è a dir poco un atto da basso impero che credevamo finito da tempo.
È semplicemente ridicolo parlare di “campagna mediatica falsa e ingiusta” perché oggi – cari amici Amministratori – i media sono gli strumenti che la società moderna ha prodotto per portare avanti un’idea di democrazia, visto che nei consessi civici non si discute più, ma, come tante marionette si alza la mano a comando, senza nessun dibattimento, nessuna informativa e senza nessuna spiegazione di sostanza e in merito all’oggetto in questione.
E allora il cittadino deve stare zitto?
Stare in silenzio?
Abdicare?
No. Certamente No!

Il Logo del Comitato di Liberazione che ho inventato per
questa "battaglia" di civiltà
I Civitesi hanno una pazienza da cavallo. Fino al limite. Negli ultimi anni hanno accettato di tutto: dallo SPRAR alla decuplicazione delle tasse sull’acqua e sui rifiuti e tanto altro (per chi non sa o ha la memoria corta si legga la mia lettera aperta al sindaco pubblicata sul blog http://paroladiacalandros.blogspot.it/2015/10/lettera-aperta-al-mio-sindaco.html).
Ma a questo punto la misura è stata colmata dall’ultimo sciagurato provvedimento.
La mia storia è nota a tutti!

Da una vita scrivo, parlo di ambiente, di uso corretto del territorio, di promozione turistica e tanto altro.
Con un pizzico di presunzione vorrei ricordare (e informare chi non lo sappia), come i primi articoli su Civita e la sua vocazione turistica li abbia scritti io nel lontano 1980, quando molti di voi erano… in altre faccende affaccendati.
Per tanto non accetto lezioni da nessuno.
Io semplicemente ho sollevato un problema sentito nella comunità da tempo.
Se la comunità, questa volta, ha deciso di prendere di petto la questione non è merito mio. È solo colpa vostra, della vostra presunzione che vi ha portato a pensare (ribadisco ancora una volta) “hanno accettato lo SPRAR, accetteranno anche il resto”.

Questa volta vi siete sbagliati!
Per questo è nato il “Comitato di Liberazione” che ha pensato a una petizione popolare con annessa raccolta firme per opporsi a un simile progetto.
Due parole su questo Comitato. Nella recente storia italiana, i Comitati di Liberazione Nazionale – creati per lo più in Nord Italia - da persone come Sandro Pertini, Enrico Mattei, Ferruccio Parri, Giorgio Amendola, Oscar Luigi Scalfaro e tanti altri, hanno avuto la funzione di “liberarci” dall’oppressore tedesco.
Noi, semplicemente, vogliamo “liberarci” di un progetto idiota e dannoso per il nostro futuro.

Il Comitato di Liberazione ha pensato presentare una PETIZIONE POPOLARE.
La raccolta firme è andata oltre ogni più rosea previsione: sia le firme raccolte nei punti strategici del paese – e ringrazio quanti hanno messo a disposizione le proprie strutture e il proprio tempo – che quelle raccolte sulla piattaforma on line sono state tantissime!

l'area di costruzione della struttura ... (fonte Internet)
Cari amici Amministratori e caro Sindaco, ciò dovrebbe farvi riflettere.
Se più di mille persone hanno deciso di sottoscrivere la petizione popolare significa che la vostra iniziativa era sbagliata: non sono i proponenti o la comunità in errore, ma siete voi che perseguite un disegno sbagliato.

Sarebbe bastato convocare un Consiglio Comunale aperto per informare i cittadini che, essendo il comune sull’orlo del dissesto finanziario avevate deciso di accettare la costruzione, nel nostro territorio, di un forno crematorio, unicamente in funzione alle royalties che esso avrebbe generato.
 Punto e basta.

Ma non lo avete fatto e, convinti nella vostra presunzione, siete andati avanti spediti, senza curarvi delle conseguenze, sicuri che un forno crematorio inquini quasi quanto, o forse meno, di un comignolo di Civita.
Ovviamente nelle interviste e dichiarazioni alla stampa vi siete ben guardati dal parlare di danni al paesaggio di una simile struttura; del danno di immagine al territorio; di a quanto ammontassero le royalties che il comune avrebbe incassato.
Non avete fatto nessun studio di valutazione ambientale e di opportunità di un simile impianto inserito nel contesto civitese.

Non avete minimamente ipotizzato il problema di cosa ne potesse pensare un visitatore all'imbocco del bivio per entrare in paese quando si sarebbe trovato anch'egli in fila tra carri funebri impegnati a percorrere la stessa strada, anche quella per andare in montagna.

Cosa avreste fatto voi se vi foste trovati nella stessa situazione?
Come minimo avreste fatto dietrofront!
Salvo poi “sputtanare” il paese sui social e sui media.
Prendo atto che il Sindaco ha dichiarato che il progetto non si farà.
Senza scomodare il Santo Padre aspetto (e tutta la cittadinanza con me) che si faccia una delibera di revoca del provvedimento e che si chieda SCUSA a tutta la comunità.
Questa si chiama DEMOCRAZIA!
Distinti saluti
Emanuele Pisarra






mercoledì 14 febbraio 2018

Pollino esperienziale. Seminario sul turismo sostenibile


Presentazione dell'iniziativa (foto dal web)
Quando sembra che sul Pollino tutto è sia immobile, allora bisogna indagare perché da qualche parte spunti, come una piccolo germoglio, una iniziativa, un laboratorio, un’idea prende piede, un prodotto ha bisogno di essere conosciuto e propagandato a dovere, perché merita tanto per la qualità quanto per lo sforzo che è alle sue spalle.

Ho fatto questa riflessione mentre in macchina percorrevamo una strada alquanto sgangherata per raggiungere una antica azienda agricola che da qualche anno ha iniziato a produrre vino di qualità.
Confesso che non sapevo della sua esistenza, e ciò anche perché essa si trova è fuori dai miei abituali circuiti escursionistici e professionali.

Questa occasione mi è stata data da un progetto ideato e cantierizzato dalla Officina delle Idee di Cosenza, una sorta di incubatore di progetti per il rilancio e, soprattutto, per la conoscenza della nostra regione.

Santuariio Madonna delle Armi
L’iniziativa, pensata da Antonio Blandi per l’Officina delle Idee e subito sostenuta dall’Ente Parco del Pollino, è stata quella di portare a conoscenza di un nutrito gruppo di giornalisti, provenienti da tutta Italia, beni di eccellenza e luoghi unici dove l’imprenditore, il cuoco, il gestore hanno un prodotto da far assaggiare, bere, assaporare.

Un tour frenetico ha portato il gruppo in giro per il Pollino per una settimana: Rotonda, Civita, San Severino Lucano, San Sosti, Saracena, Castrovillari, Cerchiara di Calabria e tante altre località sono state interessate da questo programma intenso di visita ideato dal vulcanico Antonio.  
Lo spazio tiranno di un articolo non mi permette di dilungarmi su tutti i prodotti assaggiati, tuttavia su due interessanti realtà non posso fare a meno di soffermarmi.
Il primo.
Nella tarda mattinata della giornata dedicata a Saracena e a San Sosti, abbiamo raggiunto l’azienda agricola “Masseria Falvo 1727”.
Masseria Falvo (foto dal web)
Una splendida azienda agricola sita nel comune di Saracena che da qualche anno ha reindirizzato la sua produzione verso il vino.

Ventisei ettari di vigneti nella Piana di Saracena coltivati a Moscatello, Guarnaccia e Magliocco.
Avevamo appuntamento proprio per l’ora di pranzo di una assolata giornata autunnale calabrese: ad accogliere la carovana degli ospiti c’era Ermanno, uno dei due proprietari, il quale ha raccontato, con una punta di orgoglio, che la Masseria Falvo è nata nei primi anni del 1700 quando una famiglia di nobili cosentini decise di costruire una masseria nella loro proprietà alle pendici del Pollino.
Oggi la Lacrima del Pollino, il Moscatello di Saracena, la Guarnaccia e la Malvasia danno il nome alle etichette più rinomate della casa accanto al “Don Rosario”, “Donna Filomena”, “Graneta” e la “Pircoca”: quest’ultima risultato di uvaggi vari a prevalenza di Guarnaccia. Per i miei gusti la “migliore” bottiglia.

Basilica del Pettoruto
Ricordo come il “Moscatello”, che alcuni storici locali fanno risalire all’uva portata dai saraceni di Maskat, dia origine al famoso Moscato di Saracena, il vino passito, dolce, già conosciuto in antichità quando, grazie alle navi che salpavano da Scalea, raggiungeva anche le tavole pontificie.
Sì, una bella storia.

Un altro esempio di “buona pratica” lo abbiamo trovato nei pressi del Santuario di Madonna del Pettoruto dove, poco sotto il piazzale, trova spazio la “Tana del Ghiro”, splendido posto per cibo, accoglienza e ospitalità.  

La sapiente cucina di Fabio, mette insieme prodotti locali, della Valle dell’Esaro, con “innesti” ricercati in altre realtà come l’annona di Reggio Calabria, una sorta di frutto esotico, molto dolce, con proprietà antitumorali, antidepressive e antibatteriche, ricca di Vitamina C.
Presentazione dell'iniziativa "Pollino more experiences" 
Cucina rigorosamente locale con … innesti aspromontani.
Pollino esperenziale o, come si dice in modo più pomposo, Pollino More Experiences  è un grande laboratorio dove vengono coinvolti istituzioni, scuole, comunità, cultori locali con lo scopo di cogliere e trasmettere esperienze, saperi e tradizioni.

Questa iniziativa, gestita in modo impeccabile dall’ Officina delle Idee, ha trovato nel presidente del Parco Pappaterra il primo convinto sostenitore dell’importanza e della necessità di promuovere il territorio nella sua globalità con la consapevolezza che questo possa fare da volàno per l’economia locale.

Emanuele Pisarra









NB
Questo articolo lo trovate sul periodico PASSAMONTAGNA  della sezione CAI di Castrovillari http://www.caicastrovillari.it/passa.php  

venerdì 19 gennaio 2018

Nuovo direttore del Parco del Pollino

Giuseppe Melfi è il nuovo direttore dell'Ente Parco nazionale del Pollino. 

Melfi, una vita spesa al servizio del Corpo Forestale dello Stato; prima come comandante dei vari coordinamenti provinciali.
 In seguito all'abolizione di fatto del CFS, è passato ai Carabinieri forestali con il grado di colonnello. 

Nato a Oriolo, laurea in Scienze Forestali, autore di importanti lavori sui boschi calabresi, ieri il Consiglio Direttivo lo ha nominato alla guida per i prossimi cinque anni dell'area protetta più estesa d'Italia. 
Coadiuverà il presidente Pappaterra nello sviluppo eco sostenibile del Pollino.
Un grande augurio di buon lavoro.